Tradurre il latino: è ancora utile?

Due righe di presentazione

Da molti anni nelle attività del CIDI di Firenze compaiono iniziative relative alla didattica delle lingue classiche.

In corsi di aggiornamento ci sono stati momenti di riflessione sull’insegnamento della lingua, della civiltà, della letteratura, sulle metodologie e sugli strumenti, sui rapporti con le altre discipline.

Tra i numerosi relatori alcuni contributi particolarmente importanti sugli aspetti didattici sono stati forniti dalla professoressa Maria Pace Pieri (docente di Didattica del Latino presso l’Università di Firenze) e dal professor Luciano Stupazzini (docente di latino e greco nel liceo classico a Bologna).

Negli ultimi anni si è formato anche un gruppo di docenti che si riunisce periodicamente e cura le iniziative del CIDI di Firenze relativamente alle lingue classiche. 

ATTIVITA’

Anno scolastico 2000-2001

 Dal 27 febbraio al 3 aprile 2001 si tengono, con cadenza settimanale, degli incontri di laboratorio sul profilo delle discipline classiche all’interno della scuola dell’autonomia: l’obiettivo è discutere materiali, confrontare opinioni, elaborare percorsi per un insegnamento valido, proficuo e adeguato alla situazione scolastica delle discipline classiche.

I docenti  che si interessano del laboratorio sono Giuseppe Baldassarre, Grazia Giovannoni, Franca Bellucci, Marina Brunelli, Irene Mazzocca.

Attività per l’anno scolastico 2001-2002

 Laboratorio sulla didattica delle lingue classiche

inizio: 15.1.2002; seguiranno altri quattro incontri in data da definire

sede del CIDI, piazza SS. Annunziata 12 – Firenze

MATERIALI per la riflessione e discussione

               TRADURRE IL LATINO: E’ ANCORA UTILE?

Si tratta di alcune considerazioni emerse nel corso di aggiornamento tenuto dal CIDI di Firenze:Scripta manent. Incontri sulla didattica del latino.

Non è utile e non è neppure veramente possibile per un alunno la traduzione dal latino, in quanto il latino non è lingua in uso e non esiste la possibilità di verifica con un parlante, come avviene con una lingua moderna.

La traduzione è utile come esercizio scolastico: in quanto permette un avvicinamento alla comprensione del testo latino e perché nel tradurre il latino è assente l’inferenza dell’alunno e perciò l’attenzione deve concentrarsi solo sul testo in oggetto, nel quale sono tutti gli elementi necessari a ricavare il significato del testo stesso.

E comunque la traduzione non può essere lo scopo dello studio del latino, mentre resta un mezzo, valido, per giungere alla comprensione del testo e per apprendere i meccanismi morfosintattici.

Sono alcune osservazioni che sono emerse discutendo della funzione della traduzione nella didattica del latino in un corso di aggiornamento curato dal CIDI di Firenze.

Non è possibile una vera traduzione

Secondo la docente di psicolinguistica Luciana Brandi, dato che nell’approccio a un testo latino è assente l’aspetto referenziale, manca cioè l’aspetto della comunicazione viva, l’operazione di traduzione per un alunno diventa più difficile: infatti deve servirsi di regole derivate dai testi stessi. Così la morfosintassi diventa l’unica guida per orizzontarsi nel lavoro preparatorio e il contenuto sarà evidenziato dalla traduzione stessa. Né può aiutare l’ordine delle parole, che per lo più è diverso rispetto a quello dell’italiano. Per cui tradurre il latino è un’operazione che assomiglia molto a un calcolo matematico.

Se manca l’aspetto referenziale, c’è invece una proiezione dell’unico mezzo comunicativo da parte dell’alunno: la lingua italiana. Cosa che accresce il rischio di fraintendere. E’ evidente perciò che solo una familiarità con la lingua e col testo può aiutare a raggiungere un buon risultato. Questo fatto inpone di non proporre frasi frammentarie, ma sempre testi abbastanza ampi.

Con queste premesse non merita naturalmente neppure di essere presa in considerazione l’idea della traduzione dall’italiano in latino, in quanto operazione astratta più che mai, in cui si creano testi astratti applicando regole astratte desunte da altri testi.

Obiettivo primario è la comprensione del testo

Secondo Luciano Stupazzini la traduzione non dev’essere il fine del lavoro didattico. L’obiettivo primario resta la comprensione del testo e tradurre è un’abilità speciale diversa da quella del capire. Per cui la traduzione è un mezzo, utile fra l’altro per la verifica della competenza linguistica, ma solo un mezzo. Nel fissare delle priorità nell’insegnamento del latino e nell’organizzare il programma, certamente occorre dare più spazio agli aspetti culturali e mettere al centro la comprensione del testo. Anche la prova scritta invece di essere un brano avulso dal lavoro che si sta svolgendo sarebbe opportuno che si collegasse al testo che si sta leggendo per esteso.

Sulla centralità del testo ha insistito anche Lina Grossi, che ha auspicato che col tempo si riesca a superare la divisione adesso presente nei programmi e nei testi scolastici tra traduzione, lettura dei testi e letteratura. Partendo dal testo sono molteplici, oltre alla traduzione, le operazioni linguistiche e culturali che si possono avviare per l’apprendimento della lingua latina e per ampliare la conoscenza del mondo latino.

Nuove metodologie didattiche

Un rinnovamento della didattica del latino dovrà passare attraverso il ripensamento dei metodi d’insegnamento grammaticale: a questo proposito Gennaro Lopez ha evidenziato pregi e difetti della grammatica della dipendenza applicata al latino.

A me sembra che in questo momento particolare della scuola italiana, con una media riformata e un biennio della secondaria dalla fisionomia ancora incerta, occorra riflettere sui prerequisiti necessari negli alunni che iniziano lo studio del latino, su come verificarli e come ottenerli nel caso non ci siano, e  precisare gli obiettivi da raggiungere individuando strategie e mezzi adeguati.

La programmazione deve tenere conto dell’intero quinquennio  superando quella cesura che talvolta ancora persiste tra biennio e triennio, riguardo a metodologia e a obiettivi.

Quanto all’aspetto metodologico dell’insegnamento della  traduzione, secondo Adriana Miniati non è utile lo studio delle regole in modo mnemonico, mentre risulta molto più valido il lavoro di riconoscimento degli elementi all’interno del contesto. E se anche non si può negare l’efficacia di alcuni metodi empirici di analisi precedenti alla traduzione, non si può neppure ignorare la difficoltà implicita nell’operazione stessa: occorre fare l’analisi morfosointattica per giungere a comprendere il testo, ma occorre anche conoscere il testo per poter fare una buona analisi morfosintattica.

Come valutare una traduzione?

Problema non secondario è poi quello della valutazione di una traduzione usata come verifica in classe. In questo caso il raggiungimento di oggettività e uniformità di valutazione all’interno della classe è un obiettivo da perseguire, anche per instaurare un clima di lavoro più sereno e, soprattutto, perché l’alunno si renda conto degli elementi positivi e negativi che concorrono alla valutazione della sua traduzione e possa più facilmente migliorare.

Rosanna Morlino, a questo proposito, ha presentato un interessante metodo computerizzato per una valutazione della traduzione: il metodo è riducibile a una formula matematica ed è solo apparentemente più laborioso rispetto a un normale sistema di valutazione usato dall’insegnante. In effetti permette una razionalizzazione del procedimento per giungere alla valutazione e un’ottimizzazione del tempo di correzione. Inoltre la possibilità di comparare in maniera agevole davanti all’intera classe i risultati ottenuti classe via via nel corso dell’anno, permette d’individuare tempestivamente gli eventuali problemi e l’adozione di strategie per risolverli.

Insomma, mentre il latino è quello a noi consegnato in maniera definitiva dai testi, la didattica del latino deve necessariamente tener conto dell’evolversi della scuola e della società: in questo contesto riflettere sulla didattica del latino, e della traduzione, non è dibattito ozioso, anzi può riservare delle sorprese. 

                                      GIUSEPPE   BALDASSARRE

                                                     (“Insegnare” 7-8, 1996)

RIFLESSIONE SU “DISCIPLINE CLASSICHE ” NELLA SCUOLA DELL’AUTONOMIA

Premessa: QUALI   DATE?

L’impianto della scuola di “Discipline classiche ” va riferita alla “Riforma Gentile” del 1925 e all’intervento “Bottai” della primavera 1936 (nel dopoguerra, il D. MPI 1.12.’52 ripropone orario, piano di studio, “filosofia”:nel ginnasio, “attraverso la conoscenza dei migliori autori, il giovane svilupperà “il gusto e la capacità dell’espressione aderente e sentita, e renderà consapevole il suo giudizio estetico; nel liceo classico, “lo studio della letteratura” si accompagnerà a letture di documenti e “passi caratteristici per lo stile”, in modo da cogliere i tratti  distintivi di autori ed epoche e “provocare da parte degli alunni precise formulazioni orali e scritte dei loro sentimenti e giudizi”).

Provvedimenti successivi (pur storici: mi riferisco alla L.31.12.’62 n. 1859 “Istituzione e ordinamento della scuola media statale” : è abolito l’insegnamento del latino, introducendo invece nella seconda lasse conoscenze integrative dell’italiano ; il latino è autonomo e facoltativo nella classe terza, con esame solo per accedere al liceo classico), non  cambiano l’impianto, comportando solo adeguamenti ( Decreto MPI 24.4.’63, Programmi della scuola media: da scuola del latino si passa a scuola di primo orientamento; ordinanza MPI 2.5.’65 “Modifica dei programmi di studio del latino nelle classi del ginnasio, nelle prime due classi del liceo scientifico e nella prima classe dell’istituto magistrale; ordinanza MPI 20 marzo 1967 “Nuovi programmi di latino nei licei classici e scientifici e negli istituti magistrali”. Si parla di studio linguistico che va “sensibilmente ridimensionato”, mirando ai “costrutti essenziali”. Si insiste di più a veicolare, attraverso la lettura “nei testi originali o in traduzioni”, l’ambientazione:”penetrare nel mondo romano nei suoi aspetti più vari e vivi” .Adeguamento analogo per il greco, col decreto PR 25 settembre 1967 n. 1030″Modificazioni dei programmi di insegnamento del greco nel ginnasio liceo: “anche lo studio del greco dovrà essere sensibilmente ridimensionato nel senso che esso dovrà mettere in luce le regole morfologiche essenziali “. Analoga anche la formula di “penetrare il mondo greco nei suoi aspetti più vari e più vivi”)

Si devono considerare invece  cambiamenti di struttura quelli che compaiono nell’estate del 1977, forieri dei “Nuovi Programmi della Scuola Media”  (Decreto MPI 9.2.1979)

1)   I nuovi programmi della scuola media

2)   La sostanziale immobilità dei programmi di liceo classico

3)   Il liceo classico come baluardo: il deteriorarsi della qualità dello studio del latino negli altri indirizzi; la scarsa progettualità  e interdisciplinarietà nel classico; politiche concorsuali non produttive.

 D’altra parte i “provvedimenti storici” sono intervenuti sul segmento iniziale del percorso di studi classici. Provvedimenti di legge significativi sul complesso della scuola sono stati i “Decreti Delegati” del 1974:  non sembrano aver contatti con l’insegnamento del classico.  Tuttavia, se riguardiamo il lungo periodo di 25 anni fra il ’75 e il ’99 -l’anno in cui si applicano i primi strumenti dell’AUTONOMIA, colpisce l’arricchirsi e complicarsi della media superiore: questo fenomeno risale in realtà ad uno dei D.D., il 419, promotore di sperimentazioni in tutto l’arco della scuola, secondo due diversi articoli, il 2 e il 3.

Questo periodo venticinquennale non si presta a lapidarie definizioni: la mia valutazione è che sia stato di modesta rilevanza per l’insegnamento delle discipline classiche (citerei qui l’istituzione del “Liceo Europeo”, la sperimentazione con Storia dell’arte a partire dal ginnasio, quella con il Diritto dal ginnasio, quella con la lingua straniera fino all’ultimo anno, quella con il rafforzamento dello studio scientifico e introduzione di informatica dal ginnasio).

 Ritengo però sia stato l’humus su cui si è impiantata  quella “cultura dell’Autonomia” che ha spinto a ridisegnare il complesso della scuola (e in questo processo non sottovaluterei il travaglio dei presidi, che, acquisendo responsabilità e campi d’intervento nuovi, si sono fatti soggetto protagonista che ha spinto poderosamente verso un sistema scolastico che li collocasse come colonne portanti, sostituendo una configurazione orizzontale a quella tradizionalmente verticale del Ministero P.I.)

                                                                                               Franca Bellucci

                                                                       Liceo Classico ‘Virgilio’ – Empoli

 RIFLESSIONE SU “DISCIPLINE CLASSICHE ” NELLA SCUOLA DELL’AUTONOMIA

Premessa: QUALI   DATE?

L’impianto della scuola di “Discipline classiche ” va riferita alla “Riforma Gentile” del 1925 e all’intervento “Bottai” della primavera 1936 (nel dopoguerra, il D. MPI 1.12.’52 ripropone orario, piano di studio, “filosofia”:nel ginnasio, “attraverso la conoscenza dei migliori autori, il giovane svilupperà “il gusto e la capacità dell’espressione aderente e sentita, e renderà consapevole il suo giudizio estetico; nel liceo classico, “lo studio della letteratura” si accompagnerà a letture di documenti e “passi caratteristici per lo stile”, in modo da cogliere i tratti  distintivi di autori ed epoche e “provocare da parte degli alunni precise formulazioni orali e scritte dei loro sentimenti e giudizi”).

Provvedimenti successivi (pur storici: mi riferisco alla L.31.12.’62 n. 1859 “Istituzione e ordinamento della scuola media statale” : è abolito l’insegnamento del latino, introducendo invece nella seconda lasse conoscenze integrative dell’italiano ; il latino è autonomo e facoltativo nella classe terza, con esame solo per accedere al liceo classico), non  cambiano l’impianto, comportando solo adeguamenti ( Decreto MPI 24.4.’63, Programmi della scuola media: da scuola del latino si passa a scuola di primo orientamento; ordinanza MPI 2.5.’65 “Modifica dei programmi di studio del latino nelle classi del ginnasio, nelle prime due classi del liceo scientifico e nella prima classe dell’istituto magistrale; ordinanza MPI 20 marzo 1967 “Nuovi programmi di latino nei licei classici e scientifici e negli istituti magistrali”. Si parla di studio linguistico che va “sensibilmente ridimensionato”, mirando ai “costrutti essenziali”. Si insiste di più a veicolare, attraverso la lettura “nei testi originali o in traduzioni”, l’ambientazione:”penetrare nel mondo romano nei suoi aspetti più vari e vivi” .Adeguamento analogo per il greco, col decreto PR 25 settembre 1967 n. 1030″Modificazioni dei programmi di insegnamento del greco nel ginnasio liceo: “anche lo studio del greco dovrà essere sensibilmente ridimensionato nel senso che esso dovrà mettere in luce le regole morfologiche essenziali “. Analoga anche la formula di “penetrare il mondo greco nei suoi aspetti più vari e più vivi”)

Si devono considerare invece  cambiamenti di struttura quelli che compaiono nell’estate del 1977, forieri dei “Nuovi Programmi della Scuola Media”  (Decreto MPI 9.2.1979)

4)   I nuovi programmi della scuola media

5)   La sostanziale immobilità dei programmi di liceo classico

6)   Il liceo classico come baluardo: il deteriorarsi della qualità dello studio del latino negli altri indirizzi; la scarsa progettualità  e interdisciplinarietà nel classico; politiche concorsuali non produttive.

 D’altra parte i “provvedimenti storici” sono intervenuti sul segmento iniziale del percorso di studi classici. Provvedimenti di legge significativi sul complesso della scuola sono stati i “Decreti Delegati” del 1974:  non sembrano aver contatti con l’insegnamento del classico.  Tuttavia, se riguardiamo il lungo periodo di 25 anni fra il ’75 e il ’99 -l’anno in cui si applicano i primi strumenti dell’AUTONOMIA, colpisce l’arricchirsi e complicarsi della media superiore: questo fenomeno risale in realtà ad uno dei D.D., il 419, promotore di sperimentazioni in tutto l’arco della scuola, secondo due diversi articoli, il 2 e il 3.

Questo periodo venticinquennale non si presta a lapidarie definizioni: la mia valutazione è che sia stato di modesta rilevanza per l’insegnamento delle discipline classiche (citerei qui l’istituzione del “Liceo Europeo”, la sperimentazione con Storia dell’arte a partire dal ginnasio, quella con il Diritto dal ginnasio, quella con la lingua straniera fino all’ultimo anno, quella con il rafforzamento dello studio scientifico e introduzione di informatica dal ginnasio).

 Ritengo però sia stato l’humus su cui si è impiantata  quella “cultura dell’Autonomia” che ha spinto a ridisegnare il complesso della scuola (e in questo processo non sottovaluterei il travaglio dei presidi, che, acquisendo responsabilità e campi d’intervento nuovi, si sono fatti soggetto protagonista che ha spinto poderosamente verso un sistema scolastico che li collocasse come colonne portanti, sostituendo una configurazione orizzontale a quella tradizionalmente verticale del Ministero P.I.)

                                                                                               Franca Bellucci

                                                           Liceo Classico ‘Virgilio’ – Empoli

Una proposta didattica relativa ai nuclei fondanti del latino

Il nucleo fondante è la via più sistematica, che ci rende “familiare” qualunque brano nel suo profilo di evocazioni, di influenze, di riprese: lessicali, morfologiche, sintattiche, perché lo svela e lo illumina in tutte le componenti più “vive”, ponendosi in una visione di continuo intrattenimento. E’ proprio il confronto fra le differenze, che potenzia le attitudini argomentative ed euristiche insieme, quando si configura, sino dall’ inizio, come percorso essenziale, che ritorna, consolidato, nel suo spessore formativo in molteplici unità di questa disciplina. Le sequenze, richiamandosi sistematicamente, convergono tutte verso una meta organica, ovvero non sono separabili, né chiuse in sé, perché fanno parte di un Unicum, che arricchendosi di continuo, costituisce la struttura generativa di conoscenze, mai allotrie. Per nessun altra delle materie insegnate nella scuola secondaria superiore, come il latino è possibile esemplificare, efficacemente in questa luce il nucleo fondante, tenendo l’attenzione rivolta, in prevalenza all’ ambito culturale, soprattutto durante il triennio del liceo classico. Il tema fondante è molto problematico, ma anche ricco di interesse, consentendoci di verificare su una silloge di testi assai rappresentativi la qualità di una paideìa  sostanziale, che postula rapporti di collaborazione e di solidarietà fra gli individui,  facendoci aprire ad una prospettiva europea.  Muovo dagli ANNALES di Ennio, che ci offre uno splendido passo, dove il console Servilio, dopo un discorso ufficiale chiama a sé l’ amico più fidato per un distensivo colloquio:

Haec locutus vocat quocum bene saepe libenter mensam sermonesque suos rerum suarum comiter impertit,magnam cum lassus diei partem fuisset de summis rebus regundis consilio in foro lato sanctoque senatu,cui res audacter magnas parvasque iocumque eloqueretur,cuncta simul malaque et bona dictu evomeret,si qui vellet,tutoque locaret.        (vv. 268-275, edizione curata da O.Skutsch,The Annals of Ennius, Oxford 1985)

Potremmo chiederci subito, seguendo quest’ itinerario com’ era percepita l’ amicizia nel periodo arcaico, quando gli antichi costumi e le imprese militari e politiche avevano favorito la dominazione di Roma in Italia e nel Mediterraneo occidentale?

PRIMO ITINERARIO: il tempo, le due figure e i ruoli di ciascuna.

Proseguo con un brano tratto dalle Epistulae ad familiares (IV,6) di Cicerone, che risponde con profonda amarezza a Servio Sulpicio, illustre giurista, dopo che l’ amico gli aveva inviato una lunga lettera per consolarlo della scomparsa della figlia Tullia, così amata: il fatto risale al 45 a.C.

Sed cum cogitem haec mihi tecum et cum quibusdam esse communia et cum frangerem iam ipse me cogeremque illa ferre toleranter habebam,quo confugere,ubi conquiescerem,cuius in sermone et suavitate omnes curas doloresque deponerem.Nunc autem,hoc tam gravi vulnere,etiam illa,quae consanuisse videbantur,recrudescunt.

Ritorna in primo piano il tema costituente” dell’ amicizia, ma questa volta è collegato ad un motivo basilare durante l’ età di Cesare: l’importanza, determinante, attribuita alla lotta politica, che anche a Cicerone interamente sconvolto dal dolore, appariva l’ unico conforto a qualsiasi tipo di afflizione, anche la più intensa e devastante.

SECONDO ITINERARIO: l’uomo di fronte al suo patimento osservato, nelle pieghe più profonde dell’ anima.

Termino con una bellissima descrizione di Tacito Historiae I,40,nella quale l’ autore ci ricostruisce il clima di spasmodica attesa, che precede l’ assassinio di Galba e poi il tragico evento, accaduto nel gennaio del 69 d.C. durante il primo impero proprio nel momento del trapasso dalla dinastia giulio-claudia a quella flavia. Sembra, almeno all’ inizio, che il nucleo fondante, suggerito a noi dalle pagine di Ennio e di Cicerone, non c’entri per niente, invece è tutto il contrario. Galba, vecchio imperatore per alcune settimane costretto dall’ età a muoversi in portantina, é trucidato ora crudelmente, non perché é inerme e non sa difendersi, ma perché non ha amici, che siano capaci di sostenerlo in maniera energica. All’ amicizia da lungo tempo si é sostituito l’ inganno, al quale si aggiungono spesso presso la corte imperiale il tradimento, il veneficio, l’ esecrazione della memoria.

Igitur milites Romani,quasi Vologaesum aut Pacorum avito Arseidarum solio depulsuri ac non imperatorem suum inermem et senem trucidare pergerent,disiecta plebe,proculcato senatu,truces armis,rapidi equis,forum inrumpunt.Nec illos Capitolii aspectus et imminentium templorum religio et priores et futuri principes terruére,quo minus facerent scelus,cuius ultor est quisquis successit.

TERZO ITINERARIO: la tragedia, provocata dalla confusione militare.

Il nucleo fondante dell’ amicizia ci permette di rintracciare, piacevolmente, gli aspetti trasversali, che sono contigui a varie materie come l’ antropologia, la filosofia, la storia, le arti figurative, derivandone orientamenti sempre più chiari senza alcun accumulo di componenti letterarie storiche.

Per l’ applicazione in classe(II liceo classico)di questa mia proposta suggerisco una scheda di approfondimento critico delle tre opere ricordate, considerando l’ amicizia sia come valore etico-civile, consacrato nel mos maiorum, sia come pietra di paragone per conoscere, più a fondo, la cultura di tre periodi così diversi della storia romana. Naturalmente non potrà mancare una essenziale biografia ragionata sull’ argomento.

                                                 Graziano Micheli

                                    Liceo Classico ‘Galileo’ – Firenze

Laboratorio e Curricolo Verticale nella Scuola di Base: la Matematica

Il laboratorio di matematica e i programmi della scuola di base

Un breve excursus sui più recenti processi di riforma della scuola di base consente di collocare il problema del laboratorio di matematica all’interno di una riflessione più generale.

Il punto di partenza del nostro percorso non può che essere la rilettura dei programmi della scuola media del 1979; in essi, infatti, fa la sua prima esplicita e organica apparizione il laboratorio di matematica. Siamo (stiamo parlando degli anni settanta!) in anni di grande fervore innovativo e vengono chiamati a contribuire alla stesura dei programmi molti insegnanti e ricercatori che hanno maturato sul campo una concezione avanzata della didattica; in particolare, per quanto riguarda le Scienze matematiche, chimiche, fisiche e naturali, i programmi mostrano in filigrana l’elaborazione ricca, feconda e ormai pluriennale di Emma Castelnuovo. La parte relativa alla matematica dei programmi del ’79 è organizzata – prima sostanziale novità – in temi, ognuno dei quali fa riferimento a specificicontenuti: dunque cade la prescrizione rigida di una sequenza temporale. Inoltre, acquisiscono per la prima volta un peso considerevole aspetti e argomenti tradizionalmente assenti o marginali: la geometria delle trasformazioni, la matematica del probabile, il metodo delle coordinate, ecc. Ancora: l’elencazione di temi e contenuti è accompagnata da precisi orientamenti per la “lettura” dei contenuti, che forniscono una chiave interpretativa fondamentale. Ma, per quello che qui maggiormente ci interessa, è indicativa la lettura dei Suggerimenti metodologici con cui si aprono i programmi di matematica e scienze. Al primo punto di tali suggerimenti leggiamo:

“Il processo di avviamento al metodo scientifico proposto agli alunni dovrà rispettare i tempi e le modalità di apprendimento caratteristici della loro età: dovrà quindi muovere da ciò che può stimolare la loro curiosità e la loro intuizione, da esperienze facilmente comprensibili, dalla operatività e indirizzare alla sistematicità, grazie alla progressiva maturazione dei processi astrattivi.

Pertanto gli allievi saranno impegnati, individualmente e in gruppo, in momenti operativi, indagini e riflessioni opportunamente guidati e integrati dall’insegnante, giungendo, secondo la natura del tema, a sviluppi matematici più approfonditi e generali e, rispettivamente, ad un quadro coerente di risultati sperimentali. In molti casi l’indagine sperimentale  e quella matematica potranno proseguire a lungo assieme, integrandosi senza confondersi.

Si sottolinea l’importanza di questa attività di laboratorio non solo, come è ovvio, per le scienze sperimentali, ma anche per la matematica (procedimenti di misura, rilevazioni statistiche e costruzioni di grafici,  costruzioni di geometria piana e spaziale, ecc.) …”

Dunque, nei programmi del ’79 troviamo – per la prima volta al di fuori dell’ambito della ricerca e della sperimentazione, in un documento “ufficiale” e impegnativo per l’intera comunità docente – la dizione “laboratorio di matematica”; e la troviamo all’interno di un contesto innovativo coerente e compatto, che dà a questa dizione un senso preciso e una valenza significativa. Il fatto che il progetto culturale “alto” e didatticamente avanzato sotteso ai programmi del ’79 non sia davvero e fino in fondo “passato” nella realtà della scuola resta motivo di amarezza (oltreché, ovviamente, di riflessione). Si è trattato certamente di un’occasione in gran parte perduta; e le cause di tale parziale insuccesso vanno forse ricercate in un duplice limite: da una parte un limite derivante dalle condizioni al contorno (non è pensabile un’operazione innovativa di tali dimensioni senza uno specifico lavoro – dire attività di aggiornamento è riduttivo – per e con gli insegnanti); dall’altra un limite intrinseco ai programmi stessi, forse non sufficientemente espliciti nell’indicare la “rottura” didattica necessaria alla loro effettiva “pratica” (a volte, sulla via dell’innovazione, è necessario anche sancire in modo inequivocabile ciò che non va fatto, ciò che va abbandonato della tradizione didattica).

Se è vero che i programmi del ’79 non sono arrivati mai a “vincere” la battaglia di una loro penetrazione massiccia nella scuola reale, è anche vero che essi hanno “rinforzato” gli insegnanti impegnati nella sperimentazione didattica e hanno mantenuto comunque aperta una prospettiva di innovazione. Sotto quest’ultimo aspetto i programmi del ’79 hanno dati frutti copiosi nel momento in cui è stata intrapresa la riscrittura dei programmi per la scuola primaria.

Siamo nel 1985, e i nuovi programmi di matematica per le elementari varati in quell’anno conservano e espandono l’approccio e la filosofia di fondo dei programmi della scuola media; e anche la loro organizzazione interna è in qualche modo “figlia” dei programmi del ’79. Dal punto di vista che qui più ci preme, lo spirito complessivo che li anima risulta “consonante” con un’impostazione laboratoriale della didattica. Ci limitiamo dunque a citare un passo delle Indicazioni didattiche che ci sembra significativo in questo senso:

“Nel conseguimento dei diversi obiettivi è importante procedere in modo costruttivo e significativo, fornendo agli alunni una adeguata base manipolatoria e rappresentativa. Ciascun alunno va messo in condizione di utilizzare, inizialmente, materiali diversi, comuni o strutturati, che forniscano adeguati modelli dei concetti matematici implicati nelle varie procedure operative. Tuttavia è importante che egli si distacchi, ad un certo punto, dalla manipolazione dei materiali stessi per arrivare a utilizzare soltanto le relative rappresentazioni mentali nella esecuzione e nella interpretazione dei compiti a lui assegnati.

Il passaggio dall’esperienza alla rappresentazione e quindi alla formalizzazione può avvenire muovendo dalle situazioni più varie: fra di esse un ruolo importante hanno le più naturali e spontanee: quelle di gioco. Ogni attività di gioco e di lavoro, ben impostata e condotta, favorisce una attività intellettuale controllata e educa al confronto di idee, comportamenti, soluzioni alternative, in un clima positivo di socializzazione.”

Dunque, anche se non viene esplicitamente menzionato il laboratorio di matematica, si propongono attività ludiche e di lavoro che favoriscano e sviluppino confronto, discussione, esame di alternative: si delinea per questa via la possibilità di ipotizzare una costruzione di sapere matematico segnata da un taglio fortemente laboratoriale.

Ma veniamo ai nostri giorni, o comunque a giorni a noi vicini: le Indicazioni curricolari del 2000-2001, definite nell’ambito del riordino dei cicli promosso dai ministri Berlinguer e De Mauro, avevano l’ambizione di costituire, all’interno finalmente di un progetto organico, il punto di arrivo, il momento conclusivo della fase di ricerca e sperimentazione di cui i programmi del ’79 e dell’85 erano state le tappe più significative anche se non uniche. Sappiamo che le vicende politiche (la vittoria del centro-destra nelle elezioni del 2001) hanno cancellato questa elaborazione; ciò non toglie che valga la pena di riconsiderare gli esiti del lavoro compiuto tra il 1997 e il 2001 dalle commissioni attivate da Berlinguer (gruppo dei saggi) e De Mauro (commissione per il riordino dei cicli), se non altro perché si trattava del primo tentativo di disegnare unitariamente un percorso riformatore della scuola italiana, dalla scuola dell’infanzia alla scuola superiore. Non è questa la sede per un’analisi complessiva delle Indicazioni curricolari e dei connessi Obiettivi specifici di apprendimento relativi alle competenze degli alunni in ambito matematico. Ci limitiamo a segnalare, in un contesto in cui le parole chiave diventano curricolo e competenze, e dunque l’accento viene spostato dalla prescrittività e sequenzialità dei contenuti al senso complessivo di un percorso, quanto attiene più direttamente al tema della laboratorialità. Troviamo così, già nella premessa dei materiali (per tutti gli ambiti disciplinari) il seguente passo:

“Sul versante della didattica, essa valorizza simultaneamente la classe e il laboratorio come luoghi in cui si promuovono i processi di alfabetizzazione e di socializzazione. Entrambi costituiscono, infatti, luoghi formativi della relazione e della conoscenza, da collocare in un quadro di scuola aperta sia verso l’esterno, attraverso le interazioni e l’ integrazione con l’ambiente, sia al proprio interno, attraverso la flessibile alternanza delle attività e dell’impiego degli spazi.”

E ancora, in termini generali:

“La classe, dunque, sia nella sua forma tradizionalmente collocata nell’aula, sia in forme laboratoriali, va considerata non come un insieme di individui, ma come una comunità di apprendimento, in cui allieve e allievi vengono a trovare le condizioni ottimali sia per l’apprendimento individuale, in relazione alle capacità e caratteristiche di ciascuno, sia per la partecipazione ad attività comuni.

La distinzione tra gli ambiti e le discipline le cui attività vengono svolte prevalentemente nell’aula classe, da un lato, e quelli che richiedono ambienti di apprendimento appositamente attrezzati, dall’altro, non va considerata come separazione, ma in un’ottica di continuità e integrazione. In ciascun ambito e disciplina vi sono molteplici occasioni di attività dentro e fuori l’aula-classe: basti pensare all’uso del laboratorio nell’educazione linguistica e in quella scientifica, ma anche, più in generale, alla dinamica di tutte le situazioni didattiche in cui momenti “fermi”, anche se non necessariamente statici, quali la spiegazione, l’ascolto, la riflessione, la rielaborazione, la discussione con i compagni e gli insegnanti, si alternano ad altri di decisa operatività. Questa alternanza di momenti diversi di insegnamento-apprendimento verrà a caratterizzare tutti gli ambiti e tutte le discipline, in un rapporto di continuità e di integrazione: lo sviluppo delle competenze implica la complementarità di situazioni diverse di apprendimento.

Le esperienze nelle aule appositamente attrezzate sono essenziali per la formazione degli allievi. Attraverso quelle esperienze, infatti, gli allievi vengono a contatto con vari linguaggi e dunque con nuovi strumenti di espressione personale e comprensione della realtà. Tali strumenti, se adeguatamente valorizzati in un’impostazione didattica mirata al raccordo degli apprendimenti, integrano e arricchiscono le conoscenze negli ambiti specifici. Attraverso l’esperienza di modi diversi di stare a scuola gli alunni diventano insomma consapevoli del diverso tipo di impegno che le situazioni dentro e fuori l’aula classe richiedono e sviluppano, in molteplici forme di interazione con gli insegnanti e i compagni, la propria identità. La consapevolezza che essere allievi significa impegnarsi con gli insegnanti e i compagni in progetti di apprendimento importanti e significativi è alla base della motivazione ad apprendere.

Compito della scuola, e particolarmente del gruppo docente, è non solo di predisporre, quando possibile, situazioni di apprendimento in grado di stimolare l’interesse e il coinvolgimento degli allievi, ma anche di garantire condizioni ottimali per l’apprendimento. Allievi e allieve vanno aiutati a dare un significato a ciò che imparano, proponendo loro attività di un appropriato livello di difficoltà in modo che essi possano sentirsi valorizzati e in grado di affrontare l’impegno scolastico, sollecitando la capacità di ragionare e di valutare insieme con insegnanti e compagni il lavoro fatto, le difficoltà incontrate e gli obiettivi ancora da raggiungere, in un clima cooperativo che faciliti e renda più significative le attività, in relazione agli obiettivi e ai progetti. Queste condizioni contribuiscono a formare nelle allieve e negli allievi la consapevolezza che apprendere è anche un’assunzione di responsabilità.”

Per quanto riguarda specificamente la matematica, vengono individuati quattro nuclei tematici, caratterizzanti i contenuti dell’educazione matematica nell’intera scuola di base: il numero, lo spazio e le figure, le relazioni, i dati e le previsioni. Vi sono poi tre nuclei trasversali, centrati sui processi degli allievi: misurare, argomentare e congetturare, risolvere e porsi problemi. Le finalità dell’insegnamento-apprendimento della matematica vengono ampiamente illustrate (al solito ci limitiamo a citare alcuni passi, i più attinenti alle tematiche al centro di questo libretto[1]; la maggiore lunghezza della citazione è giustificata proprio dal carattere di riepilogo di decenni di elaborazione e ricerca che ha il documento della commissione De Mauro):

“Il linguaggio e il ragionamento matematico devono essere considerati strumenti per l’interpretazione del reale e per la costruzione di concetti, di modelli, di proprie modalità di pensiero, e non un puro esercizio logico o un astratto bagaglio di nozioni. Nella scuola di base la costruzione di competenze matematiche va perseguita in opportuni campi di esperienza, ricchi e motivanti, che permettano agli studenti esperienze cognitive significative, consonanti con quelle esperite in contesti linguistici, storici, sperimentali, motori, figurativi e ludici. A partire da esperienze vissute nella scuola dell’infanzia, nei contesti di gioco della vita familiare e sociale, bambine e bambini maturano consuetudine con il calcolo, con il gioco dei se e dei ma, imparano a intuire, immaginare, porsi dei problemi, incontrano nei fatti il ragionamento matematico. Tali consuetudini matureranno soprattutto se gli insegnanti utilizzeranno più di una modalità di lavoro, ad integrazione della lezione tradizionale. In particolare, sarà fondamentale il laboratorio di matematica, che permetterà agli allievi non solo di eseguire ma anche di progettare, discutere, fare ipotesi, costruire e manipolare con materiali diversi, sperimentare e controllare la validità delle ipotesi fatte. Grande importanza come mediatori nei processi di acquisizione di conoscenza e nel supporto alla comprensione del nesso tra idee matematiche e cultura assumono gli strumenti, dai più semplici, come i materiali manipolabili, ai più complessi quali, tipicamente, il computer o le calcolatrici numeriche e simboliche.

È comunque essenziale nel processo di insegnamento-apprendimento di questa disciplina collegare strettamente esperienze di vita e riflessione su di esse con un progressivo processo di astrazione tipico delle procedure matematiche. Calibrando adeguatamente i ritmi dell’azione di insegnamento alle reali esigenze degli studenti, in una didattica che, per la matematica deve essere lunga e di graduale assimilazione, l’insegnante, avvalendosi di contesto e strumenti opportuni, utilizzerà problemi e situazioni al fine di mobilitare le risorse intellettuali degli studenti per contribuire alla loro formazione generale.

In tutte le attività sarà essenziale la mediazione del linguaggio naturale, sia parlato sia scritto: l’esperienza e la verbalizzazione col linguaggio naturale dovranno precedere la formalizzazione e la riflessione sui sistemi di notazione simbolica propri della matematica…

L’acquisizione del linguaggio rigoroso della matematica deve essere quindi un obiettivo da raggiungere nel lungo periodo e una conquista cui gli allievi giungono, col supporto dell’insegnante, a partire dalle loro concrete produzione verbali, quasi sempre imprecise ma ricche di significato per l’allievo: queste vanno messe a confronto e opportunamente discusse nella classe per giungere così a riconoscere, nell’uso di simboli e scritture formali, forme sintetiche di espressione del linguaggio naturale, con il loro alfabeto, regole di costruzione di scritture corrette e sintassi.”

Con le elezioni del 2001 si produce una cesura nel processo innovativo. Per le problematiche che qui ci interessano, la nuova gestione si incarna nelle Indicazioni nazionali per i piani di studio personalizzati nella scuola primaria e nella scuola secondaria di primo grado. Si tratta, al momento, solo di enunciazioni di linee guida, giacché sono ancora in via di predisposizione e di approvazione i decreti attuativi che dovrebbero “implementare” il progetto morattiano (e non è difficile prevedere che questi passaggi risulteranno tormentati e dunque tutt’altro che rapidi).

Il documento in questione appare piuttosto diverso dai precedenti; non mancano, ovviamente,  notazioni didattiche e elenchi di contenuti; ma, laddove programmi e indicazioni sono in generale portatori di un disegno innovatore, si sforzano di aprire un orizzonte, propongono una linea di ricerca, nel caso delle Indicazioni nazionali per i piani di studio personalizzati – almeno per l’ambito matematico, e in particolare per il livello scuola media – sembrano limitarsi, nella sostanza, a “fotografare”, con qualche aggiustamento, la didattica tradizionale. Questa constatazione richiederebbe, evidentemente, un’analisi dettagliata che la sostenesse e la argomentasse; ma, di nuovo, non è questa la sede[2]. Ci soffermiamo quindi, anche in questo caso, solo sul nesso che si stabilisce – anzi, che nonsi stabilisce – tra didattica della matematica e ruolo del laboratorio. A titolo di esempio, segnaliamo l’impianto piuttosto tradizionale della geometria, impianto che non favorisce di certo – anche se non preclude – la possibilità di un significativo lavoro laboratoriale (anche in considerazione dello scarso rilievo attribuito alla “geometria delle trasformazioni”), o la scelta di una formalizzazione precoce in ambito aritmetico-algebrico, scelta che rischia di chiudere davvero troppo in fretta la necessaria fase di “attribuzione di senso” alle manipolazioni di simboli e formule.

Ma è lo spirito complessivo delle Indicazioni che sembra negare l’idea di una costruzione progressiva e ragionata del sapere matematico in cui giochino un ruolo centrale le attività di tipo laboratoriale, intendendo questo attributo in senso lato; certamente, quindi, un passo indietro rispetto all’elaborazione “alta” della commissione De Mauro. Ciò nonostante non vengono a mancare le condizioni perché chi sia interessato a sperimentare percorsi innovativi possa farlo: un uso intelligente dell’autonomia delle scuole, concentrato sulla ricerca e sperimentazione piuttosto che su elementi accessori e la stessa creatività del singolo insegnante, hanno ancora la possibilità di produrre proposte didattiche significative e alternative rispetto all’esistente. Dunque, non è certo il caso di rinunciare a ragionare sull’innovazione: la necessità dell’innovazione, per chiunque operi nella scuola, va la di là di materiali e programmi di volta in volta prodotti dagli uffici ministeriali, non è legata alle contingenze, fa riferimento a tempi più lunghi e si confronta con una realtà scolastica che, per il  suo essere viva, variegata, complessa, pone domande e problemi da cui non si può comunque prescindere.

Che cosa significa laboratorio di matematica?

Dopo aver rapidamente richiamato il contesto al cui interno si colloca la nostra riflessione, soffermiamoci sul significato da attribuire all’impostazione laboratoriale della didattica in ambito matematico. Ma allora si pone una questione preliminare: che cosa è un laboratorio (di matematica)? Infatti, la prima accezione che viene in mente (il laboratorio è un’aula particolare, debitamente attrezzata), che è poi quella più diffusa, rischia di essere riduttiva e addirittura fuorviante rispetto alla nostra proposta di didattica laboratoriale. Basti pensare ad alcuni laboratori di matematica nelle scuole medie, o al laboratorio di informatica, per come è inteso specie nella secondaria superiore. In entrambi i casi il laboratorio è semplicemente il luogo della manipolazione e della visualizzazione (attraverso modelli o software applicativi) o della verifica (attraverso la compilazione e esecuzione di programmi già predisposti); dunque, in sostanza, la riproposizione del vecchio “esperimento di dimostrazione”, largamente utilizzato nell’insegnamento tradizionale delle scienze.

Diciamo allora che, a nostro avviso, in primo luogo il laboratorio non deve essere inteso come un luogo fisico, ma piuttosto come un “luogo dello spirito”; il laboratorio non si definisce quindi attraverso il come è fatto o il come è attrezzato ma attraverso il che cosa vi avviene. Intendiamoci: la “geografia” dell’aula, la sua “architettura”, non sono irrilevanti. Non è privo di conseguenze, ad esempio, il fatto che gli alunni siano disposti in banchi da uno o due posti che “guardano” l’insegnante o raccolti intorno a tavoli di lavoro che possono, di volta in volta, ospitare un numero variabile di allievi, cosicché anche il baricentro dell’aula possa di momento in momento mutare. Come non è privo di conseguenze il fatto che nell’aula siano presenti “materiali” adatti alla manipolazione (cartoncini colorati, fermagli, plastilina, ecc.), strumenti di misurazione (recipienti graduati, metri lineari e non, bilance, ecc.) e per il calcolo (macchinette tascabili, computer), sussidi per la  rappresentazione dei risultati in forma efficace e funzionale al confronto (cartelloni, lucidi, lavagna luminosa, di nuovo il computer, ecc.). Ma il punto centrale (da cui deriva, semmai, l’opportunità di un’adeguata strutturazione e attrezzatura dell’aula) è, come già detto, ciò che avviene nel laboratorio.

Dunque, che cosa avviene, o dovrebbe avvenire, nel laboratorio? Avviene che il laboratorio sia il “luogo” dove si adotta una determinata metodologia di lavoro: si pongono problemi, si formulano ipotesi, si azzardano previsioni, si ricerca una regolarità nei dati raccolti, si elaborano quadri teorici di spiegazione, si procede a ulteriori verifiche che possono confermare, correggere, confutare; e ciò non attraverso un percorso lineare, bensì attraverso continue andate e ritorni (dalle ipotesi-previsioni alle verifiche e spiegazioni e viceversa), attraverso un percorso di tipo ciclico o, meglio, a spirale. E’ quindi il “luogo” di una costruzione progressiva, che prevede tempi dilatati, di conoscenze e competenze non labili; il “luogo”, in definitiva, dove gli alunni sono direttamente protagonisti nel momento dell’apprendimento (il che, tra l’altro, non richiede meno attenzione didattica ma più attenzione didattica, non meno ma più capacità di direzione da parte dell’insegnante). Ma, se questo è vero, allora il laboratorio non costituisce un di più, un’aula accessoria dove recarsi di tanto in tanto, bensì è l’aula, quella del lavoro costante e quotidiano, ripensata  e riorganizzata in vista di una didattica diversa. L’aula-laboratorio di matematica (ma forse questo è vero anche per il laboratorio di ogni altra disciplina), finisce per essere, semplicemente, una metafora della buona didattica.

La didattica del laboratorio

La scelta di una didattica laboratoriale è dunque la scelta di una modalità di lavoro alternativa. E una modalità di lavoro alternativa presuppone (e, al tempo stesso, implica) un ripensamento della gerarchia degli obiettivi. La gerarchia tradizionale, quella dettata dalla consuetudine, ha il limite di rimanere spesso implicita, cosicché risulta difficile persino metterla in discussione e sottoporla a un riesame critico; occorre dunque, per farla emergere alla luce del sole, guardare ai suoi risultati, alle consapevolezze e agli apprendimenti che essa sedimenta. Una recente indagine[3] che ha coinvolto studenti appena entrati nella scuola superiore (in particolare in un liceo scientifico del centro di Roma), pur condotta nei limiti di una ricerca artigianale, induce alcuni spunti di riflessione. Ci limitiamo, in questo contesto, a richiamare solo un paio di questioni: si evidenzia – e questo avviene uniformemente, a prescindere dalla più o meno gloriosa storia scolastica degli allievi – una mancanza totale di controllo rispetto agli ingredienti fondamentali del fare matematica (e non solo), quali le nozioni di definizione, di operazione, di argomentazione a favore o contro e così via; e d’altra parte (esempio marginale, ma pur significativo) si deve registrare (con qualche stupore) l’importanza spropositata che gli alunni attribuiscono alla distinzione tra frazioni proprie, improprie e apparenti, a fronte di tutto il lavoro condotto sulle frazioni nella scuola di base. Dunque, una gerarchia che privilegia da una parte un’operatività senza principi e senza consapevolezze, dall’altra un’attenzione esasperata ai nominalismi, anche ai meno significativi: l’alunno deve, prima di tutto e soprattutto, saper manipolare forme secondo regole e saper “nominare” oggetti. Il punto critico di tale gerarchia implicita di obiettivi è dato non solo dalla sua inadeguatezza e pochezza culturale, ma anche dal fatto che non riesce poi davvero a raggiungere gli obiettivi che si prefigge. Già, perché quello che poi avviene, almeno per la grande maggioranza degli alunni, è che non abbiano neanche le abilità privilegiate dalla prassi didattica più diffusa…

Occorre, proprio a partire da questo sostanziale fallimento, proporre una gerarchia diversa; le parole chiave potrebbero essere: attenzione al metodo, costruzione condivisa di conoscenze, senso del percorso intrapreso, promozione dell’autonomia dell’alunno. La didattica dell’aula-laboratorio, in cui l’allievo costruisce competenze nel fuoco di un’esperienza significativa e partecipata, si sposa con questi obiettivi; ad essi, in primo luogo, è funzionale.

A questa petizione di principio è necessario che si affianchi, ovviamente, una riflessione che entri maggiormente nel merito dell’esperienza quotidiana del fare matematica a scuola; a questo fine sono consacrate, sia pure con i limiti dell’esemplificazione e del frammento, le schede e i percorsi che si trovano nel seguito. Ci sembra però opportuno fornire già da ora qualche ulteriore, e più specifica, indicazione di metodo. Un rischio infatti è sempre in agguato: quello che la didattica laboratoriale finisca per tradursi, prima o poi, in una versione aggiornata, magari più accattivante, del modello tradizionale e trasmissivo dell’insegnamento. Vale a dire che sia l’insegnante, e solo lui, davanti alla platea costituita dalla sua classe, a porre problemi, ad esplorarli, a formulare ipotesi e a verificarle. E un altro rischio, di segno opposto, non è trascurabile: quello che il laboratorio di matematica – in nome della spontaneità – si traduca in attività poco organizzate, improvvisate e come tali destinate a restare episodiche, scollegate dal percorso complessivo; con la conseguenza di essere destinate, in breve tempo, a lasciare il campo a forme più consolidate e tradizionali di lavoro didattico. Un antidoto a entrambi questi rischi è fornito dall’uso sistematico della verbalizzazione scritta delle riflessioni individuali e dalla discussione collettiva. A sostegno dell’importanza di queste due attività si possono citare i due passi di Emma Castelnuovo proposti nella piccola antologia con cui concludiamo questo saggio introduttivo, oltre alle osservazioni e ai suggerimenti di Carlo Fiorentini, nell’introduzione alle problematiche del laboratorio di scienze.

La verbalizzazione delle proprie riflessioni da parte degli alunni ha una duplice valenza: sul versante dei discenti, in quanto abitua, fin da piccoli, a mettere a fuoco il proprio pensiero e a esprimere e argomentare le proprie opinioni; sul versante del docente, in quanto gli consente di capire meglio cosa pensano i propri allievi nelle varie fasi del processo di apprendimento. L’abitudine a fermare sulla carta può anche contribuire – e non è cosa di poco conto! – a mettere in discussione l’idea che, in ambito matematico, non ci sia proprio alcun bisogno di parlare o di scrivere (se non nel senso particolare di manipolare simboli)… Quanto alla discussione collettiva, essa è il solo contesto nel quale si possono mettere a confronto strategie risolutive e conclusioni diverse, si può costruire un linguaggio comune, si può portare a compimento un percorso di  costruzione condivisa delle conoscenze. 

Verbalizzazione (anche scritta) e discussione (collettiva e di piccolo gruppo), se utilizzate in modo costante, sistematico, organico fin dalla scuola elementare, sono i veicoli attraverso cui si sviluppa l’attitudine al ragionamento; preparano dunque il terreno anche alle future attività di tipo dimostrativo, che costituiranno il livello più alto, sofisticato, formalizzato di argomentazione. Si dovrà pur convenire, infatti, che l’attività dimostrativa  appare difficilmente proponibile a alunni che non abbiano già acquisito, nel loro patrimonio di esperienze, un’abitudine consolidata a giustificare e corroborare con argomenti le loro affermazioni e confutazioni…

Il ruolo dei problemi in una didattica del laboratorio

La didattica del laboratorio impone la necessità di considerare problemi di un certo tipo piuttosto che di un altro e, più in generale, di definire correttamente il ruolo dei problemi nel lavoro scolastico. Vale la pena di soffermarsi su questo punto, che è cruciale nella definizione di percorsi significativi di apprendimento in ambito matematico. Infatti, l’uso che dei problemi viene fatto nell’insegnamento della matematica e la stessa accezione del termine problema appaiono controversi e si prestano a molti equivoci e fraintendimenti.

Nella pratica didattica i problemi spesso non sono altro che esercizi applicativi di routine; addirittura, alcuni docenti – e persino alcuni manuali – ritengono di fare opera meritoria trattando l’argomento problemi come un argomento di contenuto, quasi che il porsi problemi e il tentare di risolverli non costituissero il pane quotidiano del fare matematica, a qualsiasi livello. E anche quando il lavoro viene dichiaratamente organizzato in un’ottica di problem-solving, accade poi spesso che i problemi significativi siano utilizzati come semplice pretesto per introdurre qualche capitolo di matematica dura; cosicché l’argomento sviluppato – purtroppo – finisce per prescindere quasi del tutto dal problema stesso (salvo alla fine vedere che con gli strumenti acquisiti si può risolvere anche il problema-pretesto). Con buona pace di coloro che temono, con qualche fondamento, che la pratica del problem-solving possa dar luogo all’esame confuso di alcuni problemi senza la costruzione di un quadro concettuale adeguato: la vulgata del problem-solving incappa, semmai, in un estremismo di segno opposto. Quindi, se in un’impostazione laboratoriale dell’attività didattica intendiamo utilizzare i problemi come motore dell’esplorazione, della scoperta, della costruzione delle conoscenze, occorre chiarire in modo esplicito e preliminare il significato e la funzione che si attribuiscono ai problemi.

E allora: che cosa si deve intendere per problema? Quali caratteristiche deve avere un problema perché rappresenti una sfida intellettuale stimolante? Prima di tutto ci sembra di poter dire che deve essere significativo; e per essere tale deve avere una relazione forte con le conoscenze e le esperienze di colui che deve tentare di risolverlo (e magari, prima ancora, di porselo). Troppo spesso l’insegnamento della matematica, anche quando ha un carattere prevalentemente legato alla manipolazione e al concreto, come nei primi anni della scuola elementare, è povero di significati; rapidamente e frequentemente ci si trova ad operare in situazioni costruite ad hoc, un po’ artificiose. Questa osservazione non va banalizzata in termini di sostegno dell’opzione – a nostro avviso inadeguata anche se presente in letteratura[4] e non priva di sostenitori autorevoli –  che pretende di rinchiudere la matematica nella dimensione dell’utile e del quotidiano. Il significato non scaturisce infatti necessariamente dalla possibilità di scorgere un’immediata applicazione di quanto si apprende (se così fosse rischieremmo di scivolare di nuovo sul terreno dell’artificioso, giacché la “simulazione” del supermercato o dello sportello bancario non appare destinata, proprio perché ricreata al di fuori del contesto, a suscitare grandi motivazioni e speciali coinvolgimenti…); va ricercato piuttosto nell’intreccio tra “esperienza” e “piacere di pensare” che entra in gioco laddove c’è una prossimità tra il problema e i livelli di curiosità e di consapevolezza degli allievi[5]; e laddove c’è un senso condiviso del percorso conoscitivo che si va compiendo. Per esemplificare ancora: è più significativo un classico problema sui rapporti, sia pure desunto da un contesto di vita quotidiana, o una questione sul filo del paradosso quale il problema di seguito riportato?

E’ bello avere una sorella maggiore. Piero, di appena 2 anni, ha una sorella, Chiara, di 8 anni. Piero è molto contento della sorella e la guarda con occhi incantati. Ma quando i genitori comprano le patate fritte o la cioccolata per Chiara e lasciano Piero a bocca asciutta (“Tu sei troppo piccolo!”), Piero è un po’ meno contento di avere una sorella maggiore. L’unica consolazione, in queste occasioni, è quella di pensare: “Ora io sono piccolo e Chiara è grande; ma prima o dopo la raggiungerò e diventerò grande come lei!”.

Ti chiediamo:

–         Cosa c’è di falso in quello che pensa Piero?

–         Cosa c’è di vero in quello che pensa Piero?

   da “Il racconto della matematica”, di G.Spirito,M.D’Onofrio,G.Petrini, La Nuova Italia, manuale per la scuola media

Qualcuno, pur riconoscendo – come sa chiunque interagisce con i bambini e i preadolescenti – che l’elemento paradossale nella posizione di un problema è fortemente coinvolgente e motivante,  potrebbe comunque obiettare che la questione proposta non ha nulla a che fare con un’attività di tipo laboratoriale. A nostro avviso, al contrario, possiede alcuni degli ingredienti di un problema da laboratorio (se opportunamente corredata di istruzioni per l’uso): prevede la compilazione di una tabella (l’età dei due fratelli nel tempo), la discussione della stessa, la scoperta che c’è un pezzo di ragione nel torto e un pezzo di ragione nel vero (l’età di Piero non raggiungerà mai quella di Chiara, ma, nel contempo, la differenza, pur costante, diventerà sempre meno significativa, giustificando così l’introduzione del rapporto come misuratore dell’esito di un confronto tra quantità), e così via.

L’equilibrio che si deve trovare, di volta in volta, in ogni esperienza didattica, tra l’esigenza di riconoscere la matematica nel proprio vissuto e le ragioni autonome, interne, della matematica stessa, non è mai scontato e dato una volta per tutte; del fatto che costituisca un punto di arrivo arduo e instabile occorre avere piena consapevolezza. Dunque, non esistono ricette facili in questa direzione; in compenso possiamo, fortunatamente, fare riferimento a elaborazioni e esperienze positive (un nome per tutti: di nuovo Emma Castelnuovo). Ponendo attenzione, però – lo ripetiamo – a scongiurare il rischio di un insegnamento tutto teso a enfatizzare le applicazioni della matematica e ad offrire un punto di vista esclusivamente strumentale della disciplina. Anche perché uno degli obiettivi fondamentali di un’educazione matematica non può non essere quello di costruire una sensibilità e un gusto per i problemi, attraverso cui acquistino legittimità e interesse anche questioni (in quanti modi è possibile ordinare un insieme, come si possono rappresentare due sottoinsiemi di un insieme in modo che la rappresentazione dia conto di tutti i casi possibili; come è fatto il rettangolo con l’area più grande a parità di perimetro; qual è una buona definizione di una certa figura, ecc.) che hanno una natura più interna, anche se non esclusivamente interna, alla matematica.

Certo, a una questione teorica non si può sfuggire; e tale questione è legata al ruolo che gioca l’astrazione nella matematica. Il rapporto tra mondo dei significati e mondo delle nozioni astratte – forse il nodo problematico centrale della didattica della matematica – è complesso e controverso, a volte conflittuale se non antinomico. Infatti l’astrazione è anche perdita di significati particolari, sia pure in vista della costruzione di significati più generali, di livello superiore; se questo processo non è adeguatamente sostenuto (si pensi, ad esempio, al delicato passaggio dai numeri naturali alle frazioni o a quello dal calcolo numerico al calcolo letterale), l’astrazione rischia di tradursi in una perdita di significato pura e semplice. Ovvero: se non si è adeguatamente esplorata la molteplicità dei casi differenti non si può apprezzare il ruolo unificante che spesso hanno i concetti più astratti.

Questa riflessione rimanda, d’altra parte, a una questione ancora più generale. Occorre, a questo proposito, rimuovere un pericoloso equivoco: la didattica non può assumere e riproporre semplicemente la sistemazione finale di una teoria, senza dubbio più elegante, formale e, appunto, più generale; ad esempio, non può ignorare e scavalcare il percorso, costato lacrime e sangue, che ha prodotto nel tempo e con fatica, a partire dal particolare, la veste finale dei concetti, delle nozioni, persino dell’apparato tecnico, della geometria. E allora, se il problema del rapporto tra, da una parte particolare-concreto-ad alta densità semantica, e, dall’altra, generale, astratto, formalmente compiuto, non è di quelli che ha una sola e univoca soluzione nell’ambito della didattica della matematica, ciò che si può dire è che richiede di essere tenuto costantemente presente nella progettazione didattica; solo la consapevolezza della complessità del nodo garantisce da accelerazioni formalistiche (o, viceversa, da rinunce assolute e aprioristiche – oltretutto irrealistiche, giacché la matematica si fonda inesorabilmente su nozioni astratte, da quella di numero naturale a quella di punto o linea).

Ma torniamo ai problemi (quelli che proponiamo ai nostri allievi e non quelli che assillano noi docenti!).

Un piccolo dizionario delle parole del laboratorio

Ci sono alcuni termini che ricorrono nella descrizione di un’attività di laboratorio, e di fatto intorno ad essi abbiamo ragionato nelle pagine precedenti. Abbiamo così parlato di osservazione, di  discussione, di confronto di ipotesi, di verifiche, di operatività e così via. Ma il dizionario delle parole del laboratorio non è ancora completo: è giunto allora il momento di mettere sotto la lente di ingrandimento alcuni altri vocaboli, che gettano la giusta luce su aspetti dell’attività laboratoriale fin qui non esplicitamente richiamati.

E allora ecco la parola induzione: l’attività laboratoriale è sede di percorsi induttivi piuttosto che di processi deduttivi. Dunque è sede di costruzione di conoscenza piuttosto che luogo dove si traggono conseguenze rispetto a conoscenze già acquisite; infatti è solo nel momento induttivo, quando si sperimenta il salto dal particolare al generale, che si procede sul terreno dell’ignoto: il momento induttivo è il momento creativo per eccellenza. Altre attitudini attengono al processo deduttivo, ovviamente non meno importanti e significative, ma certamente diverse; giacché nella deduzione si svela ciò che è implicito nel già noto, in essa si esaltano le doti di linearità, di consequenzialità, di rigore. Dunque anche in questo caso un saper vedere che non è però la regola comune che governa i tanti diversi particolari, bensì la relazione nascosta tra ciò che sappiamo e ciò che vorremmo stabilire.

Ma se, parlando di induzione, abbiamo dato l’impressione che l’attività di laboratorio possa avere  un carattere sregolato e quasi accidentale, ecco un’altra parola-chiave che dissolve ogni ambiguità:    precisione. In laboratorio occorre essere precisi, sia se si effettua una misura, sia se si deve delineare una casistica che non trascuri nessuna possibilità; occorre essere precisi sia se si interagisce con un computer, sia se si esamina la corrispondenza di un’ipotesi con le risultanze di una verifica. La precisione, in laboratorio, significa pazienza e completezza, rifugge dalle scorciatoie indebite e dal pressappochismo. Significa anche che la creatività non si esercita sul vuoto o sul caos, e dunque richiede disciplina e metodo, almeno quanto ne richiede un’attività dimostrativa (e dunque legata alla deduzione).

Una parola del laboratorio legata alla precisione è documentazione. Perché l’attività laboratoriale dia tutti i suoi frutti è necessario che di essa resti traccia e memoria; dunque occorre documentare, a noi stessi e agli altri. E’ necessario coltivare pazientemente questa attitudine, abituando gli allievi a registrare osservazioni e risultati, a esporre le conclusioni, anche parziali, in modo che costituiscano un archivio a cui è possibile attingere, a seguire un “programma di lavoro”. La capacità di documentare richiede come precondizione la chiarezza sul senso complessivo del percorso intrapreso e si intreccia con la capacità di argomentare.

L’abitudine ad argomentare le proprie idee, le proprie scelte, le proprie conclusioni si può costruire solo attraverso la pratica costante della riflessione individuale sulle esperienze condotte e della discussione e del confronto con gli altri. Il che richiama un’altra locuzione-chiave del laboratorio: la dimensione collettiva. Infatti l’idea stessa di attività laboratoriale evoca un concorso armonico di contributi, la disponibilità a mettere in discussione i propri convincimenti, la capacità di ascolto e, più in generale, la centralità del lavoro tra pari – sia pure sotto l’attenta supervisione dell’esperto, cioè dell’insegnante.    

Molte delle parole del laboratorio qui ricordate sono declinabili, oltreché sul versante dell’apprendimento, anche su quello dell’insegnamento. Citiamo ad esempio la documentazione: il docente che pensa il lavoro in classe essenzialmente in termini di laboratorio, necessita di altri riferimenti – oltre quelli abituali, quale, ad esempio, il manuale – per organizzare e “fermare” i passaggi fondamentali del percorso su cui impegna gli allievi; il che richiede un di più di lavoro preparatorio (le attività giuste, la loro concatenazione, le domande da porre all’interno di ciascuna di esse per esaltarne il potenziale formativo, ecc.). Dunque è l’insegnante per primo ad aver bisogno di documentare – certo in modo snello, essenziale, funzionale e non burocratico – il percorso, sia nella fase della progettazione che in quella dell’attuazione. Analogamente è forse opportuno sottolineare che l’impostazione laboratoriale dell’insegnamento si colloca meglio in un contesto collegiale, in cui più docenti cooperano positivamente nell’elaborazione, nella messa a punto e nella sperimentazione di un progetto condiviso.

Un’ultima parola chiave del laboratorio vorremmo menzionare,  sia pure attraverso un rapido cenno, e questa parola è curricolo. Una didattica laboratoriale non corrisponde allo svolgimento di un programma inteso nel senso tradizionale (sequenza di argomenti e sviluppo lineare delle abilità che a quegli argomenti afferiscono). Richiede agli insegnanti di “entrare nel merito”, sviluppando una riflessione autonoma sul lungo viaggio attraverso la matematica che si compie nel complesso del percorso scolastico nella scuola di base; e dunque un pensare più in grande, con più ambizione e fiducia. Nella convinzione, però, che non si tratta di un cimento figlio di presunzione, ma, più semplicemente, della condizione necessaria per restituire efficacia e senso alla propria didattica.

Una piccola antologia

Ci piace chiudere queste riflessioni citando gli interventi di alcune delle figure più significative fra quelle che hanno animato il dibattito sul rinnovamento della didattica della matematica e ne hanno promosso la sperimentazione. Non facciamo questo solo per omaggio al loro lavoro, ma anche perché siamo convinti che in questi scritti si possono trovare, a qualche decennio di distanza, osservazioni di grande attualità, indicazioni utili, suggerimenti illuminanti.

Il laboratorio di matematica di un maestro elementare

Bruno Ciari,  Esperienze matematiche nella scuola primaria, in “Scuola e Città”, settembre-ottobre 1965

Un proposito in me era chiaro e intransigente : non preoccuparmi per niente d’incoraggiare abilità esteriori, meccaniche, che non fossero frutto di una ricerca e di una conquista intellettuale, di un effettivo progresso delle facoltà logiche dell’ordinare, stabilire relazioni, operare nel mondo della realtà e in quello dei simboli. Niente operazioni fatte a orecchio, niente esercizi per dar la polvere negli occhi a chicchessia o stare al passo con quel che si faceva nelle classi parallele. I frutti si dovevan cogliere solo quando fossero stati maturi per davvero; la massima cura doveva esser data al lento processo d’interiorizzazione delle operazioni e di conquista dei simbolismi.

Un secondo presupposto era quello di sempre : la ricerca matematica doveva manifestarsi nel clima della comunità scolastica con perfetta naturalezza, così come si poneva l’esigenza di esprimersi, di giocare, di compiere osservazioni; i problemi, le operazioni, dovevan corrispondere non a espedienti, a occasioni di calcolo che io potevo cogliere, ma a bisogni, a qualcosa che non si poteva eludere anche volendo, poiché era implicito nel nostro fare.

Materiale strutturato non c’era. La base di tutto era la vita della comunità; più questa sarebbe stata ricca di contenuti, più la dimensione matematica dell’esperienza sarebbe emersa. […]

S’incominciò subito a fare il giornalino, a dipingere a tempera, a fare osservazioni meteorologiche o biologiche (specie sugli acquari), a organizzare l’orchestra ritmica. La comunità ebbe subito bisogno di entrate, poiché c’eran le uscite ed erano copiose, e tutto non poteva uscire dalle tasche del maestro o dal sostegno provvidenziale dell’amministrazione comunale.[…]

Nacque così, quasi subito, la cooperativa di classe, e, con questa, l’idea di acquistare quaderni, lapis e gomme con sconti per poi rivenderli a noi stessi. La moneta da dieci lire, che ciascun ragazzo portava il lunedì, diventò l’unità di misura fondamentale. […]

Risolvere i nostri problemi diventò un’abitudine, un bisogno : ogni mattina, dopo il tempo dedicato alla conversazione, al testo libero e ai giochi dell’intervallo, si facevano i calcoli del giorno : parecchie addizioni, moltiplicazioni, sottrazioni, come si intuisce facilmente, ma anche divisioni :

                1. Dopo aver comprato i quaderni ci restano lire 400 (40 monete da 10) per acquistare i tubetti di colore, che costano ciascuno lire 60. Quanti tubetti potranno comprare?

2. Un grande foglio di carta da pacchi ci costa lire 40; ma noi ci facciamo 8 fogli da disegno; quanto costa ciascuno di essi? (Questo problema era motivato dal fatto che noi volevamo stabilire, all’ingrosso, il prezzo di un disegno a tempera, dato che i dipinti ci venivano spesso richiesti.)[…]

Mi limito a questi [due] esempi, illustrandone anche la soluzione così come i ragazzi la trovarono.

Problema n.1. I ragazzi raccolsero dal mucchio delle 40 monete 6 monete per volta, facendone dei mucchietti; risultato : 6 mucchietti di 6 monete (cioè 6 volte 60) : possiamo acquistare 6 tubetti e avanzano 40 lire.

Problema n.2. Qui ci si accorse che le monete da 10 non servivano. Come si fa? Io incoraggiai i ragazzi a pensare, senza fretta, per proporre delle soluzioni. Ne vennero fuori tre :

a.       Scambiare le 4 monete da 10 con 40 monetine da 1 lira. Allineare gli 8 fogli sul tavolo grande e distribuire le monetine, una alla volta, su ciascun foglio. Il problema fu effettivamente risolto in questo modo, in quanto avevo messo da parte una buona quantità di monete da 1 lira. I ragazzi si accorsero, un po’ stimolati da me, che per ogni distribuzione si toglievano 8 monetine dal mucchio. Furon così fatte 5 distribuzioni (di 8 monetine ciascuna); si fece strada la consapevolezza, che si doveva consolidare però molto più tardi dopo reiterati esercizi di questo tipo, che 40 monetine distribuite tra 8 fogli dà come risultato 5, in quanto l’8 si può sottrarrre 5 volte dal 40, vale a dire che è contenuto 5 volte nel 40. In sostanza, i ragazzi incominciarono a toccar con mano che non esiste differenza tra divisione di contenenza (problema n.1) e di ripartizione (problema n.2), e che tutto si risolveva sempre in un rapporto tra due numeri.

b.       Scambiare le 4 monete da 10 con monete da 5  e poi distribuirle.

c.        Formare, degli 8 fogli, 4 coppie; su ciascuna coppia, poi, poteva esser messa una moneta da 10. Di conseguenza, un foglio solo costava la metà di 10, cioè 5.

[…] Perché mi son dilungato a illustrare tipi differenti di soluzione dei problemi? Prima di tutto per uscire dalle affermazioni generiche sull’operare concreto, eppoi, essenzialmente, per stabilire un criterio metodologico da cui non mi sono mai discostato. In genere, per ogni problema che si presenti, si propone uno schema di soluzione, in modo che i ragazzi, posti dinanzi a quesiti di diverso contenuto (diciamo) matematico fiutino qual è lo schema adatto tra quelli che hanno già pronti nel cervello, e lo applichino. Il guaio è che quando un problema esce dagli schemi orecchiati, o l’enunciato è proposto in maniera inconsueta, il ragazzo non ci si ritrova e fallisce clamorosamente. Io penso invece che per ciascun problema, sia che riguardi casi concreti, sia che riguardi il modo stesso di eseguire un’operazione qualsiasi, occorre sempre incoraggiare i ragazzi a cercare tutte le possibili vie di soluzione : il risultato utile, ai fini della formazione logica e matematica, non è il risultato del problema (quel che torna), ma la ricerca delle varie tecniche di soluzione (anche se putacaso non portano a un risultato materialmente positivo), la logica implicita in queste tecniche, il loro confronto critico.

Nel laboratorio di Emma Castelnuovo : riflessioni e discussioni sugli angoli

Emma Castelnuovo,  Didattica della matematica, La Nuova Italia, 1963

È molto facile scegliere una definizione di angolo ed esporla con cura agli allievi, accompagnandola con molti esempi, con vari esercizi ed esperienze pratiche, ma è anche molto raro che, insieme con la spiegazione verbale, con il disegno e con la definizione, il concetto di angolo venga capito ed assimilato. […] Questi palesi insuccessi didattici invitano noi insegnanti a un ripensamento : è sugli errori così frequenti che bisogna indagare. Ho voluto fare un’indagine sull’idea che i bambini hanno già dell’angolo quando noi, nella prima classe secondaria, imponiamo loro una definizione. Parlo dell’idea che i bambini si sono fatta o attraverso un’esperienza personale o attraverso il senso che nel linguaggio comune viene dato al vocabolo “angolo”, o, ancora, attraverso i pochi cenni sugli angoli che talvolta si danno nella scuola elementare. Ho condotto, su parecchie centinaia di allievi, un’inchiesta scritta in modo che ogni bambino fosse libero di esprimere le sue idee senza essere suggestionato dalle parole dei compagni. Ho posto queste domande :

1)       negli oggetti che vi circondano vedete degli angoli?

2)       potete con un movimento delle vostre membra descrivere un angolo?

3)       è possibile misurare un angolo col metro?

4)       che cosa è un angolo?[…]

Ritornando alla nostra indagine scritta, è bene che i ragazzi leggano ad alta voce le loro risposte sul tema svolto. Ne nasceranno delle animate discussioni, e non mancherà certo chi, conscio dell’errore fatto da molti compagni nell’affermare che “angolo è il punto dove si incontrano due rette”, butterà giù con un’osservazione tante risposte : “Ma, se l’angolo fosse un punto – dirà – allora tutti gli angoli sarebbero uguali!” Ci torna alla mente la frase pestalozziana “I fanciulli istruivano i fanciulli …”. Anche dallo studio dell’unico argomento finora trattato, “gli angoli”, ci si può render conto che non si deve parlare di un concetto se prima non si conoscono le idee  che ha il bambino su questo concetto, e che tali idee non vengono sradicate, da un momento all’altro, nemmeno dalla più chiara esposizione dell’insegnante. Ma è solo un ritornare continuo sull’argomento, un osservare che è più che un percepire (Decroly), una serena discussione fra compagni che porta alla “costruzione” del concetto; discussione alla quale il professore parteciperà, più per ascoltare che per intervenire, più per mettere ordine che per indirizzare.

Ancora nel laboratorio di Emma Castelnuovo : problemi ed errori

Emma Castelnuovo,  Didattica della matematica, La Nuova Italia, 1963

Già dalle lezioni precedenti avevo distribuito ad ogni bambino un certo numero di “stecchini”, tutti uguali; questi stecchini dovevano servire per facilitare la risoluzione di problemi di questo tipo : ”Costruire un rettangolo avente la base doppia dell’altezza. Se il perimetro del rettangolo fosse di cm 30, quale sarebbe la lunghezza dell’altezza e quale quella della base?”. “Costruire un rettangolo avente la base i dell’altezza. Se il perimetro fosse di cm 28, quali sarebbero le lunghezze della base e dell’altezza?”. Come abbiamo visto […] l’utilizzazione di questo materiale si rivela molto importante perché impone al bambino di non verbalizzare e lo invita a costruire e ad osservare. Nel risolvere, appunto, problemi di questo genere, era passata la lezione precedente. Mi proponevo, ora, di tornare sull’argomento. Dettai il problema : “Costruire un triangolo isoscele avente ciascuno dei lati uguali doppio della base. Se il perimetro del triangolo fosse di cm 30, quale sarebbe la lunghezza della base e quale la lunghezza di ciascuno dei lati uguali?”. Come sempre giravo fra i banchi per vedere come i bambini lavoravano, pronta a rispondere ai loro dubbi, ad indirizzare il più incerto, a riprendere il distratto, ad incoraggiare il timido. Il lavoro con un materiale individuale esige che l’insegnante segua ogni allievo, e, per seguirlo, deve parlargli personalmente; avrà modo così di consigliarlo anche sul come si tiene il quaderno, di indirizzarlo a un ordine “matematico”, e di instradarlo a un metodo di studio. La lezione per tutti diventa allora la lezione per ciascuno. […]

“Io – dice un bambino – non l’ho costruito il triangolo perché il problema lo si risolve subito, senza bisogno di stecchini:  basta dividere il perimetro per 3 ed ho la lunghezza della base, poi la raddoppio ed ho ciascuno dei lati uguali; la base è perciò di cm 10 e ciascuno dei lati uguali vale 20 cm”. Non dico : “Hai sbagliato”, ma dico “Ti ricordi quanto era lungo il perimetro? il tuo triangolo risponde alla prima parte del testo : due lati sono doppi della base, ma …”. Allora, di malavoglia, si convince ad utilizzare gli stecchini; gli sembra però un’umiliazione. Lui, il piccolo Carlo, voleva far colpo sui compagni, risolvendo il problema a memoria, senza alcun sussidio materiale. È una lezione che gli rimarrà impressa : non si deve parlare prima di osservare, non si deve mai procedere su schemi fissi. E ora sono tutti pronti per “trascrivere” quanto hanno costruito col materiale e col pensiero in disegno e in calcolo scritto.”

L’astrazione nella matematica e l’insegnamento

Lydia Tornatore,  Educazione logico-matematica, in “Scuola e Città”, settembre-ottobre 1965

Indubbiamente il pensiero matematico è astrazione e dal punto di vista pedagogico si impone il problema di rispettare tale carattere, di far anzi centro su di esso valendosi della matematica proprio come educazione all’astrazione, di trovare le vie e i modi che consentano di condurre all’astrazione matematica ai diversi livelli di età. […]

Ciò di cui il senso comune diffida non è tanto la capacità di astrarre, quanto piuttosto una pseudo-astratteza che sostituisce ad un contatto immediato, intuitivo con la realtà non la mediazione di un complesso di strutture concettuali che il pensiero percorre, ricostruisce, rielabora ma piuttosto delle formule rigide e viste fuori da ogni contesto, quasi ognuna costituisse una realtà per sé stante. […] In effetti l’insegnamento tradizionale della matematica viene visto non a torto come orientamento nel senso della pseudo-astrattezza di cui si diceva. Una formula da memorizzare o da applicare come regola a sé stante non è certo più astratta di quanto possa essere una qualunque regola operatoria sul concreto; e rischia in compenso di essere più rigida. Il parallelogrammo disegnato sulla lavagna è molto più concreto, cioè rigido, di quanto non sia il parallelogrammo costruito con pezzi di meccano, che può mediante manipolazione assumere forme percettive diverse, variare nell’altezza, variare nell’area, registrare nella gamma delle proprie variazioni il caso particolare del rettangolo. Ma quanti sono, ancora oggi, i professori di matematica convinti che l’usare dei materiali concreti sia un degradare la matematica, farla diventare o rimanere un giochetto da bambini, rinunciando alla superiore astrattezza delle formule, delle regole di calcolo, delle figure geometriche disegnate sulla lavagna?

 

Problemi, riflessioni, teorie

Bruno De Finetti,  Il “saper vedere” in matematica, Loescher, 1967

Risolvere un problema è sempre di per sé uno sforzo istruttivo : ogni successo rende più facili ulteriori successi. Ma il vantaggio è molto più grande se ci si sofferma a riflettere, su ogni problema che ci si presenta, non soltanto quanto occorre per risolverlo ma poi ancora per far tesoro di tutte le osservazioni che siamo capaci di trarne sviscerandolo. Praticamente si tratta di domandarsi vari perché? :

–          perché vale la conclusione trovata (ossia : sussisterebbe oppure varierebbe, e come, se modificassi i dati in questo o quel modo)?

–          perché ho incontrato difficoltà e poi le ho superate (cioè : dov’era il bandolo della matassa e com’è che prima mi sfuggiva e poi l’ho visto)?

Riflettendo su cose del genere ogni esempio arricchisce l’esperienza in misura moltiplicata ed in modo assai più profondo. […]

La difficoltà (apparente) [ad affrontare un problema, ndr] deriva invece dall’incapacità di liberarsi della visione del problema come un tutto unico […] Deriva dall’abitudine a pensare che sapere la matematica significhi sapere di colpo per filo e per segno come rispondere o cosa fare, anziché esser capaci di riflettere e cercare e possibilmente trovare il modo di dire qualcosa di sensato, poco o molto che sia. Deriva dall’abitudine a pensare che capire la matematica significhi essere in grado di seguire una catena di passaggetti formali (sciogliere parentesi, portare un termine qua o di là cambiando il segno, ecc.)  controllandone la correttezza e confermando così l’esattezza della conclusione (dimostrazione di un teorema, determinazione di un risultato); ma giungere alla conclusione (obtorto collo, come diceva Federigo Enriques) non significa nulla rispetto al fatto più essenziale che è penetrare il significato della questione e rendersi conto della linea di pensiero che permette di afferrarla e di ragionarvi sopra; è solo dopo che importa anche, per scrupolo, assicurarsi pazientemente dell’esattezza anche con quei passi formali che a volte sembra siano presi per la stessa essenza della matematica. […]

[…] occorrerà riflettere su come il “saper vedere” […] serva anche a vedere meglio, riflettendovi sopra, il senso di quei metodi generali, sistematici, codificati che risultano per solito ostici e indigesti, non tanto per colpa loro quanto per il modo infelice, vacuo, gratuito, puramente formale, in cui sogliono venir presentati. Riflettendovi sopra, e vedendone il senso, ci si potrà convincere che il diavolo (la matematica fatta di formule) non è poi tanto brutto come ce lo fanno apparire … i suoi adoratori; è anzi un caro e buon diavolo che ci dà generosamente una mano per proseguire più speditamente. Il nostro cammino. Abbiamo cominciato col dire che occorre anzitutto immaginazione, e farne uso per vedere ogni esempio e problema. Abbiamo visto che riflettendo ulteriormente essa si arricchisce di visioni e idee che valgono in più esempi, li collegano, acquistano senso più generale. Se un’idea risulta particolarmente importante, e suscettibile di venir applicata utilmente in casi abbastanza o molto generali, perché non fissarla meglio in testa (ed anche, perché no, sulla carta) sotto forma di enunciato preciso, di regola comoda, di convenzione servizievole, addirittura di teoria? Basta solo considerare tutto ciò come continuazione delle riflessioni precedenti, codificata in quanto riflessioni dello stesso genere ce lo fanno apparire utile. Non considerarlo invece come cosa piovuta dal cielo o dalla fabbrica dei programmi scolastici.

Elogio del gioco

Lucio Lombardo Radice,  Il giocattolo più grande del mondo, Giunti Marzocco, 1979

Questa pagina finale è scritta non per chi gioca, ma piuttosto per chi, tradizionalmente, non gioca: le madri, i padri, i nonni, le zie e gli zii, i fratelli e le sorelle maggiori, le maestre, i professori…

Cari amici e colleghi, se avete un atteggiamento di “sufficienza” rispetto al gioco, se contrapponete ‘per gioco’ e ‘sul serio’, riflettete un poco, vi prego, su questo mio “elogio del gioco”.

Una delle minacce più gravi che incombe sulla nostra “civiltà occidentale”, anzi uno dei fenomeni che già la corrode e la guasta, è il consumismo, è la passività, è la non partecipazione. Viviamo in una società troppo ricca, ma malamente ricca, che fa tutto lei, che ti fa trovare tutto bello e pronto e impacchettato: i giochi colle loro regole prestabilite, gli spettacoli sempre e soltanto da vedere, le trasmissioni della Tv preparate da altri, i viaggi organizzati, le partite di scacchi tra Karpov e Korchnoj da rifare sulla base delle tabelle che trovi sui settimanali, la musica da ascoltare, i film da guardare…

Viviamo in una società che non ci chiede di inventare, che non ci stimola a creare. Viviamo in una società in cui c’è ben poco spazio per “giocare”.

Recuperiamo la gioia, il gusto, di suonare (male), di dipingere (peggio), di recitare (da cani), di fare film (pessimi)… ma di suonare, dipingere, recitare, fare film noi. Ebbene il gioco intelligente collettivo è una delle forme più semplici, e secondo me più efficaci, per recuperare la creatività nella passiva e passivizzante società dei consumi.

Ma ci sono molte altre ragioni di elogio del gioco.

La cultura di base, quella senza la quale si è un pover’uomo, è fatta anche di una serie di regole, nozioni, nomi che è molto noioso imparare sui libri o sui banchi di scuola. Parlo delle regole di ortografia, di certe abilità di calcolo mentale, dei nomi degli Stati e delle loro capitali, di fiumi e laghi e località varie. Ebbene: sciarade figurate, gioco dello ‘spelling’, gioco degli uomini celebri, cruciverba una lettera per uno, sono, tra l’altro, eccezionali esercizi di ortografia (di nomi italiani, e anche stranieri); “fiori, frutta e città” è un ottimo controllo di nozioni acquisite; la camiciaia, ancora gli uomini celebri, il gioco dei matti sono un modo semplice e divertente per ampliare le conoscenze, e con ciò, se pure indirettamente, la propria cultura; il gioco dei sì e dei no, impone la sistematicità logica; alcune varianti del “gioco di Carlotta” sono un ottimo esercizio per fare divisioni a mente. Domanda (molto seria, vi prego di credere cari colleghi insegnanti): ma perché qualche volta, per controllare quello che i vostri allievi hanno imparato, non fate in classe un’ora di palestra di giochi intelligenti, invece di interrogare?

Imparare a giocare, stabilendo e rispettando regole oneste, crea l’abitudine a una convivenza civilemolto di più che non lunghe prediche di “educazione civica”.

Il gioco a squadre ‘socializza’, insegna a aiutare e a rispettare i più piccoli e i più deboli, a bilanciare equamente le forze. I giochi che proponiamo sono anche un mezzo, non facilmente sostituibile, per il “recupero” dello stare insieme, gioioso, tra grandi e piccoli, tra genitori e figli, tra maestri e allievi.

Giocare bene significa avere gusto per la precisione, amore per la lingua, capacità di esprimersi con linguaggi non verbali; significa acquisire insieme intuizione e razionalità, abitudine alla lealtà e alla collaborazione. E l’elogio del gioco potrebbe continuare. Ma mi fermo qui.

Ho cominciato a scrivere questo libro per spasso, ma, via via che andavo avanti, pur continuando a divertirmi, mi rendevo conto sempre più chiaramente che stavo scrivendo un libro serio. Forse il più serio di tutti quelli che ho scritto.

[1] Per una disamina più completa dei materiali della commissione De Mauro, vedi G.Spirito in …

[2] Lucia Amendola su Insegnare

[3] una riflessione … di g.spirito in Insegnare n. …

[4] Vedi ad esempio il documento dei saggi: Pontecorvo…

[5] Perché un problema oltre che significativo risulti anche motivante, è necessario realizzare un equilibrio tra le competenze degli allievi e la sfida che il problema rappresenta. Se la sfida è troppo facile non si ha interesse a raccoglierla; se è troppo difficile si è scoraggiati dall’affrontarla. Nello studio La matematica dalla materna a 18 anni (Pitagora editrice, 1999) si parla, a questo proposito, delle situazioni problemiche come di sfide bilanciate. Anche in una definizione classica di problema, quella dovuta a George Polya:

avere un problema significa: cercare coscientemente un’azione appropriata per ottenere uno scopo chiaramente concepito ma non immediatamente ottenibile (La scoperta matematica, Feltrinelli, 1971, p. 131)

è messo in rilievo questo equilibrio.

Non solo immagine

Vogliamo, in questo articolo, affrontare una questione abbastanza trascurata e solo apparentemente marginale, rispetto alla didattica della storia nelle elementari: l’uso dell’immagine originale intesa come documento. Lo faremo evidenziando i molteplici aspetti di possibile utilizzazione, e vedremo come i manuali, nella loro generalità, non sappiano adoperare questo strumento.

L’obiettivo generale posto dai programmi dell’ ’85 riguardo alla storia, è il graduale avvicinamento, da parte del bambino, verso la cultura intesa come ricostruzione intellettuale. Gli aspetti metodologici legati ai procedimenti della ricerca storica, e quindi ad un uso corretto delle fonti, sono perciò enunciati con particolare forza ed evidenza; non tanto come competenze ed abilità a cui i bambini debbano pervenire, quanto come comprensione delle fondamentali operazioni tecniche e scientifiche che stanno alla base della ricerca: la ricostruzione del fatto storico è qualcosa di complesso, che non deve essere banalizzato.

Quale funzione può avere l’immagine per il raggiungimento di questi obiettivi?

Come viene didatticamente utilizzata dai sussidiari, e quale tipologia di lavoro viene proposta?

L’input visivo è sicuramente più forte ed accessibile, per un bambino, rispetto alle complessità interpretative delle fonti scritte (ed anche alla spiegazione dell’ insegnante).  Le immagini sono in grado di fornirci informazioni su moltissimi settori della vita quotidiana: le tecniche di lavoro con i relativi utensili, le abitazioni, l’ alimentazione, l’ambiente; l’uso didattico dell’immagine può prevedere l’osservazione e la descrizione accurata di ciò che decidiamo essere importante: gli oggetti, i materiali, le condizioni di vita. Osservando gli strumenti di lavoro, possiamo desumere ed immaginare il gesto umano, la fatica, il tempo, i ritmi.

Se mi è permesso un riferimento all’esperienza personale di insegnante, i bambini, osservando alcune miniature sul lavoro dei campi, notano immediatamente la posizione accovacciata (“stanno come gli animali”) dei contadini che mietono con il falcetto, e pensano alla fatica ed al dolore fisico. Come diceva Braudel,1 il corpo è utensile, e la vita materiale procede dalle cose al corpo.

La vastità del repertorio delle fonti non scritte è notevole, così come sono molteplici le cautele dello storico nell’uso di questo repertorio; una distinzione importante che deve essere compiuta parlando di fonti, è quella della volontarietà o involontarietà delle informazioni che noi possiamo trarre. L’ideologia e la volontarietà di un messaggio non sono certo assenti dai documenti iconici; l’insegnante non può ignorare questi aspetti, che devono essere ben chiari a lui e poi, nella misura necessaria, ai suoi allievi.

Una immagine ideologica può comunicare un’intera struttura di idee e valori, magari della classe dominante, come il Buon Governo del Lorenzetti. Ma l’intenzione ideologica può anche comunicare un elemento falsificatore della realtà quotidiana: per esempio, in molti libri per le elementari sono presenti due miniature del XV secolo; nella prima i contadini stanno arando i campi vestiti con abiti principeschi (e l’ evidenza della menzogna è immediata anche per i ragazzi), nella seconda viene mostrata la via di una città, con i negozi del sarto, dello speziale, del barbiere, in un contesto di assoluta pulizia e tranquillità (e in questo caso è l’insegnante che deve aggiungere informazioni rispetto a ciò che è visibile).

Ecco che l’osservazione stessa dell’immagine induce a porsi problemi sulle informazioni che possiamo legittimamente trarre: rispetto al messaggio che si vuole far passare – vale a dire rispetto a ciò che è volontario – occorre certamente un riscontro con altre fonti, mentre, in modo involontario, queste miniature ci forniscono una descrizione minuziosa degli attrezzi agricoli e del sistema di aratura (la prima), della struttura dei negozi e delle abitazioni (la seconda). Questi aspetti, in ambito di scuola elementare, sono molto utili per una comprensione essenziale dei problemi più evidenti ed importanti che gli storici affrontano in una ricostruzione, e anche dei bambini intorno ai dieci anni sono in grado di comprenderli, se la didattica è a loro adeguata.

I documenti si interpretano in base alle domande che gli rivolgiamo, ma le domande possono scaturire anche dall’osservazione stessa di un documento iconico; in un contesto di scuola elementare, è probabilmente questo il metodo più efficace per capire determinate procedure metodologiche, ma anche per individuare ulteriori percorsi didattici.

Un altro settore che riguarda le illustrazioni nei sussidiari è quello cartografico.

E’ riduttivo pensare solo all’aspetto geografico-politico: attraverso la cartografia si possono illustrare efficacemente aspetti economici legati alle materie prime, agli scambi commerciali; possiamo renderci conto dei flussi migratori, della demografia, delle vie di comunicazione e dei mezzi di trasporto, ma anche delle carestie e delle epidemie. Possiamo renderci conto dei cambiamenti e delle trasformazioni delle città: le piante urbane, messe in sequenza, ci raccontano la storia di una città nei vari tempi, le sue diversità successive; questa osservazione può stimolare i ragazzi a porre domande, a chiedersi cosa sia accaduto e cosa abbia determinato i cambiamenti.

Ma c’è un’altra considerazione importante da fare.

L’immagine originale, nel libro di testo in genere, non è soltanto quello che per lo storico è il documento iconico, vale a dire l’affresco, la miniatura, l’arazzo, la fotografia a partire dall’ottocento; in un sussidiario le immagini originali sono anche quelle che mostrano i documenti archeologici.

L’archeologia ha una sua procedura di tecnica di scavo e di ricostruzione ipotetica di un sito, che è specifica e particolare, ma anche relativamente giovane. Le procedure di scavo nell’ottocento non erano quelle della moderna archeologia, ed anche la collocazione e l’organizzazione dei reperti nel museo assume, oggi,  criteri e scopi diversi rispetto a quelli del passato. Così come lo scavo archeologico, nell’importanza che dà alla stratigrafia, non è più la semplice ricerca di oggetti antichi, anche i musei non sono più, oggi, luoghi in cui ci si limita a mostrare delle collezioni di oggetti, ma luoghi di ricerca e di educazione (o almeno, questo dovrebbero essere).  In un museo di questa concezione, ogni reperto diviene un documento, cioè la testimonianza di ciò che è stato quel reperto, ma anche la fonte indiretta della vita che attorno ad esso si svolgeva, è un contributo alla ricostruzione di un sito nel tempo.

Facciamo un esempio: come ricordava Bloch nel suo Apologia della storia, il palafitticolo che viveva sulle rive del lago e che in esso gettava i resti del suo pasto, aveva solo intenzione di fare pulizia. Ma dai resti fossili dei suoi avanzi, noi oggi possiamo sapere di cosa si cibava, conoscere la flora e la fauna che in quel sito proliferavano, il livello più o meno primitivo di agricoltura o allevamento che era o non era in grado di praticare, e possiamo, da questo e dal polline fossile, dedurre anche il clima.

Cosa c’entra tutto questo con il sussidiario?  Molto, in realtà.

Il modo in cui il libro di testo presenta l’immagine del documento archeologico, può somigliare all’organizzazione del museo di cui prima parlavamo: può avere, allo stesso modo del documento iconico vero e proprio, una prospettiva legata al lavoro didattico, oppure essere accessorio e decorativo, rivolto al semplice mostrare collezioni di oggetti. Ed è purtroppo questo, come vedremo dopo, l’uso più frequente.

Di nuovo un esempio: il sussidiario, nel capitolo degli uomini primitivi, può mostrare chopper, amigdale o raschiatoi, come immagini accessorie del testo; oppure può dare all’immagine di questi documenti una valenza didattica, presentandoli non solo così come sono stati ritrovati, ma in quella che doveva essere la loro funzione. L’uso degli utensili ci mostra i gesti della quotidianità della vita; dalla loro singolarità si risale ai gesti complessi della loro costruzione, ai materiali che li compongono. Mettendo a confronto utensili di diverse epoche storiche, i bambini possono vederne la trasformazione, ma anche la loro durata; sono in grado di rendersi conto che il Neolitico, nel suo stile di vita e nei suoi utensili, dura ancora oggi in alcuni luoghi del mondo.

Insomma, al di là della specificità del documento archeologico inteso come fonte per la ricerca storica, c’è anche una specificità didattica che un libro di testo (come un museo) può scegliere di utilizzare o meno, scegliendo, di conseguenza, l’informazione e l’approfondimento, anziché il semplice abbellimento del testo.

Cercando di dare una risposta alle domande poste inizialmente, diremo che occorrerebbe scegliere ed organizzare le immagini, in modo da costituire una raccolta di fonti organicamente strutturata; ma la finalità dovrebbe essere quella di aiutare l’insegnante a costruire percorsi didattici, capaci di utilizzare l’immagine in maniera metodologicamente corretta, e rivolti alla costruzione di quei “quadri di civiltà” di cui i programmi parlano.

Andiamo dunque ad analizzare la tipologia delle immagini presenti nei sussidiari e l’uso che ne viene fatto.

I testi considerati sono dieci, e sono quelli più adottati nella provincia di Firenze nell’anno scolastico 1995-96.2

Le immagini originali sono largamente prevalenti rispetto a quelle eseguite dal disegnatore (tra l’ 80% ed il 97% dello spazio illustrativo). La classificazione operata sul totale delle immagini originali riguarda quelle che riescono a svolgere, in senso didattico, una funzione di documento iconico: che possono, cioè, essere oggetto di osservazione e riflessione, all’interno della classe; immagini in grado di dare informazioni su aspetti importanti della vita quotidiana.

Questi aspetti, o per meglio dire questi contenuti capaci di definire in maniera adeguata un “quadro di civiltà”, possono essere così ipotizzati (è ovviamente una proposta):

a)      abitazioni: tipo di costruzione, materiali, mobilio. Struttura rurale o urbana.

b)      Alimentazione: tipologia, qualità o carenze. Preparazione e conservazione del cibo. Igiene.

c)      Tecniche, utensili: del lavoro, della casa, di ogni settore della vita.

d)      Vita economica: caccia e pesca, agricoltura e allevamento, artigianato e industria, commercio e scambio. Modi di produzione e divisione del lavoro.

e)      La comunicazione: pittura e scultura. Scrittura. Sistemi simbolici convenzionali (numeri, misure ecc.). Anche i viaggi e la diffusione delle idee.

f)        Le malattie: livelli generali di vita. La medicina. Aspetto demografico.

g)      La sepoltura: monumento, mobilia. Metodo: protezione rituale, decorazione, espressione dei sentimenti, idea della morte.

          Ebbene, quante immagini presenti nei sussidiari possono dare informazioni su questi aspetti ed essere utilizzate didatticamente? In generale, una netta minoranza: se si eccettuano Sussidiario, che ha una percentuale del 53% di utilizzabilità dell’immagine come documento iconico, seguita da Il mio sussi con il 44%, per gli altri otto testi si va dal 31% di Arcipelago delle idee al 17% del Segreto delle cose.

Questo tipo di valutazione ha naturalmente degli aspetti soggettivi, quindi dei margini di discutibilità; ma c’è una analisi dei testi assolutamente oggettiva, e riguarda l’intenzionalità degli autori, la costruzione stessa del libro: quante sono le immagini originali sulle quali viene effettivamente proposto un lavoro didattico? E quale tipologia di lavoro?

I dati, qui, sono sconfortanti: se si eccettua Sussidiario, con il 31% di immagini legate a proposte di lavoro o di guida all’osservazione, gli altri testi variano dal 10% al niente assoluto, con una media del 4%.

Detto in altre parole, i 9/10 dei testi analizzati utilizzano didatticamente il 4% medio delle immagini originali presenti (il calcolo è stato fatto su tutti e tre i volumi).

Resta ancora da dire che il lavoro che viene proposto, per quanto esiguo, non è finalizzato alla posizione di problemi o proposte di riflessione: la finalità è quella di una esercitazione (domande a cui rispondere) legata all’osservazione.

Riguardo alla cartografia, la funzione largamente prevalente è quella di illustrare gli aspetti della geografia politica nei vari periodi. E’ infatti decisamente minoritaria la cartografia rivolta ai molti aspetti precedentemente indicati. Anche qui c’è l’eccezione di Sussidiario(49%) ed in parte anche di Il mio sussi (33%); per gli altri otto testi questo tipo di cartografia si riduce al 10% medio.

Generalizzando, possiamo dire che un solo manuale, sui dieci considerati, si è posto l’obiettivo di una consistente attività didattica legata all’immagine.

Se i documenti iconici, nel sussidiario, fossero organizzati come archivio di materiale su cui lavorare didatticamente, potremmo pensare ad una struttura di questo tipo: immaginiamo una tabella a doppia entrata in cui, da una parte, ci sono quei contenuti, prima elencati, che possono definire un quadro di civiltà (le abitazioni, l’alimentazione, le tecniche di lavoro ecc., ma sarebbe interessante, su questo, aprire un dibattito), dall’altra i “quadri” che reputiamo significativi nel tempo, per esempio le periodizzazioni più generali determinate dalle grandi rivoluzioni (prima e dopo la rivoluzione neolitica, prima e dopo quella industriale). Gli incroci potrebbero costituire la struttura d’ archivio di immagini significative su cui lavorare didatticamente.

Anche se l’analisi compiuta riguarda solo un aspetto particolare del sussidiario,  essa dovrebbe bastare a far comprendere quanto profonda sia la necessità di una riflessione sul manuale delle elementari e di una sua ristrutturazione complessiva, evidentemente collegata alla riscrittura dei programmi di storia per tutta la scuola dell’obbligo, in una prospettiva di curricolo verticale.

Ma quest’ultima è, davvero, un’altra storia.

1 F. Braudel, I tempi della storia, BA, Edizioni Dedalo, 1986, p. 296.

2 I testi, in ordine dal maggiore al minore risultato adozionale, sono i seguenti:  1) Il mio sussi, Fabbri  2) Sussidiario, La Nuova Italia  3) Binario realtà, Il capitello  4) Il segreto delle cose, Il capitello  5) Il gioco del sapere, Giunti Marzocco  6) Dimensione logica, Cetem  7) Avventure nel sapere, Piccoli  8) Il nuovissimo sussidiario, Cetem  9) Arcipelago delle idee, Giunti Marzocco  10) Obiettivo chiarezza, La Scuola.

Identità e Memoria

Nei primi anni della scuola elementare, la memoria, intesa come ricordo autobiografico e familiare che parte dal bambino, costituisce una fonte primaria di straordinaria importanza. Non soltanto per un lavoro di ricostruzione della storia personale e familiare, ma per il rafforzamento dell’identità individuale.

La nostra memoria costruisce la nostra identità di persone viventi in un contesto sociale, stabilisce le coordinate di spazio e tempo che definiscono storicamente la nostra vita, ci consente di progettare il futuro.

La ricchezza della memoria è ricchezza di significati che utilizziamo nel presente, per essere in grado di pensare noi stessi nel futuro.

E’ anche per questo che la ricostruzione della propria autobiografia, inserita cronologicamente su una linea del tempo che rappresenta la vita di ciascun bambino, costituisce un lavoro che si basa su motivazioni affettivamente profonde, oltre a permettere un approccio corretto ai concetti di base della disciplina.

Raccontare le proprie storie e quelle dei propri familiari significa anche dare parole ad alcuni pezzetti della nostra vita: è una storia interiore che esce all’esterno, e rientra di nuovo dentro di noi con la coscienza delle parole. E’ la costruzione di un’autobiografia che manipola ed organizza i ricordi, componendoli, cancellandoli o modificandoli.

Col passare degli anni, da adulti, spesso la memoria si confonde con l’immaginario, anzi, ne diviene l’archivio dal quale estrarre le immagini da comporre. I ricordi vengono mescolati e costruiti per dar luogo, lentamente, ad una memoria che non è più totalmente fedele alla realtà che è stata, ma ai significati che ci spingono a ricordare, quelli che il tempo ha modellato dentro di noi. Così, il desiderio di significati si confonde con la memoria, ed è ciò che ricordiamo a conferire senso a ciò che viviamo.

Raccontare una porzione della nostra vita può deformare i personaggi, cambiare la successione delle immagini, collocarsi in una dimensione quasi senza tempo. Allora l’immaginario prevale sulla memoria, ed il ricordo diviene enunciazione di significati e desideri.

Questo accade a noi adulti in modi più o meno complessi e profondi; accade però anche ai ragazzi, sia per ciò che ricordano sia per quello che viene raccontato loro dai grandi. Quando i bambini tracciano sulla linea del tempo personale gli eventi che hanno caratterizzato la loro vita, non è infrequente che essi dimentichino la nascita del fratellino.

Non tralasciano niente, invece, di tutte le “disgrazie” capitate: cadute dai luoghi più disparati che hanno reso necessario l’intervento del pronto soccorso; l’essersi smarriti in boschi occasionali – il mercato ed i grandi magazzini sono i più frequenti – con conseguente affannosa ricerca da parte del babbo o della mamma. Queste disgrazie hanno, come comune denominatore, una certa dose di negligenza da parte dei genitori, i quali prima si distraggono e dopo, quando il bambino si è fatto male o si è perduto si preoccupano e si angosciano. E ciò che il bambino domanda, quando il genitore racconta questi fatti è: “E tu che facevi? Cosa pensavi?”

Per tutti noi esistono luoghi in cui abita il nostro immaginario, con dentro le paure e le sicurezze della nostra infanzia e adolescenza; quegli spazi dove abbiamo vissuto le nostre esperienze e costruito la nostra parte di memoria collettiva.

Veder cambiare quei luoghi è come non dar più una casa alla nostra memoria. Lei, variabile, ha bisogno di vivere in luoghi costanti.

Qualche volta, quando vediamo il mutamento dovuto al degrado urbano ed ambientale, diventa preferibile non guardare, non rivisitare. Allora la memoria abita dentro se stessa, ricostruendo nel ricordo il luogo stabile dove l’immaginario dimora.

Scriveva Georges Perec, uomo a cui la guerra ed il nazismo tolsero – bambino piccolissimo – radici e memoria: “vorrei che esistessero luoghi stabili, immobili, intangibili, mai toccati e quasi intoccabili, immutabili, radicati; luoghi che sarebbero punti di riferimento e di partenza, delle fonti. Il mio paese natale, la culla della mia famiglia, la casa dove sarei nato, l’albero che avrei visto crescere (che mio padre avrebbe piantato il giorno della mia nascita), la soffitta della mia infanzia gremita di ricordi intatti…

Tali luoghi non esistono, ed è perché non esistono che lo spazio diventa problematico, cessa di essere evidenza, cessa di essere incorporato, cessa di essere appropriato. Lo spazio è un dubbio: devo continuamente individuarlo, designarlo. Non è mai mio, mai mi viene dato, devo conquistarlo. (…) Come la sabbia scorre tra le dita, così fonde lo spazio. Il tempo lo porta via con sé e non me ne lascia che brandelli informi”.[1]

Oggi i bambini hanno molti spazi che riempiono il loro tempo: la palestra, gli allenamenti del calcio, la scuola di danza, di musica, di inglese; la quantità giornaliera di televisione e di videogames.

Ma si è verificata una progressiva riduzione di quegli spazi che, nel quartiere, costituivano i luoghi dei giochi, il riferimento quotidiano degli incontri che consentivano ai bambini di fare esperienze insieme. Questi spazi sono stati ridotti e modificati dal tempo e da un modello di sviluppo; quelli rimasti sono sempre più pericolosi; la scuola di danza, il calcio, la palestra, sono i luoghi che li hanno sostituiti.

Ma sono spazi dove il tempo è organizzato da attività stabilite, ed i rapporti tra bambini, mediati dalle esigenze dell’adulto, non sono quelli costruiti dall’immaginario del gioco. E soprattutto l’aver troppo da fare, o il fare troppe cose, limita pian piano la capacità di fare esperienza, che è capacità di costruire una memoria condivisa con gli altri.

Oggi i bambini ricordano poco, ed i genitori si preoccupano poco di aiutarli a ricordare. La memoria sembra divenuta inattuale, accessoria, superflua.

Nella mia scuola, in più classi ed in più anni, abbiamo constatato che molti genitori non avevano conservato quasi niente degli oggetti (vestitini, giocattoli) appartenuti ai bambini; ed anche che i ragazzi conoscevano pochissime storie relative a se stessi da piccoli ed al passato della loro famiglia.

Insomma, avevano poco da ricordare e poco da raccontare.

La povertà della memoria, riducendo il passato, dilata il presente della nostra vita: il bisogno di significati che inevitabilmente abbiamo viene proiettato sulla quotidianità, sulle cose materiali o sulle cose da fare, sulla quantità di tutto ciò che riempie il nostro tempo ed il nostro spazio.

La visione del tempo e della vita che i bambini lentamente si costruiscono non ha mai solo aspetti soggettivi, è anche un fatto culturale ed educativo che dipende da come viviamo. In questo tempo, che dilata il presente e lo pianifica con cose, appuntamenti, avvenimenti, manca il tempo per raccontare, manca lo spazio per conservare i ricordi.

Noi insegnanti discutiamo spesso sul processo di accelerazione che caratterizza i comportamenti dei bambini che abbiamo a scuola oggi, rispetto a quelli dei cicli precedenti. Il bisogno che manifestano è quello di fare continuamente lavori differenti e brevi, insieme all’incapacità (al disagio) di stare molto tempo su uno stesso argomento per discuterlo ed analizzarlo, ascoltandosi reciprocamente.

E’ come se vivessero in un territorio sempre più ampio nell’estensione e sempre più sottile nella profondità.

La quantità delle informazioni che indubbiamente possiedono non si accompagna alla riflessione dell’approfondimento. Il ‘pieno’ e l’assenza di pause è ciò che li caratterizza.

Eppure sono proprio le pause che danno una scansione alla giornata; che permettono al pensiero di muoversi fra le cose che facciamo.

La scuola dovrebbe essere il luogo istituzionale in cui la lentezza e la profondità della riflessione si mettono accanto alla velocità e all’estensione del mondo in cui i bambini vivono, affinché sia reso intelligibile.

Oggi noi diciamo un po’ tutti che il tempo ha un’altra velocità, nelle trasformazioni che caratterizzano la nostra storia recente, rispetto alla generazione precedente la nostra (la generazione, per essere più precisi, dei nonni dei nostri allievi). Ciò vuole probabilmente dire che i modi di vivere consolidati, quelli che definiscono una struttura socioeconomica, hanno durate più brevi rispetto al passato.

Tutte queste brevi durate accostano, nelle città che viviamo, nelle nostre aree urbane e periferiche, innumerevoli segni ed innumerevoli possibilità di lettura dei cambiamenti: i segni del tempo. Il tempo di cui si dovrebbe acquisire il senso nella scuola elementare; i segni che si trovano nelle cose che ci circondano e che dovrebbero essere letti secondo determinate categorie.

I nostri semicentri e le nostre periferie sembrano sempre più somiglianti fra loro, anche se situati in luoghi molto distanti. Ce ne rendiamo conto quando ci spostiamo da una città all’altra, e guardiamo le cose alla velocità dell’automobile o del treno; tanto più somiglianti ci sembrano quanto più velocemente le percepiamo.

Occorre lentezza per riconoscere i dettagli, occorre fermarsi per osservare ciò che si è percepito; ma l’osservazione è il punto di partenza necessario alla riflessione.

Tuttavia la velocità non è solo quella, concreta, dei nostri spostamenti quotidiani o dei nostri impegni: diventa anche un modo di guardare alle cose. La sempre crescente difficoltà dei bambini a concentrarsi, a fermare l’attenzione su uno stesso contenuto per un tempo lungo, corre il rischio di divenire superficialità del pensiero, disabitudine alla fatica dell’approfondimento.

Il tempo a noi visibile non si sedimenta per strati verticali, i quali appartengono all’archeologia ed al passato remoto, ma, mi si passi il termine, per strati orizzontali. Questi non sono soltanto l’antico accanto al moderno, come avviene nei centri storici, nei vecchi borghi, o anche in ciò che costituiva il nucleo originario di un insediamento che poi si è espanso, ma che comunque resta riconoscibile come nucleo: questi luoghi sono in genere conservati e protetti. Nelle nostre periferie urbane, ma anche nei semicentri delle nostre città, il vecchio accanto al nuovo diventa molto spesso il residuo di qualcosa che si è logorato, che ha perso la sua funzione, che è anacronistico alle necessità del presente; ciò che per costruzione e funzione appartiene ad un altro modo di vivere, ad un’altra struttura socioeconomica.

La casa colonica in una zona protetta dalla speculazione edilizia viene ristrutturata, e diventa villa signorile. La casa colonica circondata da condomini dormitorio o capannoni industriali spesso viene demolita, perché perdendo la sua funzione, in quel contesto diventa qualcosa che ruba spazio, che è perciò meritevole di essere distrutta e sostituita.

Ci sono molti luoghi, nelle città in cui viviamo e lavoriamo, completamente modificati; luoghi in cui, in pochi decenni, niente è come era. I segni materiali non sono più visibili, sono irrimediabilmente cancellati.

Le nostre città ci raccontano comunque molte storie, anche se molto ci nascondono; ma perché  i segni visibili divengano fonti, occorre interrogarli: occorre che la riflessione muova a porre domande.

Quanto lontano arriva la nostra memoria familiare, costruita prevalentemente nell’infanzia e nell’adolescenza?

Quanto lontano arriva la memoria dei ragazzi che abbiamo oggi a scuola?

Passato individuale e passato collettivo sono vicini; la memoria familiare e sociale contiene quella personale.

Lo diceva esplicitamente Paul Fraisse, qualche decennio fa: “il nostro orizzonte temporale giunge a svilupparsi molto al di là delle dimensioni della nostra vita. Trattiamo gli eventi che ci fornisce il nostro gruppo sociale allo stesso modo in cui abbiamo trattato la nostra propria storia. L’una e l’altra peraltro si confondono: per esempio, la storia della nostra infanzia è quella dei nostri primi ricordi, ma anche quella dei nostri genitori, ed è a partire dagli uni e dagli altri che si sviluppa questa parte delle nostre prospettive temporali.”[2]

Questa idea arriva, in realtà, da molto lontano.

Jacques Le Goff, nel suo Storia e memoria, sottolinea come nel medioevo e nell’antichità, gli anziani fossero considerati uomini-memoria, chiamati anche a testimoniare sul passato, in controversie legali la cui origine risaliva a generazioni precedenti: la ‘memoria d’uomo’ andava quindi oltre la vita individuale; conteneva la memoria che padri e nonni avevano tramandato.

Le Goff riporta un brano di attualità straordinaria, che uno storico inglese scrive nel momento in cui termina il XII secolo: ciò che per noi è moderno, diceva Gautier Map giusto ottocento anni fa, è “la distesa di questi cento anni dei quali vediamo adesso il termine, e dei quali tutti gli eventi rilevanti sono ancora abbastanza freschi e presenti nelle nostre memorie, anzitutto perché i centenari sono ancora in vita, ma anche perché una quantità innumerevole di figli hanno, trasmessi loro dalla bocca dei loro padri e dei loro nonni, racconti certissimi di ciò che essi non han visto di persona.”[3]

Quanto questo è vero per noi, alla chiusura del XX secolo? Cosa appartiene a noi – noi che siamo sulla strada di considerare il fascismo ed il nazismo anacronismi senza più senso – di questi cento anni che ci hanno da poco lasciato?

Gli storici non amano definire un secolo in termini di pura cronologia:  lo caratterizzano a partire da interpretazioni sociopolitiche ed economiche. Ma una definizione di secolo a partire dall’idea di memoria l’ho trovata, bellissima, in un piccolo libro di Raymond Queneau, che storico non era.

Dice così: “Il secolo è per definizione la durata di un’esperienza umana collettiva. Concretamente, è il tempo (variabile) compreso tra un momento qualunque e il momento in cui muore l’ultimo degli uomini nati nel momento iniziale scelto.”[4]

Questa definizione l’ho compresa veramente solo un po’ di tempo fa, nel 1999, nel mese di febbraio. Provo a spiegare perché, anche se per farlo dovrò partire dalla mia memoria personale (ciascuno ha i propri riferimenti familiari e sociali così come ha un nome, un’identità).

Mio nonno Carlo, l’unico che ho conosciuto, era nato nel 1899, nel mese di febbraio (siamo nati lo stesso giorno, e questo per me bambina era un fatto molto speciale). Apparteneva all’ultima classe chiamata al fronte nella Grande Guerra. Ho ricevuto da lui, come diceva Gautier Map, ‘racconti certissimi di ciò che io non ho visto di persona’ (racconti che stridevano con la storia eroica e retorica che leggevo nel mio sussidiario degli anni ’60). La mia memoria oltrepassava di molti decenni la dimensione della mia vita individuale.

Dunque, nel febbraio del 1999 leggevo sul giornale che il Presidente della Repubblica aveva ricercato e rintracciato i ‘ragazzi del ‘99’ ancora in vita, per un omaggio di riconoscenza in vista della chiusura del secolo.

Erano rimasti quasi seicento.

Ed è allora che ho capito davvero il senso profondo della frase di Queneau.

Quando morirà l’ultimo di loro (e forse è già accaduto), l’ultimo di quegli uomini nati in quel “momento iniziale scelto”, sarà terminata la storia di un’esperienza umana collettiva: la convivenza di più generazioni come memoria che mantiene la possibilità di essere raccontata attraverso la parola.

Quanto lontano arriva la memoria dei bambini e dei ragazzi che stanno insieme a noi, oggi, a scuola?

Certo, la Storia non coincide con la memoria; la disciplina e le sue regole sono costruzioni organizzate in base a criteri e fondamenti di ordine epistemologico e metodologico. Ma questo costituisce il punto di arrivo, non di partenza, di un percorso che voglia dirsi formativo; un percorso in cui la riflessione pedagogica e la didattica gestiscano gradualmente i passaggi necessari tra campo d’esperienza, ambito disciplinare, disciplina.

Costruire memoria e identità deve rappresentare una finalità educativa sulla quale lavorare; la partenza di un percorso di formazione che renda consapevoli i ragazzi di stare dentro una Storia fatta di molte storie.

Sono formative le conoscenze che costruiscono, dentro di noi, qualcosa che ci farà dare senso e valore a ciò che ancora conosceremo. Questa ricerca parte dalla nostra storia, parte da chi siamo.

[1] Georges Perec, Specie di spazi, Bollati Boringhieri, 1989, pag. 110

[2] P. Fraisse, Psychologie du temps, P.U.F., Paris, 1967, p.170

[3] J. Le Goff, Storia e memoria, Einaudi, TO, 1982, p. 372

[4] R. Queneau, Una storia modello, Einaudi, TO, 1988, p. 92

Fare storia oggi

Premessa

L’occasione, che l’Accademia Valdarnese del Poggio ci offre, di salutare e ringraziare il professor Bruno Moretti per il suo lungo impegno di studioso e di uomo di cultura, mi ha riportato alla mente, prima di ogni altra cosa, questi versi di Danilo Dolci:

…Questo tipo mi piace

così semplice, affatto teatrante:

pur davanti a migliaia di persone

se ha qualcosa di essenziale da esprimere

abbassa la sua voce come a offrirsi

più attentamente…

(D. Dolci, Il limone lunare)

Parlare a voce bassa per farsi ascoltare con maggiore attenzione: lo stile dell’uomo.

Ecco quello che ho imparato, personalmente, dal professore, in un episodio di tanti anni fa, nel momento in cui ho fatto conoscenza diretta con Bruno Moretti in quanto uomo di scuola e dirigente,

Un’ insegnante, agli inizi della carriera,  per la prima volta si trova di fronte l’ostilità e il rifiuto di un’ allieva: l’allieva in piedi, accigliata, tesa; la supplente davanti a lei, disarmata da quell’ostinato silenzio ad occhi bassi.

Il preside dal corridoio coglie la situazione e interviene. Con leggerezza, con tanto garbo e sollecitudine che, non si sa come, tutti e tre si ritrovano seduti in cerchio a conversare insieme .

A distanza di tempo l’insegnante, ormai non più inesperta, ringrazia il professore per quella semplice e sommessa lezione di dialogo, che le è stata più volte utile nella sua professione.

Il dialogo, ne sono sempre più consapevole e convinta , è fondamento del rapporto di insegnamento / apprendimento , non soltanto perché è condizione indispensabile per una relazione interindividuale soddisfacente, ma anche perché  è una delle condizioni essenziali per un apprendimento efficace.

Per essere buoni maestri e buoni allievi occorre cercare prima di tutto la comunicazione reciproca, il dialogo dunque.

Non comunque il dialogo come fine, lo scambio personale che fa riferimento soltanto alla propria individualità come valore centrale, l’incontro nel vuoto, senza contenuti e valori collettivi e sociali.

 Ciò che serve è lo scambio culturale, nella diversità e reciprocità dei ruoli di adulto, da un lato, e di giovani in fase di formazione, dall’altro, consapevoli che la conoscenza o si costruisce insieme, come ricerca di un significato condiviso, o è formula vuota.

Negli ultimi anni mi sono un poco occupata di didattica e quindi di comunicazione e dialogo in situazioni scolastiche.

L’ho fatto sempre in riferimento ad insegnamenti disciplinari specifici: l’area storico-sociale e degli studi antropologici, mai invece come teorizzazione e tecnica in senso generale..

 Questo nella convinzione che a scuola si sta per apprendere e che uno stare bene a scuola fondato sull’abbandono degli obiettivi di crescita e di formazione culturale è il peggiore inganno per i giovani.

La cultura è ancora in grado di offrire ai giovani strumenti indispensabili per vivere consapevolmente, che non devono essere loro sottratti, lasciandoli confinati nei limiti della propria esperienza esistenziale .

Se dunque dobbiamo osservare con estrema prudenza le mode psico-individualiste dell’apprendimento come gioco e rappresentazione di sé, dobbiamo però anche porre il problema della pari dignità dei soggetti : insegnante e allievo collaborano con ruoli specifici, ma in condizione di scambio reale.

In questo senso anche le più recenti indicazioni della pedagogia cognitivista di seconda generazione, che attraverso  la teoria costruttivista descrive  l’apprendimento per ricerca e relazione con gli altri.

In che modo tutto ciò ha a che fare con la storia ?

In almeno due accezioni importanti che vorrei cercare di esporre qui: una pedagogica, l’altra epistemologica.

Secondo la prospettiva pedagogica il dialogo e quindi l’ascolto sono momenti fondamentali della mediazione didattica, sono cioè la matrice di ogni metodologia efficace.

Ma dialogica è anche la conoscenza scientifica, sempre e a maggior ragione per le scienze umane e sociali dove l’oggetto di ricerca è ricostruito secondo un paradigma indiziario e interpretato sulla base di documenti e ipotesi .

Di questo lavoro umile e grande della cultura non possiamo restituire ai giovani solo le formule e i modelli condivisi dalla tradizione accademica, rendendo completamente invisibili e opachi il dibattito, la ricerca continua, il confronto o l’errore, il dubbio, la diversità dei punti di vista all’interno della comunità degli studiosi.

Dice, a questo proposito, J.Bruner

come il metodo esplicativo adottato nella scienza può e deve essere insegnato con cura e con rigore, anche i metodi interpretativi e narrativi della storia, degli studi sociali e della stessa letteratura possono essere insegnati con cura e con rigore. Ma raramente lo sono, perché troppo spesso vengono visti come esercizi di destrezza allo scopo di trovare la storia che esclude le altre, o come esercizi di retorica che si propongono di far valere un punto di vista partigiano. In realtà nessuna delle due cose ha molto a che vedere con quello che effettivamente fanno i buoni storici, gli studiosi di scienze sociali e i teorici della letteratura quando svolgono il loro lavoro…dobbiamo vedere la storia come una disciplina che si propone di comprendere il passato piuttosto che come semplice resoconto di “quello che è accaduto”. Non è mai vero che la storia accade e basta: viene costruita dagli storici. E’ solo una debole scusa quella di dire che i bambini non sono in grado di farlo. Ho visto sviluppare l’approccio interpretativo alla storia al Learning and Development Research Center di Pittsburg, dove i bambini non si preparavano ad essere dei semplici consumatori di storie “corrette” preconfezionate o dei tifosi di scadenti resoconti di parte, ma imparavano a fare gli storici: ben lontani dunque dal limitarsi a “mettere i fatti al posto giusto” o dal crogiolarsi in un’ autoindulgenza retorica.

Dobbiamo abituarci a convivere con la complessità e la diversità, anche nei luoghi deputati alla trasmissione della cultura non si può ignorare ancora per molto tempo il bisogno di un dialogo a più voci, pena la perdita di senso per i giovani. Lo stesso Bruner osserva più avanti:

…un rispettoso rigore verso diverse“storie” ,diverse interpretazioni delle cose, di come sono, di come possono essere arrivate a essere così e dove potrebbero andare non è affatto in antitesi con il pensiero scientifico. Le spiegazioni scientifiche sono complementari all’interpretazione narrativa e viceversa: dopo tutto le storie si occupano fra l’altro dei significati umani delle teorie.

…la ricostruzione narrativa comune non è un gioco a somma zero. Produrre senso insieme non deve essere necessariamente una forma di egemonia, un far mandare giù a forza ai più deboli la versione dei più forti…la collaborazione e una partecipazione attiva e competente nello studio della condizione umana non hanno come obiettivo il raggiungimento dell’unanimità, ma di una maggiore consapevolezza. E maggiore consapevolezza implica sempre maggiore diversità.

Di tutto questo vorrei portare qualche esempio semplice, riprendendo il discorso dal primo aspetto: il dialogo e l’ascolto come metodologia didattica secondo la prospettiva costruttivista.

Metodologie della conoscenza storica

Che significa applicare all’insegnamento della storia una prospettiva costruttivista ?

Vuol dire, in sintesi,  aver dato al nostro lavoro degli obiettivi di tipo metodologico come questi:

§         costruire un contesto di apprendimento per scambio, attraverso fasi di ascolto, negoziazione e scambio di ruoli, come educazione all’analisi critica([1])

§         sostenere e guidare processi di riflessione (metacognizione) da parte dello studente come educazione all’autonomia ([2])

§         organizzare gli apprendimenti in percorsi di ricerca in classe, secondo un metodo laboratoriale, in tre ambiti fondamentali (dimensioni spazio/temporali; sistematizzazione delle conoscenze; analisi dei documenti)([3])

 Il contesto

L’innovazione  nelle metodologie di insegnamento non inizia dai contenuti specifici della disciplina, dalle conoscenze, dai concetti, dalle difficoltà in ambito cognitivo, ma dall’immagine che i giovani hanno della storia, dal loro modo di rapportarsi con essa e dalla consapevolezza che essi stessi hanno dell’origine e del fondamento di questa immagine.

Prospettive di questo genere sono quello che si intende quando parliamo di ritrovare il senso della storia nelle giovani generazioni, un sentimento del tempo e della memoria collettiva che oggi appare minacciato e lontano;  il dato più significativo è il distacco, a volte, l’opposizione tra la dimensione sociale e quella personale negli adolescenti.

Il primo impegno del nostro lavoro di insegnanti dovrebbe essere allora su questo terreno, nel far emergere e portare in discussione l’immagine reale della storia che hanno gli studenti e il modo con cui si rapportano col passato e col futuro individuale e collettivo; una analisi degli atteggiamenti, o, meglio, nel contesto della classe una riflessione collettiva, una comunicazione e uno scambio continuo.

Non entriamo in merito alle metodologie  di autoriflessione guidata, cioè di metacognizione, perché il mio lavoro non ha affrontato questo aspetto in modo sufficientemente approfondito da sperimentare o realizzare dei percorsi o delle osservazioni sistematiche.

Mi sembra invece straordinariamente importante ribadire l’efficacia, in ritorno di motivazione e interesse, di tutte le esperienze di indagine (nelle classi di scuola media e di scuola superiore) sulle opinioni e sugli atteggiamenti dei giovani, come strumento di presa di coscienza e come attività per iniziare un percorso di approfondimento.

Tra le molte inchieste svolte su questi temi, con i giovani, ne cito una costruita  e raccontata da Donata Meneghelli al convegno internazionale svoltosi a Bologna il 21 marzo 2000.([4])

La ricerca si avvaleva di un questionario – cornice sul rapporto tra giovani e televisione e di tre questionari periodici di rilevazione degli ascolti televisivi dei giovani e della presenza di temi storici in televisione.

 L’interesse della relatrice era di evidenziare gli intrecci tra insegnamento della storia e mezzo televisivo in un duplice significato: da un lato nel vedere come la cultura storica aiuta a leggere la TV e dall’altro nel valutare in che modo la TV aiuta a costruire conoscenza storica.

Obiettivo dell’esperienza, condotta con una scuola superiore, era quello di far emergere domande e problematizzazioni, percepire l’uso pubblico della storia e contrastare la presunta oggettività del mezzo.

Citiamo questo esempio per mostrare la immediatezza di certi modi per attualizzare e coinvolgere nella ricerca; anche senza le competenze specifiche e gli strumenti analitici piuttosto complessi utilizzati dalla relatrice .

Per  saper gestire un intervento di questo tipo i tempi maturano solo con l’età giovanile, ma l’abitudine alla discussione e all’ascolto, al confronto e al rispetto del parere degli altri può e deve essere costruita fin dai primi gradi dell’istruzione.

Nel paragrafo seguente esponiamo in breve alcune tecniche di intervento e delle indicazioni su questo tipo di approccio.

Fase di Ascolto

Abbiamo chiamato questo approccio alla disciplina Fase di Ascolto e abbiamo immaginato che, per essere efficace, dovesse diventare un’abitudine attesa, cioè dovrebbe essere svolta con una frequenza abbastanza regolare da creare aspettativa e abito mentale disponibile allo scambio di opinioni, sia negli studenti, che negli insegnanti, questi ultimi ancora poco abituati a far tesoro dell’universo culturale e di esperienza della classe e molto presi dal ruolo di controllo e di referenza. L’attività di ascolto, invece, permette di avere maggiori occasioni di scambio di ruoli, di sviluppare in modo graduale e costante l’autonomia organizzativa e di riflessione negli studenti e di mettere in rapporto  le informazioni apprese a scuola col proprio universo culturale.

L’ascolto dovrà utilizzare forme di coinvolgimento e di regolazione dei contributi e degli interventi di tutti gli studenti, (che non siano però troppo formali, tanto da rendere difficile la partecipazione), e avere delle modalità per comunicare anche in forma di sintesi i risultati della discussione, che non devono tendere all’unanimità, ma alla rappresentatività di tutti i punti di vista.

SCHEMA : CARATTERI DELLA FASE DI ASCOLTO

ABITUALE
Ovale: ABITUALE
COINVOLGENTE
Ovale: COINVOLGENTE
REGOLATA
Ovale: REGOLATA
INFORMALE
Ovale: INFORMALE
NEGOZIALE
Ovale: NEGOZIALE
SINTETICA
Ovale: SINTETICA
RAPPRESENTATIVA
Ovale: RAPPRESENTATIVA
FASE DI ASCOLTO
Ovale: FASE DI ASCOLTO

 

Nuovo, in questa procedura, non sono tanto le tecniche utilizzate, quanto l’uso sistematico e ricorrente di un momento attivo e collaborativo , nel lavoro di classe.   

Il linguaggio della programmazione didattica degli anni ottanta, (la programmazione per obiettivi, fasi e livelli) ci ha abituato alla presenza di elementi psicodinamici come l’interesse, la motivazione, l’atteggiamento nell‘influenzare gli esiti dell’apprendimento a scuola.

Ma l’idea che parlare di quello che gli studenti pensano della storia (o della matematica) sia parte ineliminabile del fare storia (o fare matematica) in classe, l’idea che l’immagine della disciplina sia fondamentale per aprire un confronto culturale efficace, l’idea infine che alcune (non poche) difficoltà di apprendimento e di formazione siano in ambito diverso da quello strettamente concettuale, cognitivo e abbiano radici di tipo sensitivo, emozionale, di visione del mondo, tutto questo non è molto diffuso nella nostra scuola.

Ancora meno sono diffuse metodologie adeguate di intervento.

Nel corso della mia esperienza di formatore dei docenti ne ho proposte e sperimentate alcune che fossero non tanto complesse ma efficaci.

Le tecniche utilizzate da me per la Fase di Ascolto sono state fondamentalmente tre:

§         Osservazione/registrazione,

§         Brainstorming,  

§         Q-sort.

Di natura diversa, non sono adeguate ugualmente ai diversi livelli di età dei ragazzi, come è facilmente intuibile; ma in ordine crescente a seconda dei livelli di scuola.

Le schede seguenti illustrano le modalità di ciascuna.

SCHEDA N.1 OSSERVAZIONE/REGISTRAZIONE

DISCUSSIONE

§         Si propone la discussione con uno stimolo: un caso, una parola.

§         In cerchio e il più possibile comodi e rilassati si parla.

§         L’insegnante registra (in cassetta, su un quaderno) quello che ciascuno dice .

§         Resta in posizione il più possibile in ombra.Interviene solo per incoraggiare e aiutare tutti a comunicare con chiarezza il loro pensiero.E’ utile la tecnica Rogersiana dell’intervento a specchio.

COMUNICAZIONE

§         Si rappresenta la discussione

(a)     con disegni

(b)     con le frasi e i nomi di ciascuno

§         Il cartellone viene appeso in evidenza

CONFRONTO

§         Si ritorna al cartellone ogni volta che ritorna l’argomento

§         Il disegno o le frasi vengono integrate, cambiate, completate.

 

P.S.

La trascrizione è utile anche con ragazzi  grandi, ma saranno loro stessi a svolgere il compito di osservare e registrare la conversazione

SCHEDA N.2 BRAINSTORMING

Tecnica utilizzata dai creativi pubblicitari in riunioni informali, con lo scopo di elaborare idee nuove, liberando la creatività di ciascuno, in condizioni di agio e di scambio, in atteggiamento di accettazione reciproca

Atteggiamento atteso

Ascolto        Attivazione        Collaborazione              Comunicazione

Obiettivi didattici

Suscitare interesse e aspettativa

§         Introdurre l’argomento

Richiamare le conoscenze degli allievi intorno all’argomento
Scambiare idee con gli altri

Procedimento

La classe viene incoraggiata ad esprimere liberamente le proprie idee sul tema. L’insegnante ( la prima volta) o piuttosto uno degli studenti va alla lavagna e scrive qualsiasi cosa venga detta dai compagni; in alternativa alla comunicazione orale in classe, si può chiedere agli studenti di scrivere in un foglietto quello che pensano dell’argomento proposto.

Completata la lavagna si rileggono le frasi, si riuniscono quelle simili, si dà un’organizzazione alle idee; nel secondo caso i foglietti vengono ritirati e divisi per analogia in gruppi diversi

Attenzione a creare un clima disteso e non valutativo, chiarendo che ognuno può dire qualsiasi cosa gli venga in mente e spiegando che si tratta di associazioni libere di idee.

Il brainstorming può essere utile per

§         valutare gli atteggiamenti di fondo nei confronti delle discipline storico-sociali in generale proponendo temi come:

Storia                Passato            Memoria           Tempo              Società Documento       Monumento       Tradizione                        

§         Evidenziare misconoscenze (pregiudizi e stereotipi) che influenzano gli apprendimenti

§         Richiamare preconoscenze utili al tema proponendo temi come:

a)       Periodizzazioni tradizionali ( es. medioevo, rinascimento…)

b)      Processi storici definiti con termini molto noti (es feudalesimo, colonialismo, fascismo…)

c)       Concetti di base (es. democrazia, dittatura, economia, politica…)

§         Introdurre in modo veloce e attivo un argomento di riflessione o di ricerca

In questo caso sarà un intervento breve  e poco strutturato, guidato verso una sintesi, tipo mappa concettuale.

SCHEDA N.3 QUESTIONARIO A SCALA GRADUATA

( QUALITY SORTo in breve Q-SORT)

E’ una tecnica più complessa, riservata a studenti più esperti

Obiettivi

Dare spazio alla riflessione autonoma di ciascuno
Suscitare la discussione collettiva sui nodi essenziali
Cercare punti di accordo preliminari ad un lavoro di gruppo
Dare criteri di riferimento
Dare una bibliografia di riferimento

Procedimento

Costruzione del questionario

Presentazione

Somministrazione

Discussione

Analisi (eventuale) dei risultati complessivi

Costruzione del questionario

L’insegnante prepara una bibliografia minima scegliendo dagli autori più noti che si sono occupati dell’argomento alcuni brevi passi (frasi) significativi

Alcune affermazioni vengono date in forma letterale, altre vengono trasformate rendendole parziali o lontane dal pensiero dell’autore

Vengono inserite affermazioni di senso comune accanto a riflessioni meditate e ben fondate sulla ricerca scientifica

Le affermazioni vengono riportate in una batteria di 10 / 15 frasi senza nessun riferimento alla fonte dalla quale sono state riprese

Nb si avrà cura di scegliere diverse frasi sui concetti più importanti e di inserirle non in sequenza, ma in momenti diversi del test per permettere alla discussione di tornare su quei concetti da molti punti di vista

Presentazione

Si presenta il q-sort come strumento per la discussione, si spiega che ognuno dovrà esprimere il grado di adesione a ciascuna delle affermazioni secondo la scala tipica:

4 = accordo  totale                2 = disaccordo parziale

3 = accordo parziale             1 = disaccordo totale

Alla consegna si ribadisce più volte che le affermazioni riportate sono tutte opinabili, non ci sono risposte esatte e risposte sbagliate, ma solo stimoli per la riflessione, non si tratta di un test valutativo, ma di uno strumento per la discussione

Somministrazione del Q-Sort

Il gruppo (o la classe) riceve copia del q-sort e segue la lettura delle affermazioni fatta in modo abbastanza veloce e senza dare spiegazioni, se non sul significato letterale

Ciascuno trascrive le sue valutazioni individualmente e velocemente per ridurre al minimo gli scambi tra i presenti e quindi le reciproche influenze

Il q-sort compilato non viene riconsegnato, ma tenuto dalla persona che lo ha risolto e conservato come strumento di riflessione personale

Solo nel caso che si vogliano compilare delle statistiche sugli orientamenti del gruppo può essere utile raccogliere le risposte per analizzarle

Discussione

A turno i presenti leggono le frasi e ciascuno dichiara il grado di accordo motivando la propria scelta

La discussione può essere seguita da una sintesi collettiva sui punti di concordanza e sulle questioni più controverse

In un secondo momento l’insegnante consegna a ciascuno la chiave del test che riporta gli autori di riferimento e/o le sue risposte al questionario

Il questionario evidentemente è adatto a ragazzi più grandi, il grado di difficoltà è relativo alle affermazioni scelte; a titolo di esempio riporto il q-sort proposto ad un gruppo di docenti di Firenze

QUID STORIA                      Q – SORT                                di Carla Mugnai

Per ognuna delle affermazioni attribuisci un punteggio secondo la scala seguente:

                   4 = Accordo Totale        2 = Disaccordo Parziale

                   3 = Accordo Parziale     1 = Disaccordo Totale

  1. La crisi della scuola italiana è dovuta alla presenza di una formazione di élite non adatta ad una scuola di massa                                                            
  2. Nella situazione attuale della scuola italiana la programmazione è una fase del curricolo  
  3. Un metodo didattico consiste necessariamente nell’associazione di una teoria con una tecnica
  4. Oggi siamo impreparati a giudicare l’efficacia dei metodi educativi perché diamo più importanza ai fattori interni di chi apprende che ai fattori esterni del processo di apprendimento
  5. Un atteggiamento positivo nei confronti dell’apprendimento della storia va promosso attraverso precisi interventi didattici                                                          
  6. La moderna storiografia ricostruisce i fatti del passato in funzione delle domande del presente     
  7. Il modo con il quale i manuali presentano la storia differisce in modo notevole a seconda della formazione degli autori                                              
  8. “Il documento è una menzogna “, con quest’affermazione s’intende dire che gli storici devono analizzare i sistemi che partorirono i documenti
  9. Il modello didattico dell’insegnamento della storia tradizionale è coerente con la storia racconto   
  10. Secondo la nuova storia il compito sociale della disciplina storica è quello di superare i legami inconsci che operano nella tradizione                                
  11. Gli archivi didattici per l’insegnamento della storia hanno il compito fondamentale di rilegittimare presso gli studenti lo studio della storia
  12. La storia ha la caratteristica di poter essere facilitata, adeguandola per ogni età
  13. L’insegnamento della storia in Italia è stato ostacolato dall’idea che la storia sia una disciplina umanistica                                                          
  14. Fra una buona storia e una democrazia sostanziale ci sono rapporti amichevoli perché c’è una felice coincidenza dei rispettivi valori
  15. La storia – problema è l’antitesi storiografica più efficace alla storia – racconto                             
  16. L’educare nella e alla democrazia è un obiettivo che non ha ancora trovato un contenuto etico ed empirico nella scuola di oggi                                        
  17. A differenza del passato, oggi l’individuo non ha più un’identità definita poiché vive in una società aperta e differenziata                                                          
  18. Disciplinare e reticolare sono due modi opposti e inconciliabili per intendere la sistemazione delle conoscenze                                                    
  19. Comprendere il 900 significa analizzare le crisi e i contrasti che stanno alla base dell’esperienza di oggi, in campo scientifico, tecnologico e culturale         
  20. La storia intesa come attività di ricerca su temi permette di superare il conflitto che c’è nei giovani tra apprendimento e formazione dell’identità personale                                                         
  21. Tutto ciò che s’insegna deve essere attualizzato cioè riferito al presente 
  22. La società attuale spinge a moltiplicare oltre ogni limite i flussi di informazione                           
  23. Il più alto grado di conoscenza di qualcosa è saperne parlare e scrivere
  24. Conoscenza scientifica significa capacità di circostanziare domande e problemi                         
  25. Laboratorio significa manualità + operatività + cooperazione
  26. Insegnare per temi significa ritornare al racconto della storia
  27. Le abilità di livello più alto sono quelle produttive                        
  28. L’uso dei documenti richiede che si affrontino due problemi didattici: la questione della storia generale e quella delle pratiche didattiche sulla documentazione

Laboratorio sui documenti

Il Laboratorio sui Documenti avvicina gli studenti al metodo di indagine dello storico, per far conoscere e sperimentare le procedure di raccolta, interpretazione e analisi critica delle fonti.

L’educazione storica non può prescindere dal lavoro sui documenti e a questa parte della formazione dovrebbe essere dedicato il 50% del tempo a disposizione per l’ attività didattica, ma per far questo occorrono strumenti predisposti e procedure semplici.

Le esperienze sui documenti che propongo nelle schede seguenti sono di due tipi:

L’Archivio personale (Tesoretto), un gioco di simulazione per iniziare con gli studenti il lavoro del Laboratorio
L’Archivio didattico, una traccia per costruire materiali e percorsi utilizzabili in classe
 
L’archivio personale  (tesoretto)

L’archivio personale, come ho scelto di nominare questo strumento, è un’ intervento didattico che ha lo scopo di iniziare il gruppo classe ai concetti di base e all’attività del Laboratorio sui Documenti.

E’ un gioco di simulazione che permette di avvicinare gli studenti al lavoro dello storico presentando alcune procedure in modo divertente e operativo

L’ invenzione di questo gioco risale agli anni 80 presso la scuola media Rinascita di Milano, è stato poi elaborato nella scuola media Michelangelo di Bari , col nome di Tesoretto([5]), questa che presento è una versione rielaborata da me e sperimentata sia nella scuola media che nella superiore.

SCHEDA N.4    ARCHIVIO PERSONALE

Obiettivi

Avviare le attività di laboratorio sui documenti
Comprendere il significato di operazioni storiche quali:Leggere / interpretare documentiCostituire le fonti
Costruire l’abitudine alla narrazione/comunicazione di tipo storico (= documentata)

Concetti

Fonte:                     Datazione                    Congettura

§         Iconica       

§         Materiale

§         Scritta

Competenze

Datazione di documenti

Lettura interpretazione di tipi diversi di documento

Correlazione tra i dati raccolti

Ricostruzione e comunicazione storica (con riferimento alle fonti)

PROCEDIMENTO                     1°fase leggere /interpretare documenti

Predisposizione dell’archivio

L’insegnante seleziona 20 / 25 documenti (almeno uno per ogni allievo, tranne quattro  che faranno da coordinatori)

I documenti vanno dalle carte di famiglia, alle foto e oggetti diversi che possano essere riferiti ad una persona di circa tre generazioni più anziana degli studenti (nonna Maria o nonno Gino, nati negli anni ’20 )

I documenti sono di tipologia diversa:scritti (per es. lettere, pagine di diario, libretto di lavoro, pagella …);foto (prima di tutto la foto di una bella ragazza o di un bel giovane che saranno presentati come i protagonisti della storia ,poi altre foto dei protagonisti e dei loro familiari in anni e momenti diversi, a volte con dedica e con la data);oggetti personali riferibili a momenti particolari (un anello, una bomboniera…), oggetti che testimoniano gusti o abitudini (una pipa, un biglietto del teatro, di un museo …), oggetti che danno indicazioni sulle convinzioni o sulla mentalità della persona (un rosario, tessere di associazioni di vario genere …).

Oltre ai documenti l’insegnante prepara una biografia / intervista del personaggio (nonna Maria o nonno Gino) e delle schede di lettura predisposte

Presentazione

I documenti inseriti in una scatola o in un vecchio cofanetto sono presentati alla classe come il Tesoretto di nonna Maria (nonno Gino) cose che la nonna conserva perché rappresentano ricordi, momenti importanti della sua vita

L’insegnante mostra ogni oggetto alla classe e lo descrive velocemente: “Ecco una foto con dedica, una corona del rosario, il libretto di lavoro, delle lettere scritte dal campo dove erano tenuti  prigionieri i soldati italiani …” questo permette ai ragazzi un primo orientamento

I ragazzi vengono divisi in gruppi (università di Pisa – università di Palermo) e si stabilisce un responsabile del dipartimento di studi storici

I responsabili del dipartimento ricevono copia degli stessi documenti scritti e delle foto, e uno stesso numero di oggetti diversi, ma equivalenti (es. rosario o crocifisso / pipa o busta di tabacco per pipa)

Due ragazzi (storici del 900 italiano all’università di Berlino) ricevono il documento scritto più difficile da decifrare, ma che contiene informazioni indispensabili per la ricostruzione della storia

Ogni responsabile riceve le schede da consegnare agli storici del suo gruppo, insieme al documento da interpretare

Svolgimento del gioco

ogni storico riceve dal responsabile un documento e la scheda relativa:  vengono analizzati i documenti e redatte le schede
ogni documento , possibilmente datato, descritto e letto per ricavarne informazioni su nonna Maria è messo a conoscenza del gruppo
il responsabile guida la discussione del gruppo per ricostruire la storia di nonna Maria incrociando le informazioni
ogni università può fare un viaggio a Berlino per prendere visione del documento unico che è stato analizzato dai due italianisti
ogni gruppo ricostruisce per scritto la storia di nonna Maria, facendo riferimento al documento da cui ha ricavato l’informazione
i gruppi comunicano le loro ricostruzioni, si discutono le differenze cercando di distinguere dati certi e interpretazioni

Verifica

Ad ognuno viene consegnata la biografia del personaggio preparata dall’insegnante come intervista a… e ciascun allievo la confronta con la sua ricostruzione.

PROCEDIMENTO                                            2° fase: costituire le fonti

Predisposizione del proprio archivio

Ogni ragazzo è invitato dall’insegnante a preparare, a casa, un proprio personale Tesoretto:

a)       mettendo in una scatola dieci oggetti significativi della sua storia

b)       scrivendo una autobiografia che faccia riferimento a quei documenti

Attività in classe

Il giorno stabilito i ragazzi portano a scuola il materiale predisposto:

ognuno scambia il proprio tesoretto con quello del compagno, senza rivelare la propria autobiografia
i ragazzi analizzano i documenti ricevuti, come hanno già appreso nella prima fase, procedendo alla datazione, all’ordinamento in ordine cronologico e alla lettura delle informazioni
ogni ragazzo ricostruisce la storia del compagno, con riferimento ai documenti che ha a sua disposizione
vengono scambiate anche le autobiografie scritte a casa
ognuno confronta la storia da lui ricostruita con la testimonianza diretta scritta dal protagonista

Alcuni suggerimenti utili

Il gioco non deve essere troppo rigoroso, né occupare tempi lunghi; è sufficiente il tempo di due lezioni più il lavoro di preparazione a casa; questo permette di avere un intervento leggero, utile ad impostare alcune procedure come:

datare

mettere in sequenza

ricostruire la storia incrociando i dati

comunicare citando le fonti

Il confronto metterà in evidenza delle contraddizioni e difficoltà di interpretazione che sono preziose per un’ approccio critico al racconto storico, in particolare si potrà discutere di concetti come

 

Attendibilità              Congettura                Indizi              Dati certi

E’ possibile modificare il gioco per adattarlo a livelli diversi di età, naturalmente con obiettivi conoscitivi e di metodo differenti.

Resta costante l’idea di presentare una scelta di documenti di tipo diverso per arrivare a ricostruire una storia; cambiano la distanza temporale e la difficoltà di interpretazione; anche se un qualche genere di vicinanza tra il soggetto e coloro che indagano dovrebbe essere mantenuto fino nella scuola superiore, se si vuol salvaguardare l’elemento di coinvolgimento personale, l’aspetto cioè emozionale che dovrebbe facilitare un inizio motivato per l’attività di ricerca.

La vicinanza massima, per bambini piccoli, sarà nell’analizzare foto e oggetti di un pari età, mentre anche nella distanza più ampia, per studenti delle superiori, ai quali si può proporre una monografia storica, è utile cercare qualche tipo di avvicinamento(tema riferito ai giovani, un protagonista noto…).

Archivio didattico

Ho già ribadito più volte la convinzione che avvicinare gli studenti alle procedure dell’indagine storica sia necessario per mostrare il formarsi della conoscenza, in modo critico e aperto.

Questa convinzione deve trovare una traduzione concreta in termini di spazi e di tempi adeguati nella didattica in classe.

Si propone che circa la metà delle ore a disposizione per la disciplina storica e per gli studi sociali nella scuola dell’obbligo o per la storia e la letteratura nella scuola superiore siano dedicate ad attività di ricerca storica attraverso il laboratorio sui documenti, nella misura di almeno 30 ore annuali.

Obiettivi di questa attività sono i seguenti:

§         interesse e motivazione alla storia e alle scienze sociali

§         conoscenza di alcune procedure del lavoro storico

§         costruzione di concetti operativi

§         avviamento al pensiero critico

Per questa parte dell’intervento è necessario avere grande disponibilità di materiali strutturati e predisposti ad un uso didattico nella classe, materiali non sempre facili da reperire nella forma richiesta dalla nostra programmazione.

 Riportiamo qui le indicazioni che possono essere utili alla costruzione di un archivio didattico.

SCHEDA N.5 ARCHIVIO DIDATTICO

Predisposizione dell’ archivio

§         L’insegnante stabilisce alcune unità tematiche su cui cercare materiale

es. Storia sociale: condizione servile

§         Si fa riferimento ad una bibliografia specifica sull’argomento che risponda ad alcune questioni di fondo

es. A. Giardina,L’uomo romano da cui trarre quali erano le caratteristiche della vita materiale e dell’organizzazione sociale che i ragazzi possono comprendere e utilizzare come elementi di riferimento.

§         Si cercano:

quali sono le continuità

quali le più importanti trasformazioni

dove e quando sono avvenute (situare e periodizzare)

§         Si sceglie una adeguata scala di osservazione del fenomeno storico

globale, europea, nazionale, locale

§         Si sceglie un modello di spiegazione storiografico, operando le opportune semplificazioni adeguate all’età e alle conoscenze degli allievi

§         Si predispone l’archivio dei documenti per quegli elementi che possono essere osservati e tratti da fonti di genere diverso

§         Si prepara in forma semplificata e divulgativa una scheda storiografica di riferimento

NB

I documenti devono sempre contenere notizie su autore, luogo e epoca

I documenti scritti per la scuola di base devono essere facilitati

I documenti iconici devono avere riferimenti alla datazione e alla funzione

La visita a musei o luoghi particolari per l’osservazione di fonti materiali è programmata in base ai dati da ricavare

Attività in classe

§         La classe lavora su materiale d’archivio non per approfondimento di temi già affrontati sul manuale, ma come reale attività di ricerca

§         Le attività sono significative e strutturate ciò vuol dire che si tende a guidare l’operato dei ragazzi e a ricavare dalla ricerca alcune informazioni importanti e non a costruire percorsi eruditi di cui gli alunni fanno il semplice lavoro di compilazione

§         Ogni osservazione e lettura di documenti si conclude con una comunicazione scritta (libera o su scaletta)

Attenzione

§         Oltre  alle fonti si usano rappresentazioni varie come cartine tematiche

§         Si cura che nessun materiale sia semplicemente ricevuto, ma che gli allievi intervengano sempre su di esso anche se con operazioni semplici (come colorare i mari, individuare percorsi ec…)

§         Ogni intervento porta alla scoperta di dati nuovi e alla discussione

§         Alla fine dell’unità è prevista un’attività di sintesi

Verso una nuova formazione storica

La ricerca di una sempre maggiore apertura dei sistemi culturali in società come quelle attuali in cui si confrontano etnie e identità diverse e l’autonomia scolastica, già in fase di attuazione, sono le condizioni storiche e istituzionali che rendono possibile e attuale il cambiamento nella formazione dei giovani e quindi anche nell’ insegnamento della storia.

Nell’ ultimo decennio molti  interventi istituzionali hanno affrontato il tema dei nuovi insegnamenti per la storia,    dalla direttiva ministeriale del 4 novembre 1996 che prevede, per l’ultimo anno del corso scolastico, la trattazione approfondita del Novecento, al documento del febbraio 2001 con la definizione dei nuovi percorsi curricolari, alle indicazioni programmatiche per la scuola di base .

Una volta convenuto sulla necessità di ridefinire il curricolo verticale dell’educazione storica e sulla validità della storia generale nella formazione di base delle nuove generazioni, resta aperta la questione di quali contenuti di storia generalesiano da proporsi ai giovani, se cioè la storia generale da fare sia quella dei manuali attuali, con le sue partizioni tradizionali e con lo sguardo privilegiato sui popoli del Mediterraneo o se anche questa debba ripensare in modo nuovo il proprio oggetto.

L’esigenza di commisurare la storia da farsi con le dimensioni attuali del mondo, così da rendere solidale l’educazione storica con il nuovo concetto di cittadinanza e di identità collettiva, è stata avvertita da tempo; anche se le risposte avanzate fino ad ora sono state piuttosto incerte.

Possiamo sintetizzare le proposte e le esperienze in questi aspetti fondamentali:

1.       l’integrazione aggiuntival’integrazione al programma tradizionale di alcune tematiche attraverso la descrizione di civiltà quali il mondo islamico, la Cina, l’India, nel momento in cui queste civiltà entrano in contatto con la civiltà europea mediterranea

2.       la proposta di costruire moduli didattici a scale diverse, dal locale, all’ambito nazionale a quello della regione, nel nostro caso l’Europa, fino alla scala mondiale, e di svolgere in ogni anno alcuni di questi temi dando la prevalenza a quelli di ambito locale e inserendo nel programma comunque sempre un argomento che riguardi i popoli lontani;

3.       il progetto di storia globaleo storia del mondo (world history ); non come nel caso precedente, limitato ad alcuni argomenti, ma come risistemazione della storia generale;

Ciascuna di queste esperienze ha il merito indubbiamente di tentare, in misura diversa, di superare il limite fondamentale dell’insegnamento tradizionale della storia : l’ impostazione etnocentrica  che fa dei paesi occidentali sviluppati il centro unico del mondo, nel passato e nel futuro e il punto di vista unilaterale di una storia subordinata al primato della politica nazionale e dello stato-nazione.

La questione di fondo è: quale senso della storia possiamo proporre alle nuove generazioni, che significato ha oggi la conoscenza del passato, quale immagine della memoria e dell’identità sociale è adeguata alla società attuale aperta  e composita ?

La società aperta e la storia

Le culture si interrogano sulla loro apertura alla mondialità e scoprono l’origine e la vocazione dei loro diversi linguaggi.

Le trasformazioni di questa fine millennio , con lo sviluppo della comunicazione, i processi di globalizzazione, le migrazioni dei popoli dalle periferie del mondo verso il centro economico dello sviluppo,  hanno arricchito, reso problematica e aperta l’immagine di sé, il senso delle diverse culture del novecento.

Nell’incontro/conflitto tra rappresentazioni della realtà, idee, valori, comportamenti ognuno ha l’occasione per interrogarsi sull’origine e sul valore dei propri riferimenti culturali; ognuno può e deve interrogarsi pena l’incomprensibilità e il conflitto.

Sempre le culture si sono incontrate, intrecciate, riconosciute in riferimento le une con le altre;come afferma Lévi-Strauss[6]

la diversità delle culture umane non è quella di un campionario inerte o di un catalogo sezionato. Certo gli uomini hanno elaborato culture differenti in ragione della lontananza geografica, delle proprietà particolari dell’ambiente, e della loro ignoranza nei confronti del resto dell’umanità; ma ciò sarebbe rigorosamente vero solo se ogni cultura e ogni società fosse nata e si fosse sviluppata nell’isolamento da tutte le altre. In realtà non è mai così … Le società umane non sono mai sole… E oltre alle differenze dovute all’isolamento, ci sono quelle, altrettanto importantidovute alla prossimità: desiderio di opporsi, di distinguersi, di essere sé stessi… Di conseguenza, la diversità delle culture umane è funzione non tanto dell’isolamento dei gruppi, quanto delle relazioni che li uniscono.”

  Nessuna  cultura quindi è un mondo chiuso, ma tutti ci definiamo dentro le relazioni, anche se i linguaggi culturali non hanno tutti la stessa potenzialità comunicativa.

Le arti visive, la musica e la matematica possono vantare una loro specifica forma di universalità, analoga e diversa per ciascuna : universalità di codici (i segni, il colore, i numeri, le note) che rende trasparente o comunque fruibile la comunicazione per chiunque vi partecipi, indipendentemente dalla sua appartenenza.

Un risultato che raggiungono per strade opposte: la matematica definendo senza ambiguità il suo oggetto così che ad ogni segno corrisponda un unico senso; la musica e l’arte rinunciando ad uno specifico senso, accettando molti sensi e molti livelli di lettura, arricchendosi di polisemie come segno di libertà.

La letteratura invece si pone a crocevia :raccontare storie significa condividere dei contesti; occorre quindi tradurre, trasferire senso per ricostruire le storie narrate.

La  storiasi situa nel punto critico, là dove si misura la diversità dei punti di vista e quindi la lontananza culturale; il punto di crisi è dato dall’identitàche quella particolare storia vuole costruire (identità di gruppo o identità nazionale, europea, umana) e quindi dall’apertura del suo punto di vista

Il principio dialogico

La crisi può essere superata attraverso il pensiero critico: se la conoscenza storica non è concepita come verità universale, ma come avventura umana, se il punto di vista non si traveste da oggettività scientifica, ma si dichiara e si mette in confronto, se si segue il principio di dare voce a tutti i soggetti coinvolti prestando attenzione alla storia dei popoli, nella diversità degli uomini e delle donne che l’ hanno vissuta, secondo quello che TzvetanTodorov chiama il principio dialogico.

Proponiamo, sotto questo nome, la riflessione su quella che è oggi l’eredità di gruppi di intellettuali, in Italia, uniti intorno ai movimenti di cultura della pace e di educazione alla mondialità.

L’impostazione ci sembra corrispondere a quello che Todorov chiama il nuovo umanesimo,  cioè la volontà di analizzare alcuni problemi storiografici da un punto di vista etico, dando voce anche a coloro che tradizionalmente non hanno avuto possibilità di affermare il proprio punto di vista, interpretando le ragioni dei vinti, illuminando il diritto e il rovescio della trama del mondo attraverso un metodo comparativo e contrastivo

Il valore dell’esperienza di coloro che si sono dedicati all’educazione alla pace alla educazione alla multiculturalità sta nell’avere mostrato come si può superare il punto di vista egocentrico nelle relazioni umane e dunque anche nello scambio culturale.

Non si tratta soltanto di aprire nuovi scenari ma di cambiare il modo di porsi e per questo proponiamo la riflessione sul problema della diversità delle culture e sul rapporto io / l’altro.

La scoperta che l’io fa dell’altro è un argomento vastissimo che si suddivide in molteplici sottotemi, si dirama in innumerevoli direzioni

Possiamo “scoprire gli altri in noi stessi” cioè renderci conto della discontinuità, della complessità di ogni persona, per cui il nostro stesso io è estraneo, altro da noi.

Possiamo anche scoprire che l’altro è un io, cioè sono soggetti come sono io, che l’altro è separato e distinto da me unicamente dal mio punto di vista.

Affrontando questo tema, Tzvetan Todorov, nel suo saggio del 1982, La conquista dell’ America.Il problema dell’ «altro» enumera alcuni modi di percepire la diversità.

Posso concepire gli altri – dice-  come un’astrazione, come una configurazione psichica di ogni individuo, come l’Altro, come l’altrui in rapporto a me, oppure come un gruppo sociale concreto al quale noi non apparteniamo.

Questo gruppo a sua volta può essere interno alla società (le donne sono altro  dagli uomini, i ricchi dai poveri, i pazzi dai normali) ovvero può essere esterno, può consistere in un’altra società, che -a seconda dei casi- può essere vicina o lontana.

Essere vicinissima a noi sul piano culturale, morale e storico, oppure sconosciuti, estranei di cui non comprendiamo né la lingua né i costumi, così estranei che al limite stentiamo a riconoscere la nostra comune appartenenza alla medesima specie.

Affermare  il valore dialogico della cultura storica vuol dire indirizzare la storiografia, le ricerche, il lavoro di laboratorio, l’uso degli strumenti e dei documenti secondo questa necessità di dare voce agli altri, di ascoltare entrambe le parti in conflitto, di recuperare il punto di vista dell’altro.

Superare  per quanto possibile certi silenzi della storia è compito dello storico, mentre rappresentare la relatività di ogni spiegazione, dare valore alla discussione e alla ricerca è sensibilità dell’insegnante.

BIBLIOGRAFIA

1.      BENTLEY Jerry H., Cross-cultural interaction and periodisation in World History, in American Historical Rewiew, giugno 1996 CD-Rom MPI(traduzione Francesco Tadini)

2.      BRUNER Jerome, La cultura dell’educazione,Feltrinelli, 1997

3.      CAJANI Luigi, Il Novecento e la storia: un progetto di rinnovamento didattico CD-Rom,        M.P.I , D.G.Istruzione Secondaria IGrado,1998

4.      CALVANI Antonio, Costruttivismo, progettazione didattica e tecnologie, in “Progettazione formativa e valutazione” a cura di Donella Bramanti Carocci

5.      CAMBI Franco, Teoria della didattica, “epistemai” e aree disciplinari, in “Arcipelago dei saperi”, LeMonnier,2000

6.      DEWEY John, Democrazia e educazione, LNI, 1949,(1°N.Y.1916)

7.      LEGOFF Jacques, Ricerca e insegnamento della storia; Manzuoli editore, 1990

8.      LEGOFF Jacques, NORA Pierre, Fare storia,PBE,1981

9.      MANNING Patrick, The problem of interaction in World History, in American Historical Rewiew, giugno 1996 CD-Rom MPI (traduzione Francesco Tadini)

10. MATTOZZI Ivo, Il curricolo sommerso, in Viaggi di Erodoto, a.2,n.5., sett.1988, editore Bruno Mondadori

[1] Vedi su questo le schede di lavoro sulla Fase di Ascolto

[2] idem

[3] Vedi su questo le schede di lavoro sull’Archivio Personale e sull’Archivio Didattico

[4] D. Meneghelli, Una ricerca su studenti, tv e insegnamento della storia,Bologna, 2000, dattiloscritto

[5]   La descrizione del Tesoretto nella forma sperimentata dalla scuola Media Rinascita di Milano si trova solo in forma dattiloscritta, la rielaborazione sperimentata nella scuola di Bari  si trova pubblicata in A Brusa L. Bresil,   Laboratorio 1, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori

[6] C. LEVI-STRAUSS, Razza e storia e altri studi di antropologia, Einaudi, Torino, 1967

Il nodo della valutazione

1          Due visioni a confronto

La costante presenza del tema della valutazione come elemento centrale del dibattito sulla scuola ha reso pi? evidente come su questo terreno si stiano misurando due modelli contrapposti, che non tagliano nettamente il quadro politico ma lo attraversano trasversalmente. Sono gli stessi gruppi di ricerca promossi negli ultimi anni dai ministri Berlinguer, De Mauro e Moratti a evidenziare questa spaccatura, che per il momento si mantiene ad un livello implicito.

Il gruppo di lavoro sul curricolo di scienze della scuola primaria nella Commissione De Mauro, coordinato da Cogliati Dezza, si ?cos?espresso in merito ai criteri generali per la valutazione delle competenze:

Le schede usuali, con domande a scelta multipla o con parole pi?o meno corrette da scegliere, con frasi o schemi da completare, non sono sufficienti n?affidabili. La valutazione delle competenze scientifiche richiede invece una pluralit?di mezzi, alcuni si presentano come sistemi di documentazione di processo (quaderni di lavoro degli allievi, diario dell’insegnante, sbobinature, registrazioni video, ecc.), altre come rilevamenti della capacit?di utilizzare in modo significativo specifici concetti e modelli pi?o meno formalizzati (disegni, grafici e tabelle, rapporti su esperimenti compiuti, racconti, resoconti e verbali, brevi questionari a domande aperte, saggi brevi, ecc.), altri infine, come vere e proprie variazioni sul tema in cui all’allievo viene proposta la gestione completa di una situazione gi?analizzata, in forma pi?o meno variata?/p>

?opportuno costruire con la collaborazione di ciascun allievo un adeguato “portfolio”…

Una posizione, questa, sorprendentemente chiara e critica sulle semplificazioni che dilagano nel campo della valutazione.

A fronte di questo contributo, a distanza di pochi mesi, nella stessa Commissione De Mauro istituita per i curricoli della scuola secondaria, il gruppo di lavoro n?, che si occupava di valutazione, certificazione e “passerelle? si esprimeva in termini estremamente diversi. In sintesi, si conferma la classica distinzione tra una verifica vista come processo di raccolta d’informazioni sui risultati raggiunti, a fronte di una valutazione che poi utilizzer?le informazioni acquisite per assumere decisioni educative. Questo approccio, che separa i luoghi e i tempi dell’assunzione dei dati dalla valutazione del loro significato, porta logicamente alle indicazioni che gli strumenti per le verifiche debbono tendere a essere quanto pi?possibile puntuali, quantitativi, oggettivi o intersoggettivamente confrontabili; la valutazione li deve integrare sul piano qualitativo per metterli in relazione con il contesto?Le verifiche riguardano di solito aspetti molecolari, le valutazioni aspetti globali?

Ne consegue ancora che le verifiche didattiche possono essere condotte?anche da organismi di ricerca esterni a fronte di una valutazione che resta di competenza specifica delle istituzioni scolastiche.

Questa ?indubbiamente la posizione pi?forte, pi?accreditata a livello accademico, anche se non l’unica, e ruota intorno all’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema dell’Istruzione. E?stata coltivata dal governo di centrosinistra e sviluppata, con una continuit?non sorprendente, dal centrodestra nella sua ipotesi di revisione della riforma scolastica.

La frattura sembra completa: non ci sono apparenti punti di contatto di questa visione con una che descriva la valutazione come un processo unico e indivisibile, vincolato strettamente tanto allo specifico progetto curricolare, quanto al processo d’apprendimento che si realizza, giorno dopo giorno, in classe.

2          Le interpretazioni delle ricerche europee

Nel campo della valutazione scolastica nel nostro paese si sta certamente pagando una eccessiva semplificazione delle deduzioni ottenute a partire da strumenti e risultati che hanno invece campi di validit?ben pi? ristretti. Questa osservazione appare giustificata soprattutto alla luce del ben diverso atteggiamento che viene raccomandato dagli stessi ricercatori europei dell’OCSE in merito all’uso di standard e test sull’apprendimento.

Ad esempio N.Bottani ha scritto[1]mentre vi ?abbastanza unanimit?nel ritenere che una valutazione del successo scolastico non pu?e non deve essere ridotta a una valutazione del rendimento dello studente in alcune materie fondamentali, si ?rilevato molto difficile raggiungere un accordo sugli aspetti precisi che dovrebbero essere valutati per essere sicuri che la natura sfaccettata dell’educazione sia riconosciuta in tutta la sua complessit?/i>.

Nello stesso testo Ivan Ivic ha messo in evidenza come le teorie dominanti della valutazione diano ancora importanza alle conoscenze di tipo riproduttivo, ma non attribuivano nessuna rilevanza al processo di acquisizione della conoscenza.

Ha poi sottolineato che mentre il ruolo fondamentale della valutazione dovrebbe essere quello di funzionare da feedback per il processo educativo, l’impostazione tradizionale si interessa dello stato finale senza preoccuparsi delle modalit?con cui si pu? raggiungere.

Centrale anche il suo riferimento tanto al problema del carattere statico dei modelli di valutazione a scelta multipla: situazioni di valutazione che privano gli studenti degli strumenti che essi usano nelle situazioni di problem-solving nel mondo reale; quanto all’implicita valutazione deprocesso di formazione delle conoscenze come un processo lineare-additivo[2].

Estremamente significativa appare allora l’osservazione di Carla Fasano sul ruolo che possono svolgere gli indicatori della qualit?dell’istruzione: sottolineando l’importanza della diffusione della consapevolezza cheun qualsiasi sistema di indicatori ? caratterizzato da una certa quantit?di non-conoscenze, giunge alla conclusione che …si debbono trovare dei mezzi, quindi, per amministrare le imperfette conoscenze che influiscono sugli attuali sistemi di indicatori e per sviluppare, forse, strategie mirate a gestire la “non-conoscenza”…[3]

Il passaggio dalla strategia della programmazione, vincolante e preventiva, alla programmazione di strategie, plurime e flessibili, sembra, quindi, una scelta molto pi?promettente.

La risonanza immediata e la lettura semplicistica che hanno accompagnato in Italia la divulgazione delle analisi internazionali sui livelli d’apprendimento, non sono certo all’insegna di quella prudenza che viene raccomandata dagli stessi ricercatori del settore. Si presume che dati di carattere macroscopico siano di per s?significativi, mentre occorrerebbe ricordare, come hanno ben scritto Burstein, Oakes e Guiton: …. gli indicatori e i sistemi stessi di indicatori sono entit?politiche. La loro costruzione riflette particolari presupposti circa la natura e le finalit?dell’educazione, ed essi incarnano spesso convinzioni circa le direzioni che una riforma dovrebbe prendere. Gli indicatori che vengono scelti spingeranno il sistema educativo verso i presupposti e le convinzioni che essi incarnano; in altre parole, ci?che viene misurato ha probabilit?di diventare ci?che conta[4]

Nella Terza Indagine Internazionale sulla Matematica e sulle Scienze (TIMSS) pubblicata dalla IEA nel 1996, l’impostazione dei questionari era ancora coerente con una visione nozionistica e verbalistica dell’insegnamento scientifico. Pur non avendo l’intenzione di entrare nello specifico delle prove, riportiamo di seguito due esempi di quesiti che erano presenti nello stesso questionario per allievi in uscita dalla scuola media, perch?permettono di esplicitare parte delle osservazioni precedenti. Una delle due ?stata trasfigurata per rispettarne la codificazione di segretezza, in una forma comunque equivalente:

quesito A:                                           Se 7 sta a 13 come x sta a 52, qual ?il valore di x?                                                            a. 7                 b. 13                 c. 28                 d.364
quesito B:           Le parole panefarina e grano possono essere impiegate nella frase:                           “il pane ?fatto con la farina che ?fatta dal grano?/span>                  Utilizza le parole molecoleatomi e gas per completare la frase:                   __ _______ sono compost_ da _______che sono costituit_ da _________

 Di questo livello erano la stragrande maggioranza delle prove del settore scientifico, da un lato legittimando ancora, se ce ne fosse stato bisogno, le parole di De Landscheere: sul rischio che la maggior parte dei test a scelta multipla non siano prove di prestazione, ma di recitazione (di pura memoria o di applicazione stereotipata); dall’altro confermando di sottendere ad un preciso modello d’insegnamento: che trascura l’importanza di scegliere quei concetti che possono svilupparsi a partire da un legame con l’esperienza vissuta o vivibile nell’ambito scolastico. In altre parole, non interessa che si sappiano riconoscere relazioni di proporzionalit?dentro fenomeni fisici, sapendole poi utilizzare come schemi di ragionamento; n? tantomeno che si intuiscano le connessioni che dal mondo macroscopico osservato possano portare alle ipotesi atomiche del mondo infinitamente piccolo, inosservabile.Sottoporre gli allievi a questo tipo di verifiche ?che corrispondono ad una ben precisa valutazione del sapere da acquisire a scuola ?significa indicare alle scuole, vogliose di ben figurare nel caso citato delle scienze, di chiudere i laboratori, quelle poche che li hanno, e continuare ad adottare i peggiori libri di testo “bignamizzati?da quelli universitari.Le ricerche pi?attuali del CEDE, ad esempio quella del SERIS, non sembrano aver cambiato direzione. 3          Valutazione e modelli didattici impliciti 

Antonio Calvani ha sintetizzato in un testo recente[5] l’organizzazione didattica che si ?andata affermando intorno agli anni ?0 e che ha sostenuto, traendone a sua volta sostegno, questo modello di verifica-valutazione: l’ha definita il frutto di un  atteggiamento centrato su ‘obiettivi ed unita’ didattiche’ che propone un sistema chiuso caratterizzato da parti reciprocamente vincolate; utilizza strategie di carattere analitico-lineari con sequenze di passi ben definibili e circoscritti. Il taglio ?i> oggettivista e razionalista. Il percorso didattico viene derivato dagli obiettivi secondo un approccio “top-down”: ha carattere sistemico e sequenziale. Il punto di partenza ?i> una “task analysis”: si analizzano le capacit?necessarie alla competenza richiesta, si scompongono in sottocapacit?/i>

L’apprendimento avviene in forma astratta, decontestualizzata. La valutazione prevede, appunto, l’uso di test d’ingresso, in itinere, alla fine.

A questa strategia Calvani contrappone quella che definisceun atteggiamento centrato su ‘progetto aperto?/i>: si sviluppa a partire dagli anni ?0 e propone un sistema aperto, disponibile ad accogliere l’imprevisto, a ristrutturarsi. Caratterizzato da un atteggiamento sistemico e ricorsivo e dalla consapevolezza della non risolutezza dell’attivit? progettuale di fronte a dinamiche acquisitive che possono svolgersi con logiche almeno in parte imprevedibili. Il percorso non ?n?predefinito n? lineare, di natura partecipata e flessibile. Gli obiettivi si sviluppano sulla base dei bisogni. Si valorizzano: autonomia progettuale, strategie metacognitive, apprendimento in contesto, costruzione negoziata del significato, ricorsivit? poliprospettica, cooperazione/distribuzione/alternanza dei ruoli. La valutazione si allontana dal concetto di misurazione “obiettiva” a favore di forme di autovalutazione (dossier, portfolio), di valutazione “situata”, di valutazione “intersoggettiva” (triangolazioni, pluralit?di osservatori)

Queste osservazioni si collocano chiaramente in una prospettiva costruttivista molto promettente ed attuale, ma ?un modello che stenta ad entrare nella scuola, in particolare nel dominio della valutazione, dove il comportamentismo sembra sopravvivere a se stesso.

D’altra parte De Landsheere[6] riporta le parole di J.Nisbet in un rapporto OCSE-CERI (Manuel sur les indicateurs de l’enseignement, Paris 1991) dove osserva come attualmente si insiste molto sui dati, sia negli indicatori di prestazione, sia nei metodi utilizzati per realizzare valutazioni nazionali. Ma non si insiste abbastanza sulla migliore comprensione della natura dell’apprendimento acquisita in questi ultimi anni?/i>

?..la valutazione in materia di educazione cambier?pi?nel corso dei prossimi dieci anni che durante i cinquanta anni precedentiE?importante che questa evoluzione non sia considerata isolatamente, ma come elemento della riforma generale dei curricoli e che l’obiettivo di un migliore apprendimento preceda sempre l’azione di controllo?/span>

Calvani[7] individua quattro generazioni che si sarebbero succedute nella strategia della valutazione. La prima si sviluppa all’inizio del secolo, caratterizzata dal concetto di misura, in cui ?lo studente ad essere oggetto di misura. La seconda generazione si basava sul concetto di descrizione, caratterizzata da un’attenzione che si sposta sul curricolo. La terza generazione si basava sul giudizio: faceva ricorso a standard e si avvaleva di un giudice. Rispetto a quest’ultima Calvani nota che sono ormai sorti forti elementi di insoddisfazione. Gli si riconosce un eccessivo managerialismo, la rinuncia ad un possibile pluralismo valoriale, l’eccesso di peso attribuito al “paradigma scientifico?/i>. Calvani poi auspica l’avvento di una quarta generazione: un nuovo atteggiamento che si richiama al costruttivismo e vede nella valutazione un processo sociopolitico, collaborativo, acquisitivo, continuo, ricorsivo, divergente, emergente, impreordinabile, produttivo di realt?/i>.

?i>Ci?che indichiamo con “valutazione” ?un continuum che vede ad un estremo forme di misurazione vera e propria, all’altro forme di interpretazione, nel mezzo forme contrassegnabili col termine di “stime?

In altre parole, tra il rifarsi completamente a criteri e scale di misura formalizzate e preesistenti (misurazione) e il rifiutare completamente qualunque criterio predeterminato (interpretazione) c’è lo spazio per l’adozione di criteri che i matematici chiamano ordinali. Si riconosce, cio? all’apprendimento di allievi e allieve un certo carattere indefinito e indefinibile, ricercandone tuttavia le soglie: il sapere padroneggiato, gi?ben strutturato nella mente, e l’apprendibile, il passo possibile successivo.

Questo non significa rassegnarsi, come livello di mediazione accettabile, all’esistenza di un territorio della nonconoscenza, luogo dell’interpretazione libera e totalmente soggettiva, da circoscrivere il pi?possibile entro i confini di standard di livello, questi s? misurabili con esattezza. Ad ogni misurazione, in particolare quelle che si realizzano in sistemi complessi, ?come se ponessimo sotto un riflettore un preciso aspetto del processo: ?la proiezione stessa del cono di luce che crea una zona d’ombra, in cui cadranno altri aspettiscelti implicitamente come secondari.

4          Un’analogia tecnologica

Il controllo reale di un processo richiede sempre l’intreccio di due tipologie di valutazione: una analogica, continua nel tempo e descrittiva dell’intera evoluzione; l’altra digitale, discontinua rispetto alla trasformazione, ma che con il controllo di valori di “soglia??capace d’indicare prontamente la necessit?d’interventi.

Peraltro, ?il modo consueto di seguire e documentare i processi nel mondo produttivo.

Un’analogia molto pregnante si trova nella dettagliata descrizione che Gregory Bateson ha condotto sul funzionamento del termostato domestico. Questo piccolo apparecchio ? l’interfaccia tra noi e la macchina-caldaia che permette di regolare la temperatura sul valore che desideriamo. Temperatura desiderata, appunto: non frutto di scelta oggettiva, ma soggettiva; quasi una temperatura psicologica che pu?cambiare da una abitazione all’altra e di momento in momento, a seconda della sensazione personale di freddo o caldo del proprietario. Il valore impostato sullo strumento, allora, ?la nostra interpretazione della temperatura esterna. E tuttavia anche lo strumento (il termostato) interpreta la nostra richiesta e la traduce in due valori diversi per la caldaia: le soglie di massima e di minima temperatura ambientale a cui questa risponder? non graduando il suo comportamento ?secondo una modalit?analogica – ma semplicemente accendendosi o spegnendosi, con una risposta, cio? tipicamente digitale.

La nostra impostazione del termostato, quindi, non solo ?un’interpretazione soggettiva dei dati climatici, ma non ?neanche una misura deterministica della temperatura di casa, visto che realmente la temperatura coincider?con quella impostata solo di passaggio, salendo e scendendo verso i due valori di soglia. Ha pi?la natura di un vincolo, di una forma imposta al processo che tuttavia non viene negato, e risulta capace di influenzare il padrone di casa fino al punto di fargli modificare le scelte, quindi la forma stessa.

5          Valutazione come ri-costruzione

Valutare ?un’attivit? intrinseca all’attivit?della mente; valutiamo costantemente nel senso che selezioniamo alcuni aspetti rispetto ad altri creando dal loro intreccio continue configurazioni di senso[8].

Una valutazione coerente e comprensibile, allora, pu? costruirsi solo a partire dalla condivisione, tra tutti gli attori della scuola, delle configurazioni di senso private e personali di ciascuno. E?certamente un processo lento e faticoso, ma ben pi?significativo dell’inseguire il mito dell’oggettivit? Comporta la ricerca un’intersoggettivit?che ponga le proprie radici nel profondo della professione docente.

E?l’obiettivo di un’altra soggettivit?del docente, ma non quello di una “sovrasoggettività” ad essa antagonista; precaria per natura e affidabile solo a strutture ?o meglio sovrastrutture – lontane dalla classe e dai suoi percorsi-storie d’apprendimento.

Infine, se valutare ?un modo per dare senso al nostro agire, le connessioni con le teorie recenti sul pensiero narrativo sono stimolanti. Vedere nel curricolo la ri-costruzione di una storia degli apprendimenti non solo ?un’immagine molto suggestiva, ma pone anche in risalto gli elementi chiave del processo scolastico. La sua valutazione, infatti, consiste nell’analisi dei temi e delle modalit?della didattica, per giudicare della pertinenza degli apprendimenti – gli eventi che si concatenano nella storia. Ma ci chiede anche di tener di conto delle dinamiche della classe, come valutazione del contesto che interagisce attivamente con gli eventi e li rende possibili. Pertinenza e contesto, appunto: i termini chiave, irriducibili, di ogni storia ben scritta

Giuseppe Bagni

ITI-IPIA Leonardo da Vinci

Via del Terzolle, 91

50127 Firenze

e-mail: hbagni@tin.it

[1]N. Bottani, A. Tuijnman, Indicatori internazionali dell’educazione: struttura, sviluppo e interpretazione, in OCSE, Valutare l’insegnamento, Roma, Armando, 1994, p.27.

[2] Ivic, Teorie dello sviluppo mentale e valutazione dei risultati scolastici, in OCSE, p. 239

[3] C. Fasano, Conoscenza, ignoranza e utilit?epistemica: problemi nella costruzione dei sistemi d’indicatori, in OCSE, op. cit., p. 68

[4] L. Burstein, J. Oakes, G. Guiton, Education Indicators in Encyclopedia of Educational Research, 1992, vol II, p.410.

L. Burstein, J. Oakes, G. Guiton, Education Indicators in Encyclopedia of Educational Research, 1992, vol II, p.410.

[5] A.Calvani, “Elementi di didattica? Roma, Carocci editore, 2000

[6] G. De Landsheere, Il Pilotaggio dei sistemi educativi, Roma Armando 1998

[7] .Calvani, Elementi di didattica, Roma, Carocci editore, 2000

[8] Calvani, Elementi di didattica, Roma, Carocci editore, 2000.

Il servizio nazionale di valutazione: osservazioni e proposte

L’annuncio dell’istituzione da parte del Ministero della Pubblica Istruzione del Servizio Nazionale di Valutazione ha suscitato, suscita e con buona probabilit? continuer?a suscitare nel mondo della scuola italiana (ma anche al di fuori di essa) aspettative, timori e speranze non sempre espressi chiaramente o in modo condivisibile. Con questo intervento vorremmo tentare di fornire spunti di riflessione che possano contribuire al dibattito che si va sviluppando, guardando la questione da un punto di vista strettamente pedagogico.

In questo senso l’azione del valutare va connotata semanticamente in modo preciso. Essa rappresenta un atto di conoscenza volto ad attribuire valore, basato sulla ricerca di criteri che stabiliscano ci?che ?importante. Per questo non si pu?parlare di valutazione (e in modo particolare di valutazione nella scuola) senza coinvolgere argomentazioni pi?generali sull’idea, sui fini e gli scopi dell’educazione. La valutazione, o meglio l’idea che se ne ha, pervade l’intera esperienza educativa; da essa non si pu?prescindere, non solo nel momento finale, ma durante l’intero percorso nel quale si delinea il processo di apprendimento.

Alla luce di tali considerazioni diventa determinante la definizione delle conoscenze che saranno oggetto delle procedure valutative. La ricerca psicologica e pedagogica degli ultimi anni ha posto l’attenzione sui processi e sugli aspetti formativi pi?che sui prodotti con un implicito invito alla rinuncia all’eccessiva quantit?di nozioni. Superata l’idea dell’apprendimento come accumulazione di contenuti o abilit? si ?andato delineando uno scenario nel quale quegli stessi contenuti e abilit?si integrano in quadri complessi ricchi di interconnessioni reciproche. Tale complessit?risulta evidentemente non riconducibile in maniera esaustiva al (se pur importante) ambito cognitivo. Determinanti appaiono i linguaggi e i codici in grado di veicolare le conoscenze proprie dei diversi ambiti disciplinari, le abilit?comunicative-espressive-relazionali, le modalit?attraverso le quali si perviene alla costruzione di quadri coerenti di realt?connotati da significati e frutto dell’interazione dell’individuo con l’ambiente (nell’accezione pi? ampia di ambiente naturale-sociale-culturale-ecc…). La conoscenza inoltre si configura ormai come costruzione (individuale e/o sociale) pi?che come il risultato di un atto di trasmissione da un soggetto che sa di pi?ad altri che sanno di meno.

Quale approccio privilegiare allora nella scelta delle prove volte a valutare una scuola teoricamente connotata in questo senso?

Bisogna innanzi tutto cercare di non far riferimento a strumenti unilaterali per evitare il rischio di standardizzare la scuola pi?che i suoi risultati. Esiste cio?il pericolo che l’uso (o l’abuso) dei test oggettivi annulli gli effetti attesi dalla legislazione sull’autonomia scolastica. Il ricorso a prove standardizzate non rappresenta un momento isolato o neutrale rispetto alla progettazione educativa che ne verr?inevitabilmente influenzata. Per far s?che gli studenti ottengano risultati soddisfacenti in tali prove, infatti, gli insegnanti dovranno uniformare la loro azione didattica ai parametri e ai criteri su cui tali prove sono costruite. Ma questo finir?per provocare una progressiva omologazione dei curricoli e delle metodologie, in netto contrasto con gli sforzi appena iniziati di qualificazione delle singole istituzioni scolastiche anche sulla base delle richieste e delle esigenze che emergono all’interno del contesto in cui l’azione educativa della scuola stessa va configurandosi.

Ci?impedisce inoltre la verifica di itinerari di sviluppo multineare non strettamente connessi all’et?anagrafica degli alunni o alla loro appartenenza ad una classe o ad un ciclo scolastico. In questo caso il pericolo che gli insegnanti dovrebbero evitare consiste nel confondere la valutazione della scuola, con quella che si fa a scuola, ovvero quella dei propri allievi, tralasciando aspetti fondamentali quali i progressi ottenuti (le prove valutano in valori assoluti), la motivazione all’apprendimento, i risvolti affettivo-emotivi, le caratteristiche della personalit?e delle dinamiche interne al gruppo classe. Una cosa ?valutare la qualit?dell’insegnamento che in un’istituzione scolastica viene impartito, anche attraverso strumenti che forniscano dati puramente quantitativi; altra cosa ?uniformare il gruppo classe sulla base di standard di livello sui quali disporre gerarchicamente gli alunni.

Infine esiste il rischio di incentivare e, in qualche modo, legittimare quelle procedure (gi?troppo presenti nella scuola italiana) di tipo routinario e decontestualizzato che contrastano fortemente con lo sviluppo di abilit? trasversali fortemente integrate e legate ad esperienze.

La messa in evidenza dei rischi non deve tuttavia essere interpretata come un rifiuto aprioristico e pregiudiziale all’approccio docimologico in valutazione. L’esigenza di confrontare/valutare performances, processi, metodi, risulta essere non solo legittima ma pi?che mai sentita e attuale proprio al fine di migliorare la qualit?della scuola italiana in un momento nel quale appare imminente il confronto con gli altri sistemi formativi europei.

Crediamo sia utile a questo punto presentare i risultati di una ricerca effettuata nell’a.s. 1995/96 nelle scuole elementari (classi III e IV) di Piancastagnaio e Abbadia San Salvatore (in provincia di Siena). Le prove utilizzate durante la sperimentazione possono rappresentare un esempio di ci? che intendiamo parlando di valutazione oggettiva centrata sui processi di apprendimento pi?che sui prodotti (senza che questi vengano trascurati).

L’interesse specifico della ricerca era volto ad individuare gli effetti di un training mirato di educazione scientifica sull’acquisizione di concetti e sullo sviluppo di abilit?in alunni della Scuola Elementare. Ritenevamo infatti, che la proposta di un progetto educativo che tenesse in considerazione l’attivit?e l’operativit?dei bambini cercando di sviluppare in loro le capacit?di osservazione, analisi e riflessione, gli aspetti relativi alla socializzazione delle conoscenze e al lavoro di gruppo senza per questo sottovalutare l’importanza degli apprendimenti individuali, il ruolo del linguaggio inteso come catalizzatore dei processi cognitivi che intendevamo promuovere, potesse produrre un’effettiva conoscenza dei fenomeni studiati. La prima ipotesi da verificare era che i bambini sottoposti al trattamento avrebbero ottenuto risultati migliori di quelli ottenuti dai loro compagni trattati con metodologie tradizionali nelle capacit?di: ragionamento logico, argomentazione, descrizione, estensione concettuale per l’analisi di fenomenologie nuove, uso di un linguaggio specifico. Si ?poi cercato di verificare se un insegnamento di questo tipo avrebbe potuto avere effetti positivi anche in ambiti diversi da quello per il quale era stato predisposto, ovvero se era possibile ipotizzare e verificare un effetto di transfert dei risultati ottenuti nell’ambito scientifico su abilit?considerate cognitivamente distanti da questo. L’ipotesi era che gli alunni sottoposti a trattamento avrebbero ottenuto risultati migliori di quelli ottenuti dal gruppo di controllo anche nelle capacit?di : strutturare narrazioni, comprensione e analisi di testi.

Tutti i soggetti, sia quelli del gruppo sperimentale che quelli del gruppo di controllo sono stati sottoposti, all’inizio e alla fine dell’anno scolastico, a prove diverse, sia per contenuto informativo che per modalit?di somministrazione.

Per verificare la comprensione di testi sono state utilizzate le 5VM per l’analisi delle competenze linguistiche di base relative al linguaggio parafrastico, inferenziale, logico, critico-valutativo, estetico-poetico (Boschi-Aprile-Scibetta, 1986). Queste sono costituite da 10 moduli con relativa scheda per i risultati (5 per le prove iniziali e 5 per quelle finali), ognuno dei quali presenta un brano seguito da 10 domande a scelta multipla (quattro possibilit?di risposta); la presentazione del brano ?preceduta da un brano di esercizio con relative domande.

Il questionario sulla conservazione delle quantit? costruito sulla base dei décalages piagetiani sull’invarianza delle quantit?nei liquidi, era composto da 6 domande: le prime 4 a scelta multipla (quattro possibilit?di risposta) delle quali si doveva fornire una spiegazione relativa alla scelta effettuata; la quinta comportava l’esecuzione di un disegno; l’ultima era a risposta aperta. Ciascuna domanda era corredata da un disegno che mostrava la situazione dei contenitori e dei liquidi da analizzare. Prima di rispondere a ciascuna domanda ai bambini veniva mostrata realmente, dall’insegnante, la situazione rappresentata nel disegno. E’ poi stata condotta un’analisi di tipo descrittivo volta ad individuare, all’interno di ciascuna risposta aperta, la presenza/assenza di concetti ritenuti particolarmente significativi in relazione al training sperimentato.

Alla fine dell’anno scolastico ?stato presentato un questionario contenente 15 domande a scelta multipla (tre possibilit?di risposta) sulla definizione di sostanze, e due domande a scelta multipla (due possibilit?di risposta) sul fenomeno dell’evaporazione: anche qui i bambini dovevano fornire una spiegazione in merito all’opzione scelta.

 Inoltre sono stati presentati due esperimenti di combustione ed ?stato chiesto ai bambini di sceglierne uno e di stenderne la relazione scritta per valutare la capacit?di gestire nello scritto un produzione di prosa scientifica.

Come prova per l’analisi della struttura narrativa sono state analizzate le storie inventate dai bambini (all’inizio e alla fine dell’anno).

L’elaborazione statistica dei dati raccolti ha evidenziato aspetti interessanti non solo in relazione all’efficacia del training proposto ma anche (ed ?ci?che pi?ci interessa in questa sede) alla capacit?delle prove utilizzate di misurare o meno ci?che intendevamo valutare. Le risposte alle domande a scelta multipla di entrambi i questionari non hanno evidenziato alcuna differenza tra il gruppo sperimentale e quello di controllo. Stando a questi risultati avremmo dovuto valutare il trattamento come inefficace, non in grado di sviluppare apprendimenti in misura sostanzialmente differente dalla didattica di tipo tradizionale. Abbiamo allora analizzato le spiegazioni fornite dai bambini in merito all’opzione scelta e qui si sono registrate differenze molto significative tra i due gruppi. Dunque quasi tutti i bambini esaminati conoscevano le risposte (quando si trattava di scegliere fra diverse possibilit?; tuttavia gli alunni appartenenti al gruppo di controllo non hanno saputo fornire spiegazioni adeguate per giustificare la scelta effettuata. I risultati positivi del gruppo di controllo nelle risposte chiuse sembrerebbero quindi dovute non tanto al fatto che i concetti presentati sono stati realmente interiorizzati (come ?invece avvenuto nel gruppo sperimentale), quanto alla presenza di quelli che Vygotski definisce pseudo-concetti. Tutto questo per?non sarebbe emerso se ci fossimo limitati a presentare soltanto domande a scelta multipla.

Analizziamo allora le prove che dovevano valutare l’acquisizione di strategie per la comprensione di testi in quanto anch’esse presentavano quattro possibilit?di risposta chiusa. Il gruppo sperimentale ha ottenuto miglioramenti in tutte e cinque le forme di linguaggio prese in considerazione. In particolare, si sono ottenuti risultati significativi anche da un punto di vista statistico nel linguaggio inferenziale, critico-valutativo, estetico-poetico. Perch?riteniamo importante ci?che si ?ottenuto con le 5VM, mentre non abbiamo ritenuto valido ci?che ?emerso dalle risposte chiuse ai questionari? Perch?le 5VM non cercano di indagare sulla presenza di concetti o conoscenze specifiche legate ad ambiti disciplinari pi?o meno definiti (tanto ?vero che hanno evidenziato le differenze tra due gruppi che hanno avuto trattamenti diversi solo in ambito scientifico). Queste prove mettono piuttosto in evidenza capacit? abilit?, modalit?di ragionamento, processi di apprendimento che possono essere (e si ?verificato che lo sono ) indipendenti dal settore in cui si opera.

La conclusione che ci sentiamo di trarre a questo punto ?che non esistono test giusti e sbagliati, prove valide o inconsistenti: ci?che ?importante ?sapere quello che si vuole valutare e riflettere attentamente su quale sia la scelta migliore da effettuare in relazione alle proprie necessit? Questo non significa rinunciare alla possibilit?di confrontare i risultati, non significa rinunciare all’esigenza di oggettivit?/i>; ?possibili analizzare in maniera rigorosa la struttura narrativa di una storia, come l’adeguatezza linguistica di una descrizione, si possono ricercare gli elementi critici all’interno di risposte aperte, oppure utilizzare prove a scelta multipla. L’importante ?che ci sia consapevolezza del perch?ci si ?indirizzati in una direzione piuttosto che in un’altra e dei limiti che accompagnano inevitabilmente qualunque scelta.

Per questo crediamo sia importante che di questa problematica vengano investiti innanzi tutto i Collegi dei Docenti che dovrebbero intravedere nell’istituzione del Servizio di Valutazione un occasione per rivendicare quell’esercizio dell’autonomia che da pi?parti viene loro richiesto. Il passaggio da una logica applicativa, esecutiva di direttive, programmi, circolari comunque e sempre emanati da un organismo centrale, alla scuola della progettualit? della flessibilit? della responsabilizzazione, passa anche (e forse soprattutto) attraverso la messa in risalto della capacit?e della volont?di compiere scelte in questo campo. Ma la preparazione e la validazione di prove standardizzate richiede non solo l’interesse degli insegnanti ad impegnarsi in attivit?di questo tipo, ma anche disponibilit?di risorse e competenze che non possono essere reperite soltanto all’interno della scuola. Per questo ?necessario che gli I.R.R.S.A.E., le universit?(dipartimenti di Pedagogia, Psicologia, Statistica, ecc…) si rendano disponibili a svolgere un’azione di consulenza e monitoraggio alle esperienze progettate dalla scuola, e che gli enti locali che sempre pi?spesso pongono richieste in ordine alla qualit?dell’istruzione e dell’educazione (abbandono scolastico, orientamento, rispondenza alle esigenze ambientali) investano risorse economiche che supportino le esperienze proposte.

Lo sviluppo delle competenze scientifiche

La promozione di un’azione tesa alla ricerca e alla sperimentazione in campo educativo nasce da una visione che vede nella Scuola il luogo privilegiato per la costruzione di cultura e conoscenza, costruzione che (proprio in quanto tale) non pu?esaurirsi in una trasmissione di nozioni che non tenga conto degli alunni cui si rivolge (motivazioni, credenze pregresse, modalit?di apprendimento) e dell’ambiente nel quale si configura (strutturazione degli spazi, dei tempi, materiali e strumenti, ambiente extrascolastico). In questo senso fare scuola significa comunque sperimentare e gli insegnanti si trovano a farlo (pi?o meno consapevolmente) e sono chiamati a farlo (a meno che non si voglia limitare l’azione educativa ad una ripetizione sterile dei contenuti dei libri di testo in nome di una tanto proclamata quanto scarsamente verificata aderenza ai programmi ministeriali).

Presentiamo di seguito una ricerca che ha come riferimento teorico proprio gli studi sulla costruzione delle conoscenze/competenze in ambito scientifico. Partendo dalla convinzione che gli insuccessi nei quali incorre la didattica tradizionale in questa area disciplinare derivino da un’impostazione errata del rapporto tra insegnamento e apprendimento (spesso si ritiene sufficiente presentare i concetti scientifici per ottenere lo sviluppo di concetti analoghi negli alunni), si ?cercato di verificare in che modo l’organizzazione cognitiva dei bambini (le loro reti concettuali) si evolve a contatto con il processo di insegnamento. Un insegnamento efficace, infatti, non pu?definirsi tale se si limita a fornire informazioni pi?o meno generiche e approssimative che, spesso contribuiscono a veicolare, se non veicolano direttamente, idee non corrette e teorie para/pre-scientifiche. Si tratta quindi di capire attraverso quali modalit?il bambino possa modificare le proprie strutture nel momento in cui entra in contatto con un tipo di apprendimento caratterizzato da un alto livello informativo, di genere prevalentemente astratto-teorico-formale, quale quello dell’istruzione scolastica, di indagare circa le modalit?operative che possono facilitare o ostacolare il cambiamento concettuale e di riflettere sulle metodologie pi? efficaci e funzionali a questo scopo.

Innanzi tutto, l’educazione scientifica nella Scuola di Base non pu?prescindere dal coinvolgimento attivo degli alunni in attivit?di osservazione e sperimentazione; l’esperienza diretta fornisce quell’ancoraggio referenziale che permette loro di avere una base concreta da cui muovere verso l’astrazione. Ma l’osservazione ?poco produttiva se non viene accompagnata da un’attivit?di riflessione (individuale-scritta) durante la quale le conoscenze attive e percettive vengono tradotte in rappresentazioni consapevolmente costruite. Solo a questo punto si pu?passare alla discussione collettiva all’interno del gruppo. Ma anche in questa fase va sottolineata l’importanza dell’interazione degli alunni con l’oggetto (o il fenomeno) da studiare. Trovandosi ad agire all’interno di un contesto unificato e unificante ‘i soggetti possono affrontare rappresentazioni diverse, ma omogenee fra loro, e per questo possono accedere ad una rappresentazione pi?elaborata ed eterogenea rispetto alle prime. In altre parole, lo scambio interindividuale ?fruttuoso a condizione che si parli della stessa cosa con lo stesso linguaggio: la diversit? delle parole le rende tutte più o meno caduche e invita a disporle in un nuovo ordine.’ (Merieu, 1987).

Le sperimentazioni che si sono succedute in Italia su questo argomento, a partire dagli anni ’60, hanno avuto come punto centrale il ruolo della discussione collettiva. Proprio a partire dal momento dell’interazione verbale di gruppo finalizzata alla spiegazione coerente di fatti, si ?tentato di utilizzare in maniera significativa le strutture del pensiero in grado di riorganizzare le conoscenze gi?presenti nei ragazzi. Questa pratica pu?avere una reale valenza educativa a patto che si tenga conto di due condizioni essenziali: la prima impone che la discussione sia strettamente connessa a problemi e concetti alla portata delle strutture cognitive dei bambini. ‘Riteniamo che la discussione collettiva applicata a contenuti complessi (come sono ad esempio la maggior parte delle unit? didattiche di molti sussidiari del principale argomento di scienze del secondo ciclo della scuola elementare: il corpo umano) sia sostanzialmente insignificante sia nella costruzione di conoscenze scientifiche da parte dello studente che nel potenziamento delle sue strutture cognitive. Consideriamo l’attivit?del fare ipotesi da parte dei bambini importante, in certi casi essenziale, a condizione tuttavia che anche questa attivit?si riferisca a problemi da loro dominabili e non soltanto un esercizio di immaginazione fantascientifica’ (Fiorentini, 1984). La seconda nasce dalla consapevolezza che le discussioni non possono nascere da sole, come se fossero il frutto di una germinazione spontanea. Il ruolo e la competenza dell’insegnante risultano fondamentali nella stimolazione dei problemi e nell’individuare le strutture del pensiero infantile attivate in un determinato processo in modo che le concezioni dei bambini e gli schemi cognitivi che le hanno generate possano venire esplicitate verbalmente.

In questo senso il linguaggio fornisce lo strumento principale per indagare circa le modalit?tramite le quali si va costruendo la competenza scientifica nei bambini e per stimolare la formazione di rappresentazioni frutto di riflessioni consapevoli. Ma l’attivit?scientifica a scuola si caratterizza da un punto di vista linguistico anche in quanto uso di un linguaggio specializzato ‘Sta all’insegnante seguire nel bambino le dinamiche sia del capire che del saper esplicitare quanto si ?capito. Perch?la costruzione scientifica non ?solo adeguata ai fatti, ma anche comunicabile’ (Guerriero, 1988). La conquista di abilit?che consentano descrizioni linguistiche appropriate (relazioni, formulazione di ipotesi, argomentazione delle scelte effettuate, ecc…) e l’utilizzo di strumenti formalizzati propri della disciplina scientifica (grafici, tabelle, schemi, diagrammi, ecc…) deve essere considerato un obiettivo cui tendere durante tutto il corso della scuola di base, pur nella consapevolezza che verr? raggiunto pienamente solo a livelli di istruzione superiore.

L’ipotesi sperimentale che ha dato l’avvio alla nostra ricerca pone un duplice interrogativo: un curricolo di educazione scientifica impostato a partire dai principi teorici e dalla metodologia ricavati dalla discussione precedente pu?produrre una conoscenza effettiva dei fenomeni studiati? Ma, poich?il lavoro si colloca nell’ottica di un’educazione cognitiva integrata, si ?voluto verificare se la proposta di un intervento di questo tipo poteva avere degli effetti anche al di fuori dell’ambito disciplinare all’interno del quale era stato studiato il curricolo. La questione del cambiamento concettuale, infatti, non pu?essere pensata nell’ottica ristretta di un miglioramento di performances limitate ad un settore di studio, ma deve essere interpretata nella pi?ampia prospettiva di un mutamento delle strutture mentali e delle modalit?di acquisizione delle conoscenze.

Per la ricerca ci si ?avvalsi della disponibilit?e della collaborazione delle classi III e IV elementare a tempo pieno delle scuole di Piancastagnaio e Abbadia San Salvatore (provincia di Siena). Durante l’a.s. 1995-96, nelle due classi sperimentali (III-IV Piancastagnaio) le attivit?di educazione scientifica sono state condotte da un’insegnante esterno con funzioni di esperto, alla presenza delle insegnanti titolari della classe. Le lezioni, della durata di due ore ciascuna, avevano cadenza settimanale. Le classi della scuola di Abbadia San Salvatore hanno svolto la funzione di gruppo di controllo; in queste sono state effettuate le prove all’inizio e alla fine dell’anno scolastico ed ?stato seguito il percorso didattico indicato dalla programmazione delle insegnanti, conformemente a quanto stabilito dai Programmi Ministeriali. Il gruppo sperimentale ?stato coinvolto invece in un progetto di educazione scientifica che aveva come obiettivi:

1) Interiorizzazione e capacit?di utilizzazione del metodo scientifico (individuazione del problema, formulazione di ipotesi, realizzazione dell’esperienza, verifica delle ipotesi formulate).

2) Sviluppo delle capacit?di: manipolazione, osservazione, analisi e misurazione, raccolta sistematica di dati, loro codifica e tabulazione, utilizzazione di strumenti (termometro, lente di ingrandimento, microscopio, ecc…).

3) Introduzione di un linguaggio scientifico che permetta di descrivere le esperienze osservate seguendo un metodo sistematico e utilizzando termini specifici che vadano ad allargare il patrimonio lessicale.

4) Avvio alla cooperazione finalizzata alla realizzazione di esperienze scientifiche; avvio alla progettazione di gruppo.

Per ciascun argomento sono stati previsti: la realizzazione e l’osservazione diretta dell’esperienza; il lavoro di piccolo gruppo/coppia; la riflessione scritta individuale; il confronto attraverso la discussione collettiva. In particolare, per ci?che attiene alla produzione degli elaborati scritti si ?proceduto all’analisi del solo contenuto nella formulazione di ipotesi in relazione ai fenomeni da studiare. Quando invece si ? trattato di stendere relazioni su esperienze o osservazioni effettuate, ?stato seguito il seguente itinerario didattico: ai bambini veniva chiesto di prestare attenzione a quanto si stava svolgendo in quanto successivamente sarebbero stati invitati a stenderne una relazione; gli elaborati venivano poi discussi collettivamente per valutarne l’adeguatezza comunicativa e informativa; il testo veniva riformulato tenendo conto delle indicazioni dei lavori individuali; l’elaborato finale veniva discusso collettivamente.

Tutti i soggetti, sia quelli del gruppo sperimentale che quelli del gruppo di controllo sono stati sottoposti, all’inizio e alla fine dell’anno scolastico, a prove diverse, sia per contenuto informativo che per modalit?di somministrazione.

Per verificare la comprensione di testi sono state utilizzate le 5VM per l’analisi delle competenze linguistiche di base relative al linguaggio parafrastico, inferenziale, logico, critico-valutativo, estetico-poetico (Boschi-Aprile-Scibetta, 1986).

E’ stato costruito poi un questionario sulla conservazione delle quantit? sulla base dei décalages piagetiani sull’invarianza delle quantit?nei liquidi; questo era composto da domande a scelta multipla (quattro possibilit?di risposta) delle quali si doveva fornire una spiegazione relativa alla scelta effettuata. Ciascuna domanda era corredata da un disegno che mostrava la situazione dei contenitori e dei liquidi da analizzare. Prima di rispondere a ciascuna domanda ai bambini veniva mostrata realmente, dall’insegnante, la situazione rappresentata nel disegno. Per valutare le risposte aperte ?stata condotta un’analisi di tipo descrittivo volta ad individuare, all’interno di ciascuna, la presenza/assenza di concetti ritenuti particolarmente significativi in relazione al training sperimentato. Alla fine dell’anno scolastico ?stato presentato un questionario contenente 15 domande a scelta multipla (tre possibilit?di risposta) sulla definizione di sostanze, e due domande a scelta multipla (due possibilit?di risposta) sul fenomeno dell’evaporazione: anche qui i bambini dovevano fornire una spiegazione in merito all’opzione scelta. Inoltre sono stati presentati due esperimenti di combustione ed ?stato chiesto di sceglierne uno e di stenderne la relazione scritta per valutare la ‘capacit?di gestire nello scritto un produzione di prosa scientifica (…) I prerequisiti richiesti per la produzione di un testo denotativo, com’?quello della relazione, riguardano l’acquisizione di una competenza ideativa-semantica specifica: quella ideativa implica la capacit?di mettere a fuoco l’elemento centrale della comunicazione, individuare le informazioni di supporto, raccogliere le informazioni intorno alle persone, le cose, gli eventi che compaiono come argomenti; la competenza semantica permette di richiamare alla mente, all’interno dell’intero repertorio lessicale dello scrivente, l’area dei lessemi specifici, di modificare eventualmente la scelta, tenendo conto del rapporto tra i diversi lessemi e della loro adeguatezza rispetto alla situazione comunicativa e rispetto all’oggetto della comunicazione.’ (Tempesta, 1988). Anche sulla base di queste indicazioni la classificazione dei testi ?stata effettuata attraverso un’analisi descrittiva volta ad individuare la presenza/assenza di elementi quali: collocamento, innesco, svolgimento del fenomeno, descrizione spazio-temporale, conclusione. Come prova per l’analisi della struttura narrativa sono state analizzate le storie inventate dai bambini (all’inizio e alla fine dell’anno). Si ?proceduto alla loro classificazione considerando cinque livelli individuati sulla base della presenza/assenza di otto elementi strutturali escludendo volutamente qualsiasi valutazione circa gli aspetti contenutistici (gli elementi strutturali individuati sono: titolo, apertura, personaggi, ambientazione, problema, svolgimento, soluzione del problema, conclusione).peuterey prezzi giubbini peuterey Woolrich Donna Moncler Outlet Online stivali ugg cheap jerseys from china

Dall’analisi delle elaborazioni statistiche effettuate sui dati sperimentali il training ?risultato uno strumento efficace nel potenziamento di molte delle abilit?per le quali era stato ideato. In particolare il gruppo sottoposto a trattamento ha ottenuto risultati significativamente migliori nelle prestazioni sulla capacit?di descrizione (stesura di una relazione scritta di tipo scientifico) e nella strutturazione di testi narrativi. Ci?sta ad indicare che la metodologia, messa in atto per sviluppare negli alunni capacit?osservative e descrittive in relazione a fenomenologie di tipo scientifico ha prodotto effetti positivi anche sulla capacit?di strutturazione di testi in generale, ovvero che l’introduzione di una particolare tecnica o strumento metodologico (purch?costruito su solide basi teoriche) pu?diventare una vera e propria strategia di apprendimento applicabile a diversi ambiti disciplinari. Un altro risultato significativo si ? ottenuto dall’analisi delle risposte ai questionari. Entrambi i gruppi hanno fornito risposte adeguate alle domande chiuse (quelle che prevedevano una scelta tra le opzioni proposte), tanto che non ?stato possibile verificare l’effetto del trattamento. La valutazione di queste risposte indicherebbe quindi che il metodo proposto non presenta vantaggi rispetto alle metodologie tradizionali. Ma l’analisi delle risposte aperte alle stesse domande ci fornisce dati contrastanti con questa conclusione; infatti gli alunni appartenenti al gruppo di controllo non hanno saputo argomentare, motivare, spiegare il perch?/i> della scelta effettuata. I risultati positivi ottenuti dagli stessi bambini nelle risposte chiuse sembrano dunque dovute non tanto al fatto che i concetti presentati sono stati realmente interiorizzati, quanto alla presenza di pseudoconcetti (Vygotski, 1969), frutto di consuetudini linguistiche o di constatazioni generiche di tipo percettivo. Cos?potremmo dire che i risultati delle risposte chiuse dei due gruppi si equivalgono se vengono valutati dal punto di vista dei loro referenti linguistici (definizioni fornite nelle risposte), ma non nei loro significati. Questo dovrebbe far riflettere in un momento come quello attuale in cui si discute della definizione di prove per la realizzazione di standard nazionali da utilizzare nell’ambito del Sistema Nazionale di Valutazione di recente istituzione. La scelta delle prove cui sottoporre gli alunni deve essere effettuata rivolgendo un’attenzione particolare a ci?che si intende valutare: una cosa ?infatti verificare l’acquisizione di certi contenuti a livello di riesposizione verbale o scritta; tutt’altra cosa ?verificare la reale comprensione degli stessi e delle strategie di apprendimento messe in atto per il loro conseguimento. Come l’esempio sopra citato ci mostra, la valutazione e la validazione di metodologie didattiche (aspetto fondamentale per la valutazione pi?generale della qualit? dell’insegnamento impartito all’interno di una istituzione scolastica), richiede capacit?di analisi e di riflessione sulle tante variabili che entrano in gioco in processi complessi come quelli di cui ci occupiamo nella scuola.

Per quanto attiene all’acquisizione di strategie per la comprensione di testi, i dati relativi alle 5VM hanno mostrato un miglioramento nelle prove finali del gruppo sperimentale, rispetto al gruppo di controllo in tutte le prove. In particolare, sono risultati statisticamente significativi i risultati delle prove sul linguaggio inferenziale, critico-valutativo, estetico-poetico. I buoni risultati ottenuti nelle prove tradizionalmente non collegate con l’educazione scientifica, mostrano e confermano l’esistenza di abilit?di base sottostanti ai processi di apprendimento). ‘L’istruzione in una data materia influenza lo sviluppo delle pi?elevate funzioni molto al di l?dei limiti di quella particolare materia (Vygotski, 1966)’. ‘L’acquisizione della conoscenza in qualsiasi campo comporta la padronanza di un gruppo interrelato di concetti, di operazioni, di particolari criteri di verit?o validit? come pure di criteri di ragionamento pi?generali, comuni a tutte le aree della conoscenza (Scheffer, 1981)’. Ci?ripropone con forza la questione dell’interdisciplinariet? dell’insegnamento e la necessit?di rivedere certe pratiche didattiche (dalla programmazione per aree/ambiti, alla specializzazione degli insegnanti).

In conclusione vorremmo riproporre alcune considerazioni circa i contenuti e la metodologia predisposti per il trattamento. Solo per caso (non c’?stato accordo preventivo tra l’insegnate ‘esperto’ e le insegnanti delle classi che facevano parte del gruppo di controllo) entrambi i gruppi hanno lavorato su alcune fenomenologie scientifiche (soluzioni e miscugli, evaporazione, analisi delle propriet?delle sostanze). I risultati, significativamente diversi, devono quindi essere attribuiti al tipo di approccio metodologico con il quale queste sono state proposte. Tutto ci?ci riporta alla questione della qualit?dell’istruzione, al legame esistente tra insegnamento e apprendimento. ‘Nel caso specifico di un apprendimento tratto da insegnamento, in cui l’insegnamento modifica e l’apprendimento ?modificato, il rapporto si fa pedagogico e il discorso si restringe alla pedagogia. Poich?lo schema si attiene alla distinzione tra apprendimento insegnato non insegnato, non solo l’apprendimento, ma anche l’insegnamento, caratterizzano la situazione pedagogica. (…) Anzi, ?l’insegnamento, non l’apprendimento, il concetto forte di situazione pedagogica’ (Ballanti, 1988). In questo senso l’intervento che ?stato proposto, proprio in funzione dei risultati conseguiti, pu?fungere da stimolo a quanti, nella scuola, non si limitano ad una presa d’atto della situazione esistente, vista quasi sempre in una prospettiva che limita l’intervento (numero elevato di bambini per classe, problemi di apprendimento o comportamentali degli alunni, strutture carenti, ecc…), ma lavorano nel tentativo di modificare tale situazione per garantire opportunit?di sviluppo delle competenze e di crescita culturale.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

G. Ballanti, Modelli di apprendimento e schemi di insegnamento, Giunti Lisciani, Teramo, 1988.

F. Boschi, L. Aprile, I. Scibetta, Prove di comprensione dei linguaggi nella lettura. 5VM, Edizioni O.S., Firenze, 1986.

P. Conti, Lo sviluppo delle competenze scientifiche: effetti di un trattamento nelle classi III e IV elementare, Tesi non pubblicata, Facolt? di Magistero, Firenze, Corso di Laurea in Pedagogia, a.a.1996/97.

C. Fiorentini, Riflessioni epistemologiche e psicopedagogiche e proposte sull’insegnamento scientifico, Tesi non pubblicata, Facolt?di Magistero, Firenze, Corso di Laurea in Pedagogia, a.a. 1993/94.

A. R. Guerriero, L’educazione linguistica e i linguaggi delle scienze, La Nuova Italia, Firenze, 1987.

P. Merieu, Lavoro di gruppo e apprendimenti individuali, La Nuova Italia, Firenze, 1987.

I. Scheffer, Perch?una riflessione filosofica sulle discipline per tutti gli insegnanti, in C. Pontecorvo, L. Fus? Il curricolo: prospettive teoriche e problemi operativi, Loescher, Torino, 1981.

I. Tempesta, La “relazione” nella scuola media, in A. R. Guerrriero, L’educazione linguistica e linguaggi delle scienze, La Nuova Italia, Firenze, 1987.

L. S. Vygotski, Pensiero e linguaggio, Giunti Barbera, Firenze, 1966.

L. S. Vygotski, Storia dello sviluppo delle funzioni psichiche superiori, Giunti Barbera, Firenze, 1974.

Test di fisica Timss

I test preparati dalla terza indagine internazionale sulla matematica e sulle scienze (TIMSS), per quanto riguarda il campo della fisica, si possono suddividere in tre fasce di scolarit? terza media, terza superiore e quinta superiore.

I quesiti proposti si dividono nelle due categorie dei test a scelta multipla e dei test aperti, questi ultimi sono inferiori in numero all’altra tipologia.

Per quanto riguarda la scuola media non ?chiaro il principio che ha ispirato la scelta delle domande, in quanto queste non sembrano correlate fra di loro allo scopo di mettere in evidenza eventuali punti deboli o misconcezioni nella preparazione degli studenti, ma paiono pi?orientate alla verifica di una conoscenza un po?superficiale. Ad esempio si investiga sulla maggiore o minore energia accumulata da una molla, argomento che peraltro potrebbe anche non essere stato trattato dagli studenti cos?come accade per altri test anche se gli ambiti considerati sono abbastanza ristretti, ma non ci si cura di capire cosa pensa lo studente a proposito dell’energia se, ad esempio, la confonde o no con la forza, richiamandosi in questo significato al linguaggio di senso comune. Il livello matematico dei test ?comunque a un livello non formalizzato e non si richiedono relazione che lo studente, per la sua et?e la sua maturazione, potrebbe solo memorizzare. Interessanti, comunque, alcuni quesiti che riguardano la capacit?dello studente di fare stime e approssimazioni: quanto accuratamente si pu?misurare con un righello, quale multipli o sottomultiplo di un’unit?di misura scegliere per eseguire una data misura, come distinguere sostanze diverse.

Di qualit?decisamente superiore risultano i test rivolti agli studenti che frequentano la terza classe degli istituti superiori. In questo caso la scelta dei quesiti pare seguire un filo logico che metta in evidenza le capacit? acquisite dagli studenti relativamente ad ambiti che potremmo definire fondamentali, dove per fondamentali non si intendono i principi base della meccanica o della termodinamica o quant’altro, ma la capacit?di saper lavorare su argomenti connessi col linguaggio della fisica. Ad esempio sono presenti test sui grafici che richiedono sia la capacit?di costruirli sia di leggerli sia di estrapolarne dei dati; test su istogrammi o su tabelle; test che richiedono che si interpretino semplici relazioni matematiche per ricavarne delle informazioni; test su stime di superfici e altri ancora. Questi quesiti non vertono necessariamente su argomenti di carattere fisico, ma ci?che li rende interessanti ?proprio la loro connessione con il linguaggio della fisica, senza la cui padronanza ?poi veramente difficile trattare argomenti pi?“classici? [1]. Anche in questo caso non mancano test pi?nozionistici che mal si amalgamano con i precedenti, quali quelli sull’energia nucleare o i CFC, ma nel complesso questi sono una netta minoranza.

Completamente diversa pare invece la filosofia che ha ispirato la realizzazione dei test rivolti agli studenti delle quinte classi superiori. Innanzi tutto appare imponente la quantit?di argomenti trattati spaziando non solo attraverso tutta la fisica classica, ma anche su gran parte della fisica moderna. Non si vuole qui affermare che la fisica moderna non vada affrontata, ma certo la scelta dei temi da trattare deve essere oculata e in ogni caso questi devono essere sviluppati con tutte le dovute cautele perch?in molti casi ?richiesta la padronanza di strumenti matematici che gli studenti delle scuole superiori non possiedono[2]. Certo ?che la vastit?degli argomenti posti in verifica obbliga l’insegnante a una sorta di rincorsa che lo porti al traguardo del maggior numero di soggetti trattati e gli studenti a lavorare ad una sorta di processo di addestramento. Insomma questi test sembrano sostenere una didattica tradizionale in cui gli argomenti sono proposti in maniera sostanzialmente formalizzata in modo tale da tradurre lo studio di questi, da parte dello studente, nell’acquisizione di una serie di formule o definizioni da ricordare per superare il compito scolastico.

Eppure innumerevoli ricerche condotte da ricercatori di tutto il mondo, con test di tutt’altro tipo rispetto a quelli qui presi in analisi, mostrano quanto sia necessario lavorare proprio nel modo opposto e, vista l’ampiezza delle ricerche effettuate e la pressoch?totale concordanza di risultati, ?abbastanza difficile metterne in dubbio la validit? Inoltre diventa difficile sostenere che le risposte insoddisfacenti fornite dagli studenti siano una sorta di “fiera della castroneria?da imputare principalmente alla incapacit?e alla svogliatezza dei ragazzi.

In un problema[3] posto a 780 matricole della Facolt?di Scienze e Ingegneria dell’Universit?di Bologna tendente a mettere in evidenza se gli studenti hanno acquisito l’idea di forza come interazione e abbandonato l’idea di “forza come capitale posseduto dal corpo? si sono ottenuti risultati corretti solo nel 9% dei casi. E questi erano certamente gli studenti migliori e pi?motivati della scuola media superiore, probabilmente capaci di recitare a memoria un gran numero di formule e definizioni: eppure la loro idea di “capitale di forza? che ?un’idea sicuramente di senso comune, non era stata minimamente scalfita. Ma domande di questo tipo sono sostanzialmente assenti fra quelle proposte e quindi le eventuali risposte corrette fornite dagli studenti non risolvono il problema di sapere se questi hanno abbandonato le loro conoscenze di senso comune. Ad esempio si pone qualche problema di ottica ma non si chiarisce se gli studenti hanno abbandonato una teoria della visione di senso comune che porta a “vedere? la luce come una sorta di alone attorno all’oggetto. Considerazioni analoghe si possono fare per la meccanica e l’idea di forza come interazione e per gli altri campi trattati.      Nei test della TIMSS non si tiene nel dovuto conto il fatto che gli studenti sono anche loro portatori di una “scienza di senso comune?che condiziona poi fortemente il passaggio ad una visione “pi?scientifica?

Certo ?che se un sistema scolastico decidesse, a mio parere saggiamente, di sfrondare gran parte dei contenuti ora proposti per la fisica e di riorganizzare la didattica su basi completamente diverse da quelle attuali, in modo da far evolvere gli studenti (tenendo conto che non sono dei professionisti della fisica[4]), dalle conoscenze di senso comune a quelle pi?accreditate scientificamente per mezzo di un’ampia riflessione storico-culturale, la valutazione di questa nuova impostazione, ottenuta con i test internazionali, sarebbe certamente negativa.

[1] Si veda il testo di Arons, Guida all’insegnamento della fisica, Zanichelli, cap.1.

[2] Si veda a questo proposito le considerazioni di Arons su come presentare l’atomo di Bohr, cap. 10.

[3] Il test ?riportato in Conoscenze scientifiche: le rappresentazioni mentali degli studenti, a cura di Grimellini e Segr?- La Nuova Italia.

[4] Si veda a questo proposito quello che dice Frova in Perch?accade ci?che accade, Biblioteca Universale Rizzoli.