Caro lettore, ti spiego cosa succede a scuola

Su gentile concessione della rivista “Left”, pubblichiamo questo articolo di Giuseppe Bagni, uscito sul n.19 del 23 maggio 2015, con il titolo “Vediamo di entrare  nel ‘merito’ “

Caro lettore che hai iniziato a leggere questa pagina, ti scrivo per provare a chiarirti le idee su cosa sta succedendo nel mondo della scuola. Faccio conto che tu non sia un insegnante come me, ma un cittadino che vuol capire come mai la scuola sta reagendo con una durezza di cui avevamo perso memoria ad un disegno di legge di cui il presidente Renzi ti ha spiegato tutti i vantaggi in soli 5 piùpiù alternanza scuola-lavoro; più arte, musica e lingue; più soldi all’insegnanti; piùautonomia alla scuola; più continuità con centomila nuovi assunti. Che la questione sia più complessa di come è stata raccontata alla televisione lo hai capito da solo, almeno dal 5 maggio scorso, il giorno di una protesta che non era della “scuola dei sindacati”, ma della scuola di tutti. Allora vediamo di entrare nel merito. 

Il più alternanza scuola-lavoro Renzi lo propone come rimedio al 44% di disoccupazione giovanile. E’ una sciocchezza caro lettore, detta appena un po’ meglio di quella sui giovani che dovrebbero scaricare le cassette della frutta l’estate, ma che si inserisce degnamente nel canalone delle stupidaggini sentite sugli adolescenti pigri e abituati alla bella vita. La disoccupazione giovanile non dipende dal fatto che i giovani non conoscono il lavoro, ma da un lavoro che non riconosce in loro la risorsa principale del proprio cambiamento. L’innovazione non è nelle “macchine” ma nelle teste capaci di progettarle, modificarle, gestirle. Quando un’economia rinuncia all’innovazione rende inutili i suoi giovani. Parliamo con orgoglio dei successi dei nostri giovani all’estero, ma sarebbe più giusto vergognarci di “cervelli” italiani in fuga dall’Italia. Il professionale dove insegno manda centinai di alunni in tirocinio e stage ogni anno da molti anni, eppure le storie che ci raccontano al ritorno sono spesso disarmanti per la pochezza dell’esperienza che testimoniano. L’alternanza scuola-lavoro non è formativa di per sé, ma solo se un’esperienza arricchisce l’altra ed entrambe sono degne di stare dentro un percorso formativo. Quando senti dire che dobbiamo permettere presto il contatto con il mondo del lavoro perché c’è la dispersione scolastica stai attento: chi lo dice non vuole il lavoro come alternanza nella scuola ma come sua alternativa per chi è destinato a bocciare. Non ha in mente un’altra idea di scuola, che sappia fi- nalmente interessare, appassionare, coinvolgere tutte le intelligenze, ma ripropone sempre la stessa, solo “a basso dosaggio” per chi la soffre. Bel cambiamento. 

Il secondo più è sulle ore di cultura umanistica. La conoscenza dell’arte, della musica, di una o più lingue straniere, la pratica dell’educazione fisica sono fondamentali per diventare cittadini consapevoli, protagonisti creativi del proprio tempo, ma chi sta nella scuola sa che la frantumazione dell’orario in discipline diverse è già adesso micidiale. I miei studenti, ad esempio, sopportano ogni mese 17 diverse valutazioni, ciascuna che prevede un proprio tipo di studio: com’è possibile usare ancora la logica dell’aggiungere? E se si intende sostituire si ha il coraggio di dire cosa? E la cultura scientifica e quella professionale dove stanno? La riforma Gelmini ha praticamente azzerato le ore delle discipline laboratoriali nei tecnici e nei professionali, si ripristineranno? La mia preoccupazione è che non tutto si potrà fare ovunque e alla fine si aumenteranno le ore di arte e musica solo in certi istituti, quelli dove è possibile farlo. Nella lettera di Renzi agli insegnanti il punto 7 si intitola “Educhiamo cittadini, non solo lavoratori”: condivido, basta che non diventi che educhiamo cittadini in alcune scuole e lavoratori in altre. 

Il terzo più, sui soldi agli insegnanti, sarà probabilmente quello di cui ti avrà maggiormente colpito la reazione negativa. Avrai pensato che gli insegnanti sono gli ultimi difensori di un egualitarismo bieco, una furbizia per nascondere le differenze di capacità e sembrare tutti uguali: si nasconde il merito per nascondere soprattutto il demerito. Non è così semplice. La nostra scuola è cresciuta grazie alla “impersonalità” delle norme che hanno portato a percorsi pubblici per prendere le abilitazioni, vincere i concorsi, essere assunti. Entrati così nelle scuole, è stato possibile che si creasse tra gli insegnanti e tra insegnanti e dirigenti un clima di cooperazione sul quale la scuola ha fondato le sue più importanti conquiste. Non in tutte le scuole è andata così ovviamente, ma dove è successo è lì che è cresciuta la buona scuola che abbiamo. Questo clima non è stato distrutto dall’introduzione del fondo incentivante con il quale la scuola premia i docenti che svolgono attività aggiuntive, assumono incarichi che prevedono maggiori livelli di autonomia e responsabilità. Come vedi a scuola già adesso non siamo poi così tutti uguali, e questo non crea grossi problemi.
Ma premiare la competenza dei docenti nello specifico del proprio insegnamento è cosa molto più difficile. Si entra in un campo dove la singola scuola non avrà mai tutti gli elementi necessari per valutare. Non li ha il dirigente ma nemmeno un nucleo di valutazione che non possiede competenze disciplinari. Non sarebbe meglio usare quei soldi, che per ogni istituto diventano circa 18 mila euro, per spingere ogni scuola a diventare centro di ricerca e sperimentazione sul proprio curricolo; cominciando finalmente a riflettere sui nuovi modi di apprendere e di vivere dei giovani; favorendo la crescita della propria capacità di autovalutazione, fino a fare di esse un elemento fondamentale di un vero sistema nazionale di formazione degli insegnanti? La ricaduta dell’investimento sugli insegnanti non sarebbe molto più significativa se al loro ingresso in una scuola si trovassero coinvolti in un sistema che cresce e li fa crescere in professionalità? 

Più autonomia alla scuola è il quarto punto. Giusto, ma la strada presa è completamente sbagliata. Il dirigente della scuola ha un ruolo centrale nell’autonomia in quanto è responsabile della valorizzazione delle risorse che ci sono. Di questo deve rispondere in prima persona, mentre degli esiti complessivi della scuola risponde insieme agli altri soggetti che ne condividono la responsabilità: gli insegnanti. Sarebbe un disastro se essi saranno ricacciati nel lavoro individuale, nelle aule e nell’anonimato di un collegio svuotato di propria progettualità. Purtroppo, caro lettore, si sta scegliendo la via di una scuola ad “autonomia sbrigativa”, che affida l’indirizzo generale al “capo” e ne controbilancia il potere con l’obbligo di approvazione da parte degli organi collegiali. Una follia: la scuola diventerebbe il luogo di uno scontro permanente oppure quello (più probabile) di una resa immediata e incondizionata. In entrambi i casi, scene da campo di battaglia. E puoi immaginare da solo quale sarà il rapporto di collaborazione e fiducia tra docenti di uno stesso consiglio di classe quando ci saranno i “nominati” dal capo d’istituto accanto agli “anonimi” assegnati dall’ufficio territoriale.

L’ultimo più è sulla continuità che sarebbe garantita con l’assunzione di una parte dei precari. Questo è un fatto positivo e importante, ma mentre inizialmente era stato annunciato che si sarebbe agito per risolvere una volta per tutte questa piaga tipicamente italiana, il provvedimento di cui si sta parlando non lo farà. Restano fuori molti insegnanti a cui si è chiesto di specializzarsi per insegnare pagandosi corsi universitari a prezzi esosi e di prendere abilitazioni e lo hanno fatto. Abbiamo chiesto loro di coprire le falle del sistema scolastico cominciando a insegnare nelle scuole più sperdute, con le cattedre più scomode e lo hanno fatto. Sono gli ultimi da arrivare nelle scuole ed i primi ad essere licenziati dopo l’ultimo scrutinio. Di fatto molti di loro reggono la scuola da decenni in attesa del riconoscimento del loro lavoro. Non si poteva individuare un percorso di assunzione più lento ma che garantisse tutti, davvero tutti quelli che a cui lo dobbiamo? Unica strada per risolvere per sempre, come promesso, il problema del precariato? Tu penserai che comunque è un passo avanti e che non è più il tempo del posto di lavoro garantito, che non lo hai tu e nemmeno i tuoi figli, ma qui si parla di altro: si parla di un lavoro che c’è, di gente che già lo fa e lo perderà non perché lo fa male, ma perché deve essere dato ad un altro. Non solo non è giusto, ma lascerà la scuola senza continuità e ancora precaria. Se vuoi trasformare una palude in una campagna, non ti basta togliere un po’ d’acqua: o la togli tutta o lo scenario resta lo stesso. 

Caro lettore, mi sono rivolto a te perché penso che in realtà sia tu il vero destinatario della videolezione del presidente Renzi: una simile sceneggiata non poteva che risultare sgradevole per gli insegnanti che ne misurano facilmente la superficialità. Però il video di Renzi è utile per farti capire cosa non deve mai diventare la scuola: un luogo dove si parla per convincere con gessetti colorati; un luogo dove non c’è dialogo; un luogo dove gli studenti sono invisibili.