Proposta di curricolo di educazione scientifica

Carlo Fiorentini

   Abbiamo già affrontato nel contributo precedente gli aspetti epistemologici e metodologici connessi al curricolo di educazione scientifica per la scuola elementare e media. Abbiamo spiegato in modo dettagliato che cosa intendiamo per impostazione fenomenologica-operativa. Ci proponiamo ora di indicare in modo schematico una concreta ipotesi di curricolo sui fenomeni fisico-chimici – frutto della riflessione e della sperimentazione di molti anni – che si è sviluppata contemporaneamente ed in sinergia al modello metodologico in 5 fasi.

  Questa ipotesi è costituita da un percorso per il primo ciclo della scuola elementare, da 7 moduli per il secondo ciclo e da 8 moduli per la scuola media. Mentre la proposta per il primo ciclo ha un carattere di ricorsività e necessita di 6-7 mesi per il suo sviluppo nel corso di due anni scolastici, tutti gli altri percorsi (moduli) durano mediamente 2 mesi e sono in linea di massima sequenziali,  per motivazioni di propedeuticità o di adeguatezza cognitiva.

In questa proposta sono presenti molte problematiche tradizionali, ma ne sono assenti molte altre perché riteniamo fondamentale “scegliere” per realizzare apprendimenti significativi; anzi è probabile che i contenuti da noi indicati siano sovrabbondanti. Le fenomenologie proposte costituiscono a nostro parere i “saperi” essenziali realmente praticabili nella scuola di base, “saperi essenziali” in quanto fondamentali per un primo approccio alla chimica e alla fisica, e significativi per lo studente delle varie fasi di questa fascia della scolarità.

 Altri “saperi” sono assenti perché sono a nostro parere di livello formale superiore e quindi debbono essere affrontati successivamente. Un aspetto preoccupante di molte proposte didattiche è l’inconsapevolezza epistemologica e psicologica degli autori: in essi vi è spesso una mescolanza casuale di problematiche elementari e di conoscenze specialistiche. Gli esperimenti, infatti, non sono di per sé garanti di un’impostazione adeguata; la maggior parte di essi  è significativa solo alla luce di teorie scientifiche che vanno al di là o addirittura contraddicono l’apparenza percettiva.

Nella nostra proposta sono presenti molte fenomenologie usuali nella scuola di base ma con un’impostazione radicalmente di versa da quella tradizionale: anche per i concetti più elementari la sistematicità e la completezza non possono costituire il punto di partenza ma punti di arrivo che possono essere collocati anche alla fine della scuola media o addirittura nella scuola superiore. Prendiamo come esempio gli stati della materia ed i passaggi di stato, che costituiscono nella nostra proposta la problematica chimico-fisica fondamentale della scuola di base. Altre proposte affrontano queste problematiche generalmente in modo sistematico: vengono presentati contemporaneamente un insieme di esperimenti e di considerazioni che dovrebbero permettere di concettualizzare i solidi, i liquidi ed i gas, ed i connessi passaggi di stato. Questi progetti rilevano l’assenza di consapevolezza epistemologica in relazione allo scarto esistente tra la concettualizzazione dello stato gassoso e quella degli stati liquido e solido. Questo non significa che i concetti elementari di  liquido e solido siano banali, come è stato evidenziato da varie ricerche sulle concezioni degli studenti anche di scuola media. Non si può continuare a confondere la conoscenza di termini o la conoscenza di senso comune con la conoscenza scientifica.

 Noi riteniamo che nel secondo ciclo della scuola elementare possano essere concettualizzati a livello fenomenlogico i liquidi ed i solidi, mentre è opportuno rimandare all’inizio della scuola superiore lo stato gassoso. Il bambino già nella scuola dell’infanzia e nel primo ciclo della scuola elementare manipola oggetti solidi e liquidi ed inizia a riflettere su essi; tuttavia la loro concettualizzazione, pur rimanendo ad un livello soltanto operativo, è cosa ben diversa. Significa acquisire consapevolezza delle caratteristiche distintive fondamentali  – e non solo di quelle più evidenti – dei due stati, e conseguentemente avere la capacità di classificare correttamente non solo i materiali più ovvi, ma anche quelli meno caratteristici, quali, ad esempio, i liquidi viscosi e le polveri.

Pensiamo che un’altra problematica fondamentale per il secondo ciclo della scuola elementare sia rappresentata dal percorso didattico sull’evaporazione ed ebollizione dell’acqua. Non si tratta di anticipare la concettualizzazione dello stato gassoso e del passaggio liquido-vapore per tutti i liquidi, ma solo di concettualizzare a livello operativo il passaggio da acqua liquida ad acqua vapore. Questo concetto può apparire ovvio, ma è tutt’altro che banale per un bambino di 9-10 anni comprendere che cos’è il vapore acqueo o identificare due fenomeni così apparentemente diversi come l’evaporazione e l’ebollizione dell’acqua.

I FENOMENI FISICO-CHIMICI

( lo spazio orario ipotizzato è il 50% di quello previsto per le scienze sperimentali)

SCUOLA ELEMENTARE

PRIMO CICLO

1)DAGLI OGGETTI AI MATERIALI

           IDENTIFICAZIONE E DESCRIZIONE DEGLI OGGETTI

–         inizialmente conversazione libera

–         successivamente indirizzata principalmente alle proprietà

–         giochi con gli oggetti e le proprietà

      CLASSIFICAZIONE DI OGGETTI IN BASE AD UNA O DUE PROPRIETA’

      LE PARTI DI UN OGGETTO

      I PRIMI CONFRONTI

–         più alto di, il più alto di

–         più pesanti di, il più pesante di

–         più duro di, il più duro di

      IDENTIFICAZIONE DI ALCUNI MATERAIALI

–         dato un oggetto, individuare i materiali

–         dato un materiale, individuare gli oggetti

–         il raggruppamento dei metalli e delle leghe

–         alcune proprietà dei metalli: conducibilità del calore, lavorabilità, ecc.

–         il ferro è uno dei metalli (utilizzo della calamita)

SECONDO CICLO

2)IL FENOMENO DELLA COMBUSTIONE

–         effettuazione e descrizione della combustione di alcuni materiali (carta, legno, ecc.)

–         somiglianze e differenze

–         definizione del fenomeno

–         importanza dei combustibili nella vita quotidiana

–         un combustibile artificiale: il carbone di legna

–         la combustione e l’inquinamento

3)  PROPRIETA MACROSCOPICHE ED OPERATIVE.         LA SOLUBILITA’

–         riconoscimento di 3 sostanze: zucchero, sale, polvere di marmo

–         esperimenti di solubilizzazione in acqua

–         classificazione delle soluzioni

–         definizione operativa delle soluzioni

–         distinzione tra significato di senso comune e significato scientifico del termine solubile

–         spiegazione particellare del termine solubile

4)IL PESO

–         avendo a disposizione diversi oggetti, come si fa a stabilire chi è più pesante?

–         costruzione di una bilancia a bracci uguali

–         si può stabilire chi pesa di più, o si può anche constatare quanto pesa di più?

–         quali oggetti si può usare come unità di misura per il peso?

–         unità di misura di peso convenzionali: grammo, chilogrammo, ecc.

–         utilizzo di bilance a bracci uguali

5) L’EVAPORAZIONE DELL’ACQUA

–         descrizione del riscaldamento dell’acqua

–         definizione del fenomeno dell’ebollizione dell’acqua

–         che cos’è il “fumo”?

–         la distillazione dell’acqua

–         l’acqua distillata

–         le acque minerali

–         che cosa sono le bolle che si formano durante l’ebollizione?

–         l’acqua bolle a 100 °C

–         l’evaporazione dell’acqua

–         il “fumo” è vapore acqueo?

–         come mai il vapore acqueo non è visibile?

–         dall’evaporazione di soluzioni si ottengono cristalli

–         il ciclo dell’acqua

6)LIQUIDI E SOLIDI

–         le proprietà più evidenti dei liquidi e dei solidi

–         nei liquidi, la superficie libera si dispone orizzontalmente quando li si versa

–         se si inchina un bicchiere, come si dispone l’acqua contenuta?

–         quale concetto hanno i bambini di orizzontale e verticale?

–         come si dispongono gli alberi e le case in montagna?

–         definizione operativa di verticale e di orizzontale

–         liquidi viscosi e polveri

7)LA FUSIONE E LA SOLIDIFICAZIONE

–         la fusione del ghiaccio

–         la solidificazione dell’acqua

–         la fusione e la solidificazione della cera, della paraffina, dello stagno, ecc.

                                    fusione

–         SOLIDO  ============     LIQUIDO  

                        solidificazione

8)IL VOLUME E LA CAPACITA’

–     quando si travasa dell’acqua da un recipiente ad un altro di forma diversa, la quantità di

      di acqua cambia o si conserva?

–         con recipienti di forma di versa come si fa a stabilire chi contiene più acqua?

–         come si fa a misurare un corpo liquido?

–         si può misurare il peso

–         si può misurare lo spazio occupato (il volume) per mezzo di recipienti più piccoli

–         il litro, i suoi sottomultipli e multipli

–         il cm , il dm , il m  e le loro relazioni

–         seriazione sia in relazione al peso che al volume di oggetti di volume leggermente

diverso e dello stesso materiale ( o di materiali diversi)

–         all’aumentare della temperatura, mentre il peso rimane inalterato, il volume aumenta

–         durante la fusione, mentre il peso rimane inalterato, il volume aumenta

–         il comportamento anomalo dell’acqua

–         la conservazione della sostanza, del peso, del volume in semplici modificazioni di forma

                                               SCUOLA MEDIA

9)ASPETTI QUALITATIVI DELLA VELOCITA’

–         il movimento

–         la velocità

–         la costruzione di grafici spazio-tempo

–         prove di verifica

–         approfondimento: costruzione e interpretazione di grafici

10)LE CLASSI DEGLI ACIDI, DELLE SOSTANZE BASICHE E DEI SALI

–         gli acidi hanno la proprietà di sciogliere alcune sostanze alcune sostanze

insolubili in acqua, quali ad esempio il calcare ed alcuni metalli

–         la distinzione tra acidi forti ed acidi deboli

–         la distinzione tra le modalità di sciogliere degli acidi e dell’acqua

–         la distinzione tra trasformazione fisica e chimica

–         che cos’è l’effervescenza?

–         la scoperta degli acidi minerali

–         la produzione dell’acido solforico per decomposizione del vetriolo

–         anche le proprietà basiche hanno la proprietà di sciogliere alcune sostane insolubili in acqua

–         alcune sostanze basiche

–         la produzione del sapone

–         la reazione di neutralizzazione tra acido cloridrico e soda

–         la distinzione tra acidi e sostanze basiche

–         la preparazione di un indicatore mediante estrazione con alcol del colore di fiori

–         la cartina indicatrice universale

–         la reazione di neutralizzazione tra acido cloridrico e soda

–         l’estrazione della potassa dalla cenere

11)LE FORZE

–         che cosa significa forza, fare forza, essere forti?

–         fare raggruppamenti dei vari tipi di forza

–         confronto di forze muscolari per mezzo di estensori

–         deformazione di altri oggetti

–         le deformazioni a che cosa sono dovute?

–         gli effetti delle forze

–         bilancia e forze: la forza-peso

–         confronto di forze-peso

–         misura di forze-peso

12)IL PESO SPECIFICO

–         distinzione tra pesante ed avere maggior peso

–         determinazione del peso specifico dell’acqua

–         determinazione del peso specifico dell’olio

–         determinazione del peso specifico solidi regolari

–         determinazione del peso specifico di solidi irregolari

–         significato del peso specifico

–         prove di verifica

13)IL GALLEGGIAMENTO

–         equilibrio

–         principio di Archimede

–         galleggiamento

–         approfondimento

–         prove di verifica

14)TEMPERATURA E CALORE

–         determinazione della temperatura di fusione della naftalina

–         la temperatura di fusione delle sostanze solide

–         il ghiaccio fonde a 0 °C

–         distinzione tra temperature e calore

–         la costruzione di un termometro

–         termometri non confrontabilie termometri confrontabili

–         alcune scale di temperatura

15)PRIMI FENOMENI ELETTRICI

–         cosa accade se si strofina una bacchetta di plastica con un panno di lanae

si avvicina la bacchetta ad un piccolo frammento di carta

–         cosa accade quando si avvicina una bacchetta di vetro

–         esistono due tipi di carica o più di due?

–         l’attrazione e la repulsione si esercitano solo tra corpi elettrizzati?

–         si può affermare che le cariche si possono spostare nei materiali?

16)PRIMI FENOMENI MAGNETICI

–         la realizzazione di una tabella che permetta di distinguere tra materiali

attratti dalla calamita ed altri

–         prendendo due calamite ed avvicinandole che cosa si osserva?

–         che cosa accade se si avvicina ad una  bussola una calamita?

–         che cos’è l’ago di una bussola?

–         é possibile separare il polo nord di una calamita dal polo sud

in modo da ottenere due poli isolati?

Quello che abbiamo presentato non è altro che uno schema di curricolo. Ciascun percorso dovrebbe essere esplicitato sia in relazione alle valenze epistemologiche e psicopedagogiche che alle specifiche indicazioni didattiche. Ci proponiamo di farlo nel volume conclusivo di questo progetto sul curricolo dell’IRRSAE Toscana. Ci limitiamo per ora ad aggiungere, come esempio, le scelte epistemologiche che stanno alla base di un percorso, quello degli acidi.

                         CONSIDERAZIONI SUL PERCORSO DEGLI ACIDI

Qual è, in riferimento al concetto di acido il livello di concettualizzazione adeguato agli studenti della scuola media? Essi conoscono probabilmente il termine acido, mentre è probabile che non abbiano nessuna idea, o addirittura non abbiano mai incontrato i termini base e sale, come parole indicanti classi di sostanze. E probabilmente in molti studenti sarà presente, insieme a significati più vaghi o metaforici, anche l’idea che gli acidi siano dei liquidi aggressivi, corrosivi.

Il concetto di acido deve fondarsi, a nostro parere, su questo concetto spontaneo, all’interno di una prospettiva evolutiva del curricolo verticale. Il concetto di acido, come la maggior parte dei concetti scientifici, si è sviluppato nel corso degli ultimi secoli, attingendo significati sempre più generali. E indubbiamente le definizioni di Bronsted o di Lewis hanno un carattere maggiormente esplicativo ed un riferimento più ampio delle precedenti concettualizzazioni di Lavoisier e di Arrhenius. Tuttavia, ciascuna definizione è significativa non di per sé, ma rispetto alla teoria cui si riferisce, ed in determinati contesti teorici e sperimentali i concetti di Lavoisier ed Arrhenius continuano ad essere pertinenti. E’ la teoria di riferimento che da significato alle definizioni.

Ora, in una situazione di primo approccio alle problematiche chimiche, dove gli studenti non possiedono ancora neppure i concetti fondamentali di tipo macroscopico della chimica, nessuna delle quattro precedenti definizioni può avere significato.  Lo studente si trova, in un certo senso, nella stessa situazione in cui si trovavano i chimici prima di Lavoisier.

E che cos’erano gli acidi per loro? Delle prodigiose sostanze, mescolate sempre con l’acqua, che erano in grado di portare in soluzione molte sostanze solide insolubili in acqua. Questo era il concetto di acido che era stato elaborato dai chimici a partire dal Medioevo e che nel Settecento era ancora considerato da Lavoisier uno dei pochi concetti teorici ereditati dai predecessori. Vi è una sostanziale coincidenza tra questo concetto e il concetto spontaneo degli studenti. Il primo concetto di acido non può, quindi, essere costruito che partendo da qui, in uno stretto rapporto di continuità con il concetto spontaneo. E’ di fondamentale importanza che il concetto di acido, che poi si svilupperà in fasi successive in una logica di curricolo a spirale, in modo sempre più formalizzato, abbia una base operativa, seppur limitata, strettamente connessa a fenomenologie quotidiane e/o elementari percettivamente.

Tuttavia, all’interno di questa continuità vi deve essere anche discontinuità. Mentre il concetto spontaneo si limita a cogliere il comportamento dissolvente degli acidi, la prima concettualizzazione scientifica deve anche evidenziare la modalità profondamente diversa rispetto all’acqua, al di là dell’apparenza, con cui gli acidi sciolgono. Infatti, mentre nelle soluzioni acquose si realizza soltanto una mescolanza del solido con l’acqua, con gli acidi la solubilizzazione si verifica: 1) quando l’acido è in grado di combinarsi con la sostanza solida, creando così delle sostanze nuove che non hanno nessuna proprietà in comune né con l’acido né con il solido, 2) e quando la nuova sostanza solida, formatasi dalla trasformazione, risulta solubile in acqua. Quindi, mentre nelle solubilizzazioni con acqua le sostanze permangono, nelle solubilizzazioni con acidi le sostanze iniziali si trasformano in altre sostanze. Lo studente inizia così, con esempi particolarmente accessibili, a familiarizzarsi con il cuore della chimica, con il concetto di trasformazione chimica. 

Riflessioni sulla didattica della fisica e ipotesi di curricolo

Leonardo Barsantini

Gruppo di ricerca e sperimentazione didattica in educazione scientifica del CIDI di Firenze

Se riflettiamo su alcuni risultati riportati in letteratura[1] circa le conoscenze acquisite dagli studenti in fisica, non possiamo che constatare, malgrado la buona volontà di alcuni docenti, il fallimento di tanti sforzi.

Le cause del fallimento sono chiare leggendo le stesse ricerche sulle concezioni delle studenti: eccessiva quantità di materiale proposto, scelta degli argomenti senza tenere conto della maturazione psicologica degli studenti, tempi non adeguati, sottovalutazione dell’aspetto storico ed epistemologico della disciplina.

I libri di testo in questo senso esemplificano perfettamente una visione della didattica tradizionale presentandosi più che come percorsi adeguati allo studente, come manuali di tipo enciclopedico, costruiti sulla organizzazione del trattato universitario. Il materiale è strutturato in modo forse ineccepibile per chi, essendo già in grado di pensare autonomamente, vuole ricavare informazioni o nozioni, ma discutibile per chi deve imparare. Mi è capitato di osservare che la presentazione del principio d’inerzia riportata in un manuale universitario, di scuola superiore e di scuola media, percorre le stesse tappe e giunge agli stessi risultati con la sola differenza che ciò che viene trattato in quattro pagine nel manuale universitario, si riduce a due in quello della superiore e a una pagina in quello della scuola media!

D’altra parte anche l’immagine tradizionale della scienza gioca un ruolo rilevante nella costruzione dell’interazione docente – studente. Ritenere che si possa partire dalla semplice osservazione per costruire teorie, che le scoperte scientifiche si susseguano con continuità ampliando le conoscenze precedenti, che sia sempre opportuno parlare di oggettività e verità, significa possedere una visione ingenua della scienza che non può che incidere negativamente anche nell’insegnamento scolastico – dico anche nella scuola, perché in realtà incide negativamente anche nella nostra società dove molti sono portati a ritenere la scienza come una costruzione dogmatica spesso da rifiutare per rivolgersi a “rituali” alternativi. 

            Quindi è necessario lavorare su argomenti opportuni e su tempi adeguati, tenendo in considerazioni le preconcezioni degli studenti, facendo in modo che ci sia vicinanza fra ciò che si insegna e ciò che lo studente sa, affinché lo studente possa acquisire “un nuovo modo di guardare il mondo”. Si tenga conto, come dice Darwin[2], che è tanto difficile non farsi un’opinione qualunque, come è difficile formarsi un giusto giudizio.

            La riflessione portata avanti negli anni all’interno del gruppo di ricerca e sperimentazione didattica del CIDI di Firenze, ha delineato un curricolo per la fisica da insegnare nei primi dieci anni di scuola (elementare, media e biennio superiore). Si possono così tracciare tre percorsi relativi ai seguenti concetti fondamentali da acquisire:

1.      forza e massa

2.      velocità e accelerazione

3.      temperatura, calore ed energia.

I sottopercorsi costruiti per ogni segmento di scolarità vanno intesi come i tasselli di un unico percorso che, partendo dalla scuola di base, sviluppi le conoscenze degli studenti su obiettivi definiti che si raggiungeranno al compimento del ciclo scolastico della scuola di base (biennio della superiore incluso). Questo significa che, ad esempio, chi affronta le forze nella scuola media, non deve preoccuparsi di analizzare tutte le leggi di Newton, la legge di gravitazione universale, le forze di interazione elettrica, la legge di Hooke, i vettori e quant’altro, ma piuttosto di approfondire alcuni aspetti fondamentali alla costruzione del concetto di forza che poi saranno ripresi e ampliati negli anni successivi.

Nell’immagine “ingenua” di scienza si è talvolta portati a vedere la scoperta di un fenomeno come un momento definitivo, di arrivo; in realtà, a parer mio, le cose stanno ben diversamente: la scoperta è il punto di partenza per organizzare e sviluppare la conoscenza. Quindi anche nella sviluppo di un concetto non si deve cadere nell’errore di sentirsi in dovere di “fare tutto”, al contrario, si devono porre le basi e procedere un passo alla volta, anno dopo anno.  

Qualcuno, leggendo le indicazioni precedenti relative ai percorsi da sviluppare in circa dieci anni di scuola potrebbe avere avuto l’impressione che, pur trattandosi di argomenti fondamentali, siano assenti molti degli temi classici riportati nei libri di testo. Questa impressione è corretta. Si badi bene, alcuni argomenti non riportati possono essere recuperati anche in connessione con altri ambiti, ad esempio semplici considerazione di ottica si possono trovare all’interno di un percorso, sempre sviluppato dai colleghi del gruppo di ricerca e sperimentazione didattica, sui cinque sensi; oppure semplici considerazioni sui fenomeni magnetici ed elettrici possono essere svolte ampliando il concetto di forza. In ogni caso i concetti da privilegiare e ai quali dedicare tutto il tempo necessario sono quelli elencati in precedenza. Una scelta di questo tipo può sembrare riduttiva, ma in realtà è realistica. Dalle indagini sulle concezioni degli studenti, citate in precedenza, emerge con grande evidenza che a seguito di un insegnamento “tradizionale” non solo permangono poche nozioni nella testa degli studenti, ma i loro modi di ragionare molto spesso sono di tipo prescientifico.

Al contrario, ritengo che lavorare su un gruppo di argomenti ben definito per tempi adeguati consenta allo studente di costruire la propria conoscenza e non di imparare a memoria alcune nozioni al solo scopo di affrontare i compiti scolastici. Si tratta quindi di permettere allo studente di:

·        sviluppare capacità osservative e descrittive,

·        riconoscere l’importanza dell’immaginazione nello sviluppo dei concetti scientifici,

·        confrontarsi con definizioni operative,

·        comprendere come possa formarsi una teoria,

·        capire la differenza fra osservazione e deduzione,

·        formulare e accettare provvisoriamente una ipotesi,

·        confrontare le proprie opinioni all’interno della comunità – classe,

·        correggere i propri errori,

·        essere in grado di acquisire dei dati e di elaborarli,

·        comprendere che le definizioni sono enunciazioni provvisorie dei concetti.

Vediamo più in dettaglio lo sviluppo di uno dei percorsi, quello relativo alla forza e alla massa[3], tenendo comunque conto che questi sono fra loro strettamente legati sì da formare una sorta di rete concettuale.

I) Concetti da acquisire: FORZA e MASSA

SCUOLA ELEMENTARE

Identificazione e descrizione degli oggetti

Classificazione di oggetti in base a una o due proprietà

I primi confronti

Il peso

Concetto spontaneo di più pesante

Ordinamento non metrico secondo il peso

Si introduce un primo strumento di misura:

progettazione e realizzazione di una bilancia a bracci uguali

Introduzione al concetto di equilibrio:

se i bracci della bilancia sono in orizzontale

i due pesi sono uguali

Non necessariamente corpi più grandi pesano di più

Confronto con le bilance impiegate nella vita quotidiana:

1.       bilance che confrontano due oggetti

2.       bilance che forniscono un numero

Unità campione

Scelta del campione

kgp, multipli e sottomultipli

Precisione della misura:

sensibilità e portata della bilancia

Liquidi e solidi

Distinzione liquidi solidi

Orizzontale e verticale:

livella e filo a piombo

Volume e capacità.

Come misurare una certa quantità d’acqua?

1.       pesandola

2.       misurando lo spazio occupato

Volume di un liquido

Unità campione

Scelta del campione

litro, multipli e sottomultipli

m3, multipli e sottomultipli

Intersoggettività delle unità campione

Volume di un solido per immersione in un liquido

Precisione della misura

            Nella scuola elementare, tenendo conto anche dei tempi a disposizione, non è ragionevole pensare di poter fare di più. Si potrebbe obiettare che ci sono altri argomenti che possono essere sviluppati, ad esempio visto che si introducono i liquidi e i solidi, perché non fare anche i gas e magari anche la pressione atmosferica. Ma i gas non sono sullo stesso piano concettuale dei liquidi e dei solidi, per non parlare poi della pressione atmosferica. Per convincersene basta analizzare il percorso storico che da Galileo e Baliani porta a Boyle. Come dice lo storico Dijksterhuis[4], se è vero che a un cero punto ci si libera dell’horror vacui è anche vero che questo sarà rimpiazzato dalle tante teorie sull’etere. E infatti per molti studenti il vuoto è un “pieno” d’aria, di polvere, di germi.

            Lo studio del peso, al contrario, permette di porre le basi per un primo affinamento di una conoscenza comune fra i bambini attraverso semplici ordinamenti non metrici, la costruzione di strumenti di misura , l’uso di unità di misura condivise.

Il percorso prosegue poi con la distinzione fra liquidi e solidi e con l’introduzione delle definizione operative di orizzontale e verticale per mezzo di livella e filo a piombo – queste rappresentano un’importante scoperta per tutti quei bambini che disegnano le case perpendicolari alle colline.

Ma i corpi più grandi possono pesare meno di corpi più piccoli e viceversa, ecco che allora si rende necessario introdurre il volume. Presentare il volume non significa rifarsi, generalizzando, alle misurazioni di lunghezza e di superficie semplicemente lavorando sulle unità di misura, ma al contrario, prestare grande attenzione alla costruzione di un nuovo concetto con un approccio operativo.

SCUOLA MEDIA

Forza

Concetto spontaneo di più forte

Deformazione:

la forza determina una deformazione

Rappresentazione vettoriale delle forze

Peso come caso particolare di forza

Bilancia a bracci uguali

Campioni di forza – peso

Dinamometro:

non con tutti i corpi che si deformano

si può costruire un dinamometro

Equilibrio

Peso specifico

Distinzione fra “pesante” e

“avere maggior peso”

Peso specifico dei liquidi

Peso specifico dei solidi

regolari

Peso specifico dei solidi

irregolari

Il galleggiamento

Un’applicazione dei concetti acquisiti allo studio del galleggiamento:

forza, peso specifico, equilibrio

Principio di Archimede

Baricentro

La misurazione in fisica:

scarto percentuale fra due misure.

Errore di sensibilità,

errore sistematico,

errori casuali.

Media delle misure ottenute

Il lavoro svolto nella scuola elementare apre la strada all’introduzione del concetto di forza. Qui la difficoltà maggiore sta nel portare gli studenti da una concezione di senso comune che vede nella forza una sorta di sforzo fisico, a una concezione più raffinata. Il percorso sul peso, e quindi la conseguente generalizzazione di questa grandezza all’insieme delle forze, rappresenta un indispensabile punto di partenza per questo ulteriore approfondimento. Lo sviluppo del concetto di forza non deve far pensare alle leggi della dinamica, questo rappresenterà un passaggio successivo, per adesso è più importante questo lavoro di “ripulitura” del concetto di forza dalle tante scorie dell’esperienza quotidiana per arrivare a una definizione operativa condivisa dagli studenti.

I lavori precedenti sul peso e sul volume, la necessità di definire una grandezza che riporti il peso all’unità di volume per fare un confronto fra corpi diversi, introducono in modo consequenziale il percorso sul peso specifico. Qui l’errore più grosso potrebbe essere quello di fornire una relazione per il calcolo della grandezza e questo, in genere, è proprio ciò che preferiscono gli studenti. Anche in questo caso si tratta invece di costruire una grandezza utile e di significato chiaro: la comprensione del significato di un rapporto rappresenta un ostacolo non banale come mette in evidenza anche Arons[5].

Per concludere, lo studio del galleggiamento può essere considerato un momento di recupero e di sviluppo, verso un nuovo ambito, di quanto è stato fatto puntualizzando e approfondendo i concetti introdotti. La necessità di acquisire ed elaborare dei dati introduce anche a una riflessione sui dati acquisiti e sulla “precisione” relativa. Contrariamente a quanto accade in molti libri di testo, dove si sviluppano elementi di teoria degli errori in un capitolo iniziale, le considerazioni sugli errori di misura vengono qui introdotte in modo naturale per affrontare un problema concreto.

BIENNIO SCUOLA SUPERIORE

 

Forza

Forza e dinamometro

Forza e attrito:

quali sono le forze in gioco?

Cosa accade se diminuisce l’attrito?

Forza e movimento

Semplici ipotesi possibili:

1.       F = m Dv

2.       F = m Dv/ Dt

3.       F = m Dv/ Ds

Caduta dei corpi

Le esperienze di Galileo

Semplici ipotesi sul moto:

1.       v = a t

2.       v = a s

Accelerazione e suo significato fisico

Massa

Proporzionalità fra la forza e l’accelerazione

Significato fisico della costante di proporzionalità:

massa

Distinzione peso – massa

Unità di misura della forza e della massa

Densità

Forze e equilibrio

Nel biennio della scuola superiore si può portare il concetto di forza anche in ambito dinamico e introdurre il concetto di massa. Questo è un lavoro estremamente complesso e non è più sufficiente rifarsi a semplici esperienze di laboratorio per costruire i concetti, qui il ruolo svolto dalle ipotesi diventerà insostituibile, non sarà più possibile un approccio che partendo dall’esperienza permetta di ipotizzare e generalizzare conclusioni. Si tratta al contrario di sviluppare un’indagine appropriata per la costruzione dei concetti utili, anche con l’aiuto della riflessione storica, sui tanti ostacoli che si sono frapposti allo sviluppo della conoscenza.

Grande è il rischio di ridurre tutta la costruzione della conoscenza a una sorta di addestramento su definizioni e calcolo di relazioni. Ciò ha come conseguenza, come diceva Galileo, di sviluppare una scienza dei soli nomi.

Lo sviluppo di questi percorsi mette in evidenza la necessità di una elevata professionalità da parte dei docenti nel mediare fra disciplina e studenti e ritengo che, per quanto aiuti e suggerimenti possano provenire da esperti pedagogisti, storici, epistemologi o specialisti della disciplina, questa professionalità appartenga soltanto il docente.

Si tratta in definitiva di lavorare affinché lo studente sia in grado di porsi problemi e di elaborarli autonomamente con pensiero critico. Ma non è tutto. Si tratta anche di fornire, agli studenti più grandi, una prospettiva storica dello sviluppo dei concetti scientifici, non nel senso di corredare i percorsi con note storiche, ma di riflettere sulle difficoltà e sulle scelte fatte dagli scienziati del passato. Non quindi la storia degli eventi, ma la storia dei processi. Questo non significa che la storia della scienza deve sostituire la scienza stessa, ma che la storia della scienza è, per il docente, uno degli elementi che contribuiscono alla costruzione dei percorsi, per lo studente un elemento per costruire la propria conoscenza.

E’ anche importante sottolineare il fatto che gli argomenti proposti non solo sono rilevanti per lo sviluppo di una cultura scientifica, ma rappresentano anche alcuni dei concetti fondamentali che hanno costituito le basi della scienza moderna dando origine a quella che da molti è chiamata la rivoluzione scientifica del XVII secolo.

Si deve quindi passare da una visione della scienza, comune a tanti studenti e adulti, come insieme di regole da dimenticare al più presto, a quella di una grande struttura architettonica in continua evoluzione, in cui convivono il presente e il passato e che ci permette di abitare e comprendere il mondo che ci circonda. Ma comprendere significa anche rispettare e quindi l’acquisizione di una vera cultura scientifica è anche uno strumento fondamentale, assieme ad altri, per lo sviluppo di una coscienza democratica.

[1] A cura di N. Grimellini Tomasini e G. Segrè, Conoscenze scientifiche: le rappresentazioni mentali degli studenti, La Nuova Italia, 1991

[2] C. Darwin, Diario di un naturalista giramondo

[3] L’ipotesi di curricolo per la scuola elementare e media è stata sviluppata dal prof. Carlo Fiorentini

[4] Citato da P. Rossi in La nascita della scienza moderna in Europa, Editori Laterza, 1997

[5] A. B. Arons, Guida all’insegnamento della fisica, Zanichelli, 1992

I fenomeni termici

Elementi da prendere in considerazione per la costruzione di un percorso didattico

Leonardo Barsantini

            Quali sono gli elementi che permettono di costruire un percorso didattico? Se guardiamo un qualunque libro di testo la risposta che ne ricaviamo è che, partendo dalla disciplina e “semplificando” opportunamente, si possa ottenere un lavoro presentabile ai ragazzi sia della scuola dell’obbligo sia della scuola secondaria. Ritengo, al contrario, che si debba procedere in tutt’altro modo. La costruzione di percorsi didattici richiede una riflessione che coinvolge, oltre alle competenze disciplinari, anche conoscenze storiche, epistemologiche e psicopedagogiche. Qui di seguito ho voluto mostrare quanto sia importante, nel caso dei fenomeni termici, fare riferimento a tutti gli elementi citati in precedenza allo scopo di realizzare percorsi utili alla costruzione di conoscenze in classe. Questo non significa che operando in tal modo si ottiene il metodo infallibile per l’insegnamento delle discipline scientifiche – anche perché ogni insegnante dovrà pur sempre lavorare in classe per sperimentare e mettere a punto l’eventuale proposta – ma sicuramente si percorre una strada che offre maggiori possibilità di successo. Al contrario, la strada tradizionale, offre l’insuccesso certo.

1. La nascita del termometro

            Le sensazioni percettive di caldo e di freddo sono alla base della nascita del concetto di temperatura, però, se le sensazioni sono immediate, altrettanto non si può dire per lo sviluppo del concetto di temperatura.

La temperatura si costruisce di pari passo con lo sviluppo del termometro (uno degli strumenti che hanno permesso la rivoluzione scientifica del XVII secolo), ma per avere i primi termometri ad aria bisognerà attendere il ‘600.

            La graduazione delle sensazioni di caldo e freddo in quattro gradi era già stata proposta da Galeno (129-201), che si pose il problema di definire una scala prima ancora di aver ideato uno strumento adatto allo scopo. In questa prima intuizione si può intravedere il tentativo di ricondurre le sensazioni di caldo e freddo a un’unica “grandezza fisica”.

            Gli scienziati ai quali, più di altri, si attribuisce la paternità del termometro sono: Santorre Santorio (1561-1636), Galileo Galilei, Cornelius Drebbel (1572-1634) e Robert Fludd (1574-1637). Lo strumento sul quale lavorarono questi, e altri ricercatori, era un termoscopio, cioè un termometro ad aria. La struttura di base può essere considerata un globo di vetro collegato a un lungo cannello cilindrico. Questo era immerso in un vaso pieno d’acqua. Le variazioni di temperatura subite dall’aria nel globo di vetro, provocavano delle variazioni di altezza del livello dell’acqua contenuta nel vaso.

            Per permettere una risalita parziale dell’acqua nel cannello collegato al globo, si scaldava il globo stesso in modo da far fuoriuscire parte dell’aria attraverso l’acqua del vaso. Lo strumento serviva per determinare la temperatura delle persone: il globo poteva essere introdotto in bocca, vi si poteva alitare sopra, opportunamente appiattito poteva misurare la temperatura di diverse parti del corpo oppure poteva essere tenuto stretto fra le mani.

            Giovanni Francesco Sagredo (1571-1620), in una lettera a Galileo del 30 giugno 1612, parla dello strumento costruito da Santorre Santorio. Questo strumento non ha una scala. A Santorio spetta, quindi, probabilmente, la priorità dell’invenzione del termometro. Santorio, concentrando i raggi luminosi della luna, per mezzo di uno specchio, sul termometro, pensò addirittura di determinare la temperatura del satellite della Terra.

Si deve in ogni modo tener presente che il limite di tutti questi strumenti era la loro dipendenza dalla pressione atmosferica.

2. Lo sviluppo del termometro

La necessità di eliminare i problemi connessi con la pressione atmosferica, nel termometro ad aria, portò allo sviluppo del termometro a liquido da parte dell’Accademia del Cimento (1657 – 1667). Il termometro, essendo sigillato, non risentiva dagli effetti della pressione atmosferica, inoltre non permetteva l’evaporazione del liquido contenuto.

Fra il 1643 e il 1666 nasce, quindi, il termometro fiorentino, ma probabilmente già dal 1641 si costruivano termometri ad alcool. L’alcool era stato scelto perché più sensibile alle variazioni termiche dell’acqua e inoltre non lasciava depositi.

Le scale di graduazione dei termometri erano già presenti nei termometri ad aria, ma quando il termometro si diffonde in tutta Europa ci si rende conto che la taratura e la riproducibilità dei termometri deve passare attraverso l’individuazione di due punti fissi.

Già Santorio, nel tarare i suoi termometri ad aria, aveva utilizzato come punti fissi la neve per quello inferiore e la fiamma di una candela per quello superiore. Gli Accademici del Cimento avevano notato la costanza della temperatura del punto di fusione del ghiaccio. Robert Hooke sapeva che la temperatura di fusione del ghiaccio è costante dal 1664, e nel 1684 che anche la temperatura di ebollizione dell’acqua è costante e propose di tarare la scala dei termometri su tali punti fissi.

Fra le varie scelte che furono fatte per i due punti fissi si può rammentare: la temperatura di fusione del burro, la temperatura dei sotterranei dell’Osservatorio di Parigi, la temperatura di congelamento dell’olio essenziale di semi di anice, la temperatura di ebollizione dell’alcool puro, il freddo della neve, la massima attività dei raggi solari, la temperatura del corpo umano.

Nella taratura si ponevano anche problemi dovuti al fatto che i tubi non erano di sezione costante per tutta la loro lunghezza, per la presenza dell’aria nella parte superiore del tubo termometrico e per la presenza di umidità. Inoltre la temperatura di ebollizione dell’acqua “pura” può ritenersi costante soltanto se si fissa la pressione atmosferica, e quindi le ricerche sulla temperatura s’intrecciano con quelle sulla pressione come è stato messo in evidenza anche per il termometro ad aria.

In questa fase i concetti di temperatura e calore sono confusi e mescolati fra loro. Carlo Renaldini (1615-1699), che pure propone per i due punti fissi la temperatura di fusione del ghiaccio e la temperatura di ebollizione dell’acqua, riteneva che l’acqua “gelida” non avesse alcun grado di calore. Boerhaave e Fahrenheit (1686-1736) pensavano che esistesse una temperatura minima possibile prodotta mescolando ghiaccio tritato e sale ammonico.

Si tenga presente che, anche se qui si parla di temperatura e calore, gli scienziati dell’epoca con riferimento alla grandezza misurata usavano espressioni del tipo: “gradi del caldo e del freddo”, “mutazioni del caldo e del freddo”.

Nel settecento si sviluppano le tecniche relative alla costruzione del termometro. Reaumur (1683-1757), come riportato nelle sue memorie del 1730, realizzò termometri togliendo parte dell’aria presente nel tubo per mezzo della dilatazione della colonna di liquido contenuto e poi sigillando il tubo termometrico. Assegnò il valore zero al punto di congelamento dell’acqua e 80 al punto di ebollizione.

Nollet (1700-1770) costruì termometri a mercurio giudicandoli più pratici. Poiché il mercurio si dilata meno dell’alcool introdusse i tubi capillari. Col termometro a mercurio si possono misurare temperature nell’intervallo compreso da –38°C a +350°C circa, con i termometri ad alcool si possono misurare temperature inferiori. L’acqua non può essere utilizzata quale liquido per termometri.

Furono fatti studi anche per verificare se le sostanze termometriche perdevano la loro capacità di dilatarsi col tempo.

Nel 1742 Celsius comunica la costruzione di un termometro che ha come zero la temperatura di ebollizione dell’acqua e come 100 la temperatura di congelamento dell’acqua. L’inversione della scala è stata fatta da Strömer nel 1743.

Fino al 1740 non era ancora comune tarare i termometri tramite due punti fissi e nel 1777 i termometri della Royal Society presentavano una differenza di circa 2°C nell’indicazione della temperatura di ebollizione dell’acqua. Nella seconda metà del settecento si contavano 19 diverse scale termometriche.

3. Il calorico

            Anche se dai paragrafi precedenti si può aver avuto l’impressione che tutti i problemi fossero relativi alla costruzione del termometro, in realtà la difficoltà maggiore stava nel capire cosa misurava il termometro.

            Galileo spiegava la dilatazione dell’aria per mezzo di atomi di fuoco. Modelli analoghi erano condivisi da Torricelli e Borelli che ritenevano gli atomi di fuoco i responsabili della dilatazione dell’acqua nella quale erano introdotti. Questo non era però l’unico modello accettato. Per alcuni la dilatazione dei liquidi era dovuta alla presenza di molecole d’aria che si erano insinuate all’interno. Questo meccanismo trovava giustificazione nel fenomeno dell’ebollizione dove apparivano molte bollicine ritenute d’aria. Niccolò Aggiunti (1600-1635) riteneva che il calore non agisse sui corpi, ma sull’aria che si faceva poi tramite per i corpi solidi e liquidi. All’Accademia del Cimento si cercava di capire se esistevano le particelle del freddo o se questo era dovuto alla mancanza delle particelle del calore.

            La costruzione del termometro portò molti fisici a individuare nella temperatura ottenuta col termometro, la misura del calore posseduto dal corpo. In realtà in molti casi quello che osservavano era proprio l’aumento della temperatura di un corpo a mano a mano che gli si forniva calore.

            A partire dalla metà del settecento s’iniziarono esperimenti tendenti a determinare la temperatura finale di miscugli di masse d’acqua a temperature diverse ottenendo la legge, riproposta da Richmann ma conosciuta anche in precedenza, T=(m1t1+m2t2)/(m1+m2), con m masse dei corpi, t temperature dei corpi e T temperatura finale. Lo svedese J. O. Wilche, nel 1772, si accorse che la neve presente in un cortile, non si scioglieva utilizzando la quantità d’acqua calda calcolata in base alle leggi ricavate dagli studi sui miscugli di masse d’acqua a temperature diverse.

            Anche Joseph Black (1728-1799) effettuò la stessa scoperta, ponendo quindi in evidenza una prima distinzione fra temperatura e calore, e osservando che nei passaggi di stato, pur continuando a scaldare il corpo, il termometro segna una temperatura costante.

            Black introdusse allora la nozione di calore latente necessario al cambiamento di stato. In quest’ottica si riteneva che la temperatura misurasse il “calore libero”, ma non quello “latente”.

            E’ interessante osservare come Black giustificasse il cambiamento di stato da acqua a ghiaccio, senza variazione di temperatura, sostenendo che la fusione immediata del ghiaccio provocherebbe catastrofi, inondazioni e sciagure.

Si pensò allora possibile determinare il contenuto in calore dei corpi in una visione che faceva riferimento al fluido calorico. In ogni modo, attorno alla metà del settecento i modelli che cercavano di spiegare la natura del calore erano due: quello corpuscolare e quello fluidista. Alcuni scienziati, quali Lavoisier e Laplace, erano schierati a favore di modelli misti. E’ negli ultimi decenni del XVIII secolo che si afferma la concezione fluidista.

Le ricerche sui miscugli ottenuti mescolando liquidi diversi, quali l’acqua e il mercurio, misero in evidenza la difficoltà di calcolare il valore finale di temperatura in base alle leggi ricavate studiando i miscugli formati da sola acqua. Ciò spinse sempre Black a introdurre i calori specifici. Si tenga presente che una concezione molto diffusa riteneva che i corpi contenessero calore proporzionalmente alla loro massa. Altri lavoravano con i volumi, piuttosto che con le masse, ritenendo valida la teoria di Boerhaave sulla distribuzione uniforme del calore.

Anche Wilcke nel 1770, indipendentemente da Black, mise in evidenza che il calore contenuto in un corpo non dipende né dal suo volume, né semplicemente dalla sua massa, e introdusse la capacità termica. Anche se il concetto di calore della fine del settecento non coincide con quello attuale, si apre qui la strada che dal calorico porterà all’energia. Dalle prime ricerche sul termometro sono passati quasi due secoli.

4. Le concezioni sui fenomeni termici

            Gli studi compiti da E. Albert, e riportati nel testo di Cavallini, hanno messo in evidenza come i bambini si avvicinano ai fenomeni termici. Bambini di due anni, ad esempio, non sono in grado di distinguere tra corpi caldi e sorgenti di calore. A partire dai cinque anni si ha l’identificazione della sorgente di calore rispetto al corpo riscaldato. Attorno ai sette – otto anni nasce la consapevolezza che uno stesso corpo può essere caldo o freddo e che è necessario agire in qualche modo per scaldare il corpo. Verso gli otto-nove anni le sensazioni di caldo e freddo possono essere accomunate abbandonando così la visione che le vede contrapposte. I bambini iniziano allora a introdurre una distinzione fra i vari gradi del calore.

            Cavallini, però, fa presente che la tradizione anglosassone, al contrario di quella italiana, permette di acquisire un’esperienza, ad esempio cucinando cibi fino dalle scuole primarie, che i nostri bambini non hanno neppure nella scuola media.

            Vediamo quali sono le opinioni più comuni presenti spesso anche negli adulti.

Il calore

Pensando al calore come a una grandezza di stato si finisce per ritenere che le sorgenti classiche di calore siano le stufe, i forni, il fuoco, il sole. Il calore è confuso con l’aria o il vapore oppure si ritiene che esistano delle particelle di calore. I corpi di dimensioni maggiori hanno la capacità di accumulare maggiori quantità d’aria facilitando la propagazione del calore. Però per molti, la dimensione degli oggetti non è la caratteristica da prendere in considerazione, infatti, i metalli, essendo compatti, non permettono l’accumulo di aria e quindi sono freddi. Da questo punto di vista si spiega anche la maggiore facilità nel fondere le sostanze malleabili. E’ spesso presente una distinzione fra calore caldo e calore freddo che colloca le due sensazioni su piani contrapposti. Non tutti i corpi, poi, sono ritenuti capaci di riscaldarsi.

La temperatura

            Per molti studenti la temperatura di un oggetto frazionato in più pezzi si divide fra le varie parti. Anche la temperatura di un corpo è messa in relazione con le sue dimensioni, così come accade per il calore. Unendo due masse d’acqua, mantenute, ad esempio, una a 40°C e l’altra a 30°C, alcuni pensano che la temperatura finale sia pari a 70°C, altri a 10°C. Pur avendo esperienza diretta di stanze riscaldate si finisce per credere che una stanza a una certa temperatura, se scaldata da una stufa alla stessa temperatura, raggiunga temperature maggiori; stanze più piccole poi raggiungono temperature ancora più elevate. Gli studenti fanno fatica a comprendere che gli oggetti di una stanza all’equilibrio termico hanno tutti la stessa temperatura.

Il ghiaccio

            Ci si esprime nei termini di un trasferimento di freddo piuttosto che nei termini di una sottrazione di calore: il ghiaccio cede il freddo. Quindi il ghiaccio non può fornire calore e non è considerato una sorgente di calore per corpi a temperatura inferiore. Alcuni, pensando alla temperatura di solidificazione dell’acqua a 0°C, ritengono che quella sia l’unica temperatura del ghiaccio e 0°C sono considerati equivalenti a un calore nullo. Un cubetto di ghiaccio su una tavoletta di ferro si pensa che si sciolga più lentamente di uno su una tavoletta di legno.

L’ebollizione

E’ difficile capacitarsi del fatto che la temperatura dell’acqua in ebollizione resta costante. La conoscenza della costanza della temperatura all’ebollizione, non esclude che si possa raggiungere l’ebollizione con qualunque temperatura purché si aspetti un tempo sufficientemente lungo. Inoltre, sempre durante l’ebollizione, i ragazzi ritengono che la temperatura dell’acqua sia maggiore se il fuoco sotto la pentola è più intenso. L’ebollizione, per molti, inizia con la formazione delle prime bollicine.

I termometri

Il caldo, rendendo più leggeri i liquidi, permette loro di raggiungere un’altezza maggiore nella colonna termometrica. La temperatura che si misura con i termometri da esterno non è la stessa grandezza di quella misurata con i termometri da febbre. Inoltre, nei termometri da febbre la temperatura misurata dipende dal valore di partenza segnato dalla colonna di mercurio.

Isolanti e conduttori

            Molti ragazzi ritengono che i recipienti di metallo, considerati più freddi, conservino il ghiaccio meglio di altri materiali: la “compattezza” del metallo è ritenuta più idonea a contrastare l’ingresso al calore proveniente dall’esterno. Molti ritengono, adulti compresi, che il ghiaccio avvolto in un maglione, o in una coperta di lana. si sciolga più velocemente.

Interazioni col corpo umano           

Non si riflette sul fatto che nelle sensazioni termiche anche il corpo prende parte all’interazione. Molti ragazzi credono che in estate la temperatura esterna sia superiore a quella del corpo.

            Pur sottolineando il fatto che gli studenti non hanno in testa teorie di riferimento coerenti che possano essere comparate a teorie quale quella del calorico, è interessante notare come alcune delle concezioni presenti nei ricercatori del XVII e XVIII secolo siano presenti tutt’oggi.

5. La temperatura e il calore oggi.

            La temperatura è un indice dell’energia interna di un sistema. Con il termine calore si indica il trasferimento di energia fra oggetti con temperature diverse.

L’interpretazione dei fenomeni termici nei termini dell’energia potrebbe rendere superfluo parlare di calore, però non possiamo sottrarci dall’affrontare un’analisi di questi fatti in termini di calore perché questa parola fa parte del parlare quotidiano, anche sé, come spesso accade, la confusione nasce proprio dal diverso significato che si attribuisce alla stessa espressione in ambiti diversi.

E’ utile distinguere fra grandezze estensive e intensive. Sono grandezze estensive il calore e l’energia, mentre la temperatura è una grandezza intensiva. D’altra parte la temperatura e l’energia sono grandezze che descrivono lo stato di un sistema, mentre il calore caratterizza l’interazione fra sistemi.

Il calore, in quanto grandezza estensiva si aggiunge all’energia interna dell’oggetto verso il quale avviene il trasferimento, o si sottrae nel caso contrario. Per la temperatura, essendo questa una grandezza intensiva, non si ha la somma o la sottrazione delle temperature dei corpi venuti a contatto, ma piuttosto una media.

Il trasferimento di calore verso un corpo può essere accompagnato da una variazione di temperatura, ma si può anche costatare la costanza della temperatura se si è in presenza di un cambiamento di stato (è anche possibile che il sistema non vari temperatura, se si ha un bilancio fra il calore fornito al sistema e il lavoro fatto da questo).

E’ comunque opportuno parlare di “trasferimento di calore” piuttosto che di “calore”. Sono invece assolutamente da scartare espressioni del tipo “quantità di calore contenuta in un corpo” perché in questo caso non si ha a che fare col calore, ma con l’energia interna. Anche l’espressione “conversione di lavoro in calore”, ad esempio nel caso d’attrito, è inesatta perché in realtà il lavoro va a variare l’energia interna.

Con energia interna si intende la somma dell’energia di tutte le molecole che compongono il corpo. In questa ottica particellare, la temperatura è un indice dell’energia media delle molecole che compongono il sistema. Per cui due masse diverse di ferro, ad esempio, possono avere la stessa temperatura, ma diversa energia interna, e unendole assieme, si ottiene una massa di ferro che ha la stessa temperatura dei due oggetti presi singolarmente. Il trasferimento di calore fra oggetti si ha in base alla temperatura e non all’energia interna.

6. Il percorso didattico

            La confusione fra temperatura e calore, ritenendo quest’ultimo l’espressione di uno stato, crea gravi problemi. Il fatto è che c’è la tendenza a organizzare la conoscenza con la categoria delle proprietà degli oggetti, piuttosto che con le interazioni fra sistemi – specie quando uno di questi sistemi è il corpo umano. E’ quindi necessario procedere valorizzando gli indizi, affinché gli studenti appuntino la loro attenzione sugli elementi ritenuti significativi, tenendo conto che le concezioni di senso comune esercitano un forte ancoraggio. Inoltre queste concezioni sono fortemente condizionate dai contesti.

            Questo lavoro deve partire dalla scuola elementare per poi svilupparsi a tappe successive attraverso la scuola media – siamo all’interno della nuova scuola primaria – per arrivare a compimento nel biennio obbligatorio della scuola secondaria. Questo non significa che al termine dell’obbligo scolastico gli studenti debbano aver fatto tutte le leggi della termodinamica, ma piuttosto che sia stato permesso loro di affrontare un itinerario coerente che metta ordine sui concetti di base di temperatura e calore. E’ la capacità di guardare ai fenomeni che ci circondano in modo non contraddittorio – e non mi riferisco solo ai fenomeni di tipo scientifico – che interessa, e non l’enunciazione a memoria delle tante leggi della fisica.

            Vediamo allora alcune indicazioni per lo sviluppo di un percorso sui fenomeni termici nella scuola dell’obbligo[1].

La combustione

            Classe III della scuola primaria

1.      Identificazione delle sostanze combustibili.

2.      Necessità di un innesco.

3.      Le sostanze combustibili si consumano: alcune lasciano tracce – cenere -, altre come l’alcol non lasciano tracce.

4.      Emissione di fumo da parte di alcune sostanze.

5.      Diversa velocità di combustione da mettere in relazione con la difficoltà d’innesco.

6.      Durante la combustione si ha emissione di luce e calore, inteso, quest’ultimo, come trasferimento di “qualcosa” dal luogo della combustione verso l’esterno.

Gli studenti sono portati a fornire una “definizione operativa” di combustione e di sostanza combustibile attraverso l’osservazione e la classificazione di alcune sostanze e delle loro proprietà. Ciò è ben diverso dal mostrare il fenomeno e fornirne una definizione puramente linguistica.

L’evaporazione

            Classe IV

1.      Descrizione del riscaldamento dell’acqua.

2.      Definizione del fenomeno dell’ebollizione dell’acqua.

3.      Che cos’è il “fumo”.

4.      Ebollizione e condensazione.

5.      Che cosa sono le bolle che si formano durante il riscaldamento dell’acqua.

6.      L’acqua bolle a una temperatura determinata.

7.      L’evaporazione dell’acqua.

Se, prima di questo, si sviluppa un percorso sulle soluzioni si può mostrare come sia possibile riottenete le sostanze sciolte in acqua, ad esempio sale, facendo evaporare o bollire l’acqua. Adesso è necessario sviluppare un percorso specifico per iniziare una prima concettualizzare dei fenomeni termici. Anche in questo caso si deve fornire una definizione operativa dell’ebollizione attraverso l’attenta osservazione e la descrizione delle varie fasi del riscaldamento dell’acqua. L’introduzione del processo inverso dell’ebollizione, la condensazione, permette di mettere in evidenza i due fenomeni, fra loro reversibili, del riscaldamento e del raffreddamento. Anche se in modo descrittivo, si pongono le basi per una prima analisi sulla “struttura della materia” intrecciandola con i fenomeni termici. Il termine calore fa sicuramente parte del linguaggio comune ed è quindi importante che si ponga l’accento sul “trasferimento di calore”. Il termometro è uno strumento conosciuto dai bambini, e può essere utilizzato senza darne una giustificazione nello studio dell’ebollizione dell’acqua. Oltre a osservare con attenzione il funzionamento dello strumento, si possono ricavare i dati per costruire un grafico della temperatura dell’acqua in funzione del tempo, ma soprattutto si può proporre la situazione problematica dell’ebollizione dell’acqua, permettendo agli studenti di scoprire la costanza della temperatura. Si può infine indagare l’evaporazione dell’acqua contenuta in recipienti mantenuti a temperatura ambiente e confrontare la diversa velocità di evaporazione rispetto a contenitori posti presso sorgenti cosiddette di calore.

La fusione

                Classe V

1.      La fusione del ghiaccio.

2.      La solidificazione dell’acqua.

3.      La fusione e la solidificazione di altre sostanze: burro, cera, stagno, paraffina.

4.      Variazione del volume durante il riscaldamento o la fusione.

Lo studio dei cambiamenti di stato è introdotto con il percorso sull’evaporazione, ma è opportuno che queste tematiche siano riprese e approfondite per puntualizzare ulteriormente le differenze fra la temperatura e il calore. Lo studio di materiali diversi nei passaggi di stato mette in evidenza l’importanza di fornire o togliere calore, grandezza di interazione, rispetto alla temperatura del corpo, grandezza di stato. Lo scambio di calore avviene fra sistemi a temperatura diversa, da quello a temperatura maggiore verso quello a temperatura minore. Le misure effettuate sul ghiaccio, mettono in evidenza che la sua temperatura può essere inferiore a 0°C.

            Il riscaldamento o la fusione di una sostanza provocano una variazione di volume, al contrario di ciò che accade per il peso. L’acqua mostra un comportamento anomalo rispetto ad altre sostanze: il volume del ghiaccio è maggiore del volume dell’acqua.

I fenomeni termici

            -Classe VII

            Dopo il lavoro svolto nelle classi precedenti, è necessario tirare le fila per riflettere nuovamente sui fenomeni studiati e inquadrarli all’interno di una visione semplice ma coerente che si basi sui due concetti di temperatura e calore.

            Essere a conoscenza della variazione di volume con la temperatura, permette di riflettere su come sia possibile realizzare un termometro. Si pone la necessità di determinare due punti fissi per la taratura del termometro.

            Lo studio dei fenomeni termici non è banale in quanto sono presenti fenomeni di disturbo – sensazioni corporee, dispersioni di calore – che contribuiscono a creare confusione. E’ quindi importante concentrare l’attenzione sulla necessità di distinguere i due concetti di temperatura e calore.

            La temperatura è una grandezza di stato perché con il suo valore caratterizza lo stato di un corpo.

La temperatura è una grandezza intensiva: due quantità uguali d’acqua a temperature diverse, mescolate assieme, si portano a una temperatura intermedia; due quantità uguali d’acqua a temperature uguali, mescolate mantengono la stessa temperatura.

In gioco entra anche la temperatura ambiente. Si possono allora eseguire esperienze che mostrano come la temperatura di un oggetto, per facilità dell’acqua contenuta in un contenitore, aumenti o diminuisca se questo è posto in una stanza a temperatura più alta o più bassa. Si può formulare l’ipotesi che anche la temperatura della stanza vari quando si introducono oggetti a temperatura diversa.

Queste semplici prove mostrano che si raggiunge, in un tempo più o meno lungo, una situazione d’equilibrio tale che le due temperature sono uguali.

Alcuni contenitori o materiali facilitano il mantenimento della temperatura del sistema, isolandolo termicamente rispetto ad altri. Si riduce così l’interazione fra i sistemi. Alcuni materiali conducono il calore meglio di altri; alcuni materiali sono in grado di portarsi all’equilibrio termico più velocemente di altri. Si puntualizzano i concetti di interazione e di equilibrio. Un contenitore contenente acqua posto in una stanza, ma isolato con una coperta di lana, si porta all’equilibrio termico con l’ambiente in un tempo maggiore. Nelle giornate fredde si ha quindi una maggiore perdita di calore attraverso i muri delle case. Il calore è una grandezza estensiva: le “perdite” si sommano con altre perdite e viceversa. Si possono spiegare i fenomeni termici ipotizzando un flusso di calore da un corpo a temperatura maggiore verso uno a temperatura inferiore. Un pezzetto di ghiaccio può allora essere considerato una sorgente di calore?

II  Classe I della scuola secondaria

Si tratta di riprendere il lavoro fin qui fatto per puntualizzare, anche a livello terminologico, le differenze fra calore e temperatura. Calore e temperatura sono grandezze diverse: estensiva e d’interazione la prima, intensiva e di stato la seconda. Nei passaggi di stato si vede che, pur fornendo calore, non si ha variazione di temperatura.

Anche il concetto di equilibrio termico, di per sé problematico, deve essere nuovamente affrontato. Se le prove precedenti hanno mostrato che i corpi tendono a portarsi all’equilibrio termico, allora perché alcuni corpi presenti in una stanza sembrano più caldi di altri? Entrano in gioco anche le sensazioni corporee. I corpi che sembrano più freddi sono quelli che conducono meglio il calore. Il corpo umano ha una temperatura definita. Il termometro usato per misurare la febbre fornisce la stessa temperatura degli altri termometri. Nel contatto fra il corpo dello sperimentatore e l’oggetto a temperatura inferiore si ha un passaggio di calore maggiore o minore secondo il materiale che forma l’oggetto. Le sensazioni sono quindi guidate dalla temperatura degli oggetti, ma anche dalla loro capacità di condurre il calore.

Il maglione di lana fornisce calore, cioè è una sorgente di calore, o isola il corpo della persona riducendo l’interazione con l’esterno?

In termini di temperatura e calore cosa si vuole dire affermando che un corpo è caldo o freddo?

Bibliografia

E. Borchi, R. Macii – Termometri e termoscopi – Pubblicazioni dell’Osservatorio Ximeniano di Firenze, 1997

J. H. Heilbron – Alle origini della fisica moderna – Il Mulino, 1984.

E. Bellone – Caos e armonia – UTET, 1990.

E. Albert – Development of the Concept of Heat in Children – Science Education, 1978.

G. Cavallini – La formazione dei concetti scientifici – La Nuova Italia, 1995.

A.     B. Arons – Guida all’insegnamento della fisica – Zanichelli, 1992.

M. Vicentini, M. Mayer (a cura di) – Didattica della fisica – La Nuova Italia, 1996.

C. Fiorentini – La prima chimica – Franco Angeli, 1990.

N. Grimellini Tomasini, G. Segré (a cura di) – Conoscenze scientifiche: le rappresentazioni mentali degli studenti – La Nuova Italia, 1991.

[1] La proposta sui fenomeni termici qui presentata è stato sviluppato dal gruppo di docenti che si occupa di scienze all’interno del CIDI di Firenze.

Un coniglio a scuola

Un’esperienza di osservazione scientifica nella Scuola dell’Infanzia.

Nella messa a punto di questo percorso didattico ci siamo mosse nell’ottica dell’educazione cognitiva integrata, consapevoli come siamo che un’azione educativa finalizzata ad un reale sviluppo di abilità e al potenziamento delle conoscenze può avere origine solo dall’integrazione di molteplici fattori. Tutto ciò in una visione che non tende a negare la specificità degli ambiti disciplinari quanto piuttosto a riconoscerne e valorizzarne i rapporti dinamici interni e generali. All’interno di questo contesto le insegnanti delle due sezioni hanno concordato di privilegiare in questo anno scolastico l’ambito linguistico in considerazione dell’importanza che la lingua svolge nella vita di relazione ma anche e soprattutto nella sua funzione regolativa collegata al ragionamento logico. Il linguaggio infatti non costituisce soltanto lo strumento attraverso il quale si comunicano pensieri, emozioni, idee; esso è anche il mezzo attraverso il quale l’intelligenza elabora i propri schemi logici e opera direttamente sulla realtà. Quando un bambino racconta un’esperienza persegue obiettivi cognitivi complessi: traduce il vissuto in parole, analizza più o meno consapevolmente quando e come è avvenuto, sintetizza per dare forma al suo discorso. In tutto questo però è condizionato dal suo sapere in fatto di parole e di strutture linguistiche (sintattiche e semantiche). Per questo motivo verranno proposti interventi volti al potenziamento della capacità di produzione delle espressioni linguistiche verbali in relazione sia alla costruzione della frase che all’allargamento del patrimonio lessicale. L’altra area di apprendimento che abbiamo inteso approfondire è quella dell’educazione scientifica rivolta soprattutto al potenziamento e allo sviluppo della capacità di osservazione, discriminazione e descrizione di aspetti della realtà. Il nostro interesse, in questo contesto è stato rivolto alla formazione nei bambini di un atteggiamento scientifico che li conducesse, attraverso un passaggio graduale di formalizzazione e astrazione di elementi comprensibili e dominabili, dalla percezione al concetto.

I nostri tempi, i nostri spazi.

La Scuola Materna di Ulignano è costituita da due sezioni composte ,ciascuna, da bambini di età eterogenea. La struttura dell’edificio scolastico (che ospita anche la Scuola Elementare) è suddivisa nei seguenti spazi: due aule utilizzate per le attività di sezione; un atrio utilizzato per la mensa; una biblioteca e una palestra in comune con la Scuola Elementare; un cortile interno piastrellato e un ampio spazio esterno recintato.

Poiché riteniamo che l’ambiente in cui vengono i bambini ogni giorno sia fondamentale per favorire il loro accoglimento e per suscitare interessi e stimoli diversi, pensiamo sia importante inserire nella programmazione la progettazione di un contesto motivante alla comunicazione e all’azione. I bambini dai tre ai sei anni infatti hanno la necessità di trovare nell’ambiente della scuola motivi di attività, esperienza, gioco, lavoro; un luogo per esercitare la loro progressiva autonomia, operando con le cose per costruire le proprie competenze. Inoltre la possibilità di utilizzare l’ambiente, di partecipare alla sua gestione nei diversi momenti della giornata, dà ad ogni bambino fiducia in se stesso, sicurezza, autonomia, senso di responsabilità. Poiché le nostre sezioni sono eterogenee per età, abbiamo avuto la necessità di organizzare lo spazio a nostra disposizione creando zone attrezzate per funzioni diverse. La caratteristica comune a tutti questi angoli è comunque quella della flessibilità, per permettere ai bambini e alle insegnanti di intervenire con modifiche e cambiamenti. Ogni spazio deve inoltre permettere l’esperienza individuale con una buona possibilità di concentrazione, l’attività di piccolo gruppo, l’isolamento e/o l’apertura agli altri spazi.

Per ciò che attiene all’organizzazione della giornata scolastica questa segue gli stessi criteri di flessibilità che ci hanno guidato nella sistemazione degli spazi. Alterneremo attività libere ad attività organizzate guidate dall’insegnante, cercando di rispettare quanto più possibile i ritmi di apprendimento e gli interessi personali di ciascuno.

L’interesse

Pensiamo che sia un punto irrinunciabile l’individuazione di una motivazione forte nei bambini alle attività proposte. Questo non solo e non tanto per seguire gli interessi espressi da ciascuno con il rischio di cadere nello spontaneismo e nell’approssimazione, quanto piuttosto perché venga attribuito a ciò che si fa un valore che vada al di là della conoscenza fine a se stessa e che renda gli alunni consapevoli costruttori dei loro apprendimenti. L’interesse deve cioè essere canalizzato verso forme di sostanziale progresso della personalità. Ma l’interesse va educato e coltivato: non ci sono oggetti e questioni interessanti, ma modi interessanti di presentare oggetti e questioni. Allo stesso modo non ci sono cose che è utile o bello o interessante (a priori) imparare ma si cerca di imparare quelle cose (e non altre, e non tutte) perché ci sembrano utili, belle, interessanti.

Crediamo inoltre che sia opportuno (in considerazione dell’età dei bambini con i quali ci troviamo ad interagire) partire dall’osservazione dicose vicine, quanto più familiari e concrete sia per rivalutare ciò che spesso viene dato per scontato e del quale si sottovalutano attrattive e potenzialità, sia perché solo partendo da ciò che ci appartiene o che conosciamo meglio possiamo spingerci verso apprendimenti nuovi. In questo senso le cose che andiamo analizzando ci forniscono un punto di riferimento stabile dal quale muoversi verso conoscenze più vaste e al quale ritornare arricchiti da nuove esperienze. Le cosecostituiscono così una fonte di sicurezza da cui deriva la voglia e la forza di affrontare ciò che non conosciamo.

Infine abbiamo intenzione di programmare percorsi didattici in cui le cose osservate, i materiali a disposizione e la creatività mettano i bambini nelle condizioni migliori per comunicare le proprie esperienze e conoscenze, per esprimere le proprie aspettative ed emozioni. I diversi contenuti (anche in considerazione delle caratteristiche psicologiche dell’età: finalismo, animismo ) verranno a strutturarsi anche come luoghi dell’immaginazione, dove fantasia e creatività si mischiano per trasformare fenomeni usuali in esperienze ricche di attrattiva.

I contenuti

Il lavoro che presentiamo ha come contenuto principale il mondo degli animali. Abbiamo scelto questo argomento in quanto ci è sembrato che potesse suscitare interesse e curiosità nei bambini di tutte le età. Inoltre l’ambiente in cui operiamo (Ulignano è una piccola frazione nel comune di San Gimignano) ci offre molteplici opportunità di condurre esperienze dirette sulla realtà del mondo animale. Abbiamo utilizzato queste esperienze su contenuti noti per sistematizzare e riorganizzare conoscenze spesso acquisite e interiorizzate in modo casuale, caotico e confuso. Da questo punto di partenza abbiamo allargato il discorso fino ad esaminare realtà che sono meno familiari al bambino, ricercando ed esplorando gli aspetti meno noti per una conoscenza sempre più ricca, vasta ed approfondita del mondo animale: osservare gli animali, riconoscerne le caratteristiche distintive, le azioni che li contraddistinguono, il loro ambiente di vita, il loro modo di inserirsi e di far parte del mondo del bambino..

Tutto ciò ci ha fornito la possibilità di lavorare in modo privilegiato su due campi di esperienza: ‘Le cose, il tempo, la natura’, e ‘I discorsi e le parole’.

Le competenze

Capacità di osservare: cogliere e organizzare informazioni ricavate dall’ambiente;

Superamento delle resistenze all’utilizzo di materiali e/o alla manipolazione di oggetti, alla partecipazione ad esperienze;

Capacità di manipolare: ricercare ed individuare materiali e strumenti necessari per realizzare esperienze; comprendere le modalità attraverso le quali è possibile entrare in contatto con oggetti, sostanze, esseri viventi, senza che questo rappresenti un pericolo per noi o per le ‘cose’ osservate.

Capacità di mettere in relazione, di ordinare e fare corrispondenze: nella conduzione di un’esperienza individuare le relazioni, i nessi logici, le tappe evolutive,

Potenziamento e sviluppo del patrimonio lessicale allargandolo con la padronanza di aree settoriali di vocabolario;

Capacità di spiegare gli eventi e di argomentare in modo logico;

·           Capacità di strutturare frasi in relazione alle seperienze vissute;

·           Avvio alla capacità di produzione elettura di frasi attraverso l’utilizzo di rappresentazioni simboliche.

Il percorso

1.Contatto diretto con l’animale: l’animale è stato portato e tenuto in sezione quanto più possibile vicino ai bambini. Il percorso inizia con l’ingresso in sezione dell’animale che resterà a scuola per un tempo sufficiente a far sì che tutti possano avere la possibilità (e/o sviluppare la capacità) di osservarlo in situazioni non formalizzate (non meno di due settimane). I bambini sono invitati (ma non ce ne sarà bisogno) ad occuparsi direttamente delle cure giornaliere necessarie alla vita dell’animale: cambiare l’acqua o la lettiera, dar da mangiare e da bere, verificare lo stato di pulizia degli ambienti , ecc…In questo modo, anche i più restii ad entrare in contatto diretto con l’animale sono stati stimolati dal comportamento più disinvolto degli altri e potranno superare timori e insicurezze. Inoltre, nello svolgimento di queste azioni quotidiane, hanno avuto la possibilità di osservare da vicino e attraverso una modalità fortemente motivante aspetti che altrimenti potrebbero passare inosservati;

2. Osservazione dell’animale: superato il primo momento in cui l’animale è oggetto di un forte investimento emotivo, si passa all’osservazione delle caratteristiche distintive.

3.Le caratteristiche vengono elaborate graficamente in schede individuali predisposte;

4.Le caratteristiche emerse vengono sistemate in un cartellone elaborato collettivamente.Durante le discussioni di gruppo riprenderemo gli elaborati individuali alla ricerca del maggior numero di tratti capaci di definire l’oggetto della nostra osservazione. In questo contesto cercheremo di approfondire due aspetti: uno linguistico volto a sviluppare nei bambini la capacità di definire aspetti della realtà utilizzando termini quanto più possibile appropriati (ha i peli —->  è peloso); uno grafico volto a sviluppare nei bambini la capacità di costruire e utilizzare simboli nelle loro rappresentazioni grafiche;

5. Lo stesso procedimento (elaborazione individuale e rielaborazione collettiva) viene seguito anche nell’individuazione delle azioni compiute dall’animale e dei suoi ambienti di vita;

6.Ad ogni funzione linguistica viene associata una forma (soggetto-cerchio, attributo-ovale, predicato verbale-quadrato, complemento di stato in luogo-triangolo) già nella realizzazione delle schede e dei cartelloni. Successivamente vengono costruiti dei cartellini adesivi ciascuno dei quali riporta in maniera simbolica una delle caratteristiche evidenziate. Sistemando tali cartellini su un cartellone appositamente preparato è possibile costruire e ‘leggere’ le frasi relative agli animali. Dopo una prova collettiva guidati dalle insegnanti, i bambini sono stati invitati ad utilizzare i cartellini nel gioco libero. Solo dopo che si essersi esercitati liberamente si è proceduto alla realizzazione di schede in cui è stato loro richiesto di costruire frasi nuove o di ‘leggere’ frasi preparate;

7.Quando saranno stati esaminati alcuni animali procederemo a raffronti per individuare somiglianze/differenze tra attività, attributi, ambienti. A questo punto sono state proposte schede per il riconoscimento di frasi vere/false.

Le verifiche sono state effettuate attraverso conversazioni guidate e registrate, l’osservazione sistematica delle modifiche comportamentali/di atteggiamento iniziali/finali rispetto a materiali e strumenti, rappresentazioni grafiche.

Durante le attività che richiedono un’elaborazione grafica individuale i bambini sono stati divisi in gruppi omogenei per età.

Paola Conti

L’articolo è pubblicato sulla rivista SCUOLINFANZIA n.7  Ottobre 1999

Un pensiero che parla, agisce e rappresenta

Da un po’ di tempo a questa parte si assiste alla presentazione su riviste del settore, di molteplici esperienze ‘scientifiche’ realizzate nella Scuola dell’Infanzia. Tutto ciò testimonia un rinnovato interesse verso attività volte a sviluppare concetti e abilità di tipo scientifico già a partire dai primi anni di scuola del bambino. Sappiano che anche i bambini molto piccoli manifestano e sviluppano comportamenti finalizzati all’esplorazione della realtà che li circonda. Una loro caratteristica è proprio la curiosità volta alla conoscenza, la capacità e la voglia di sperimentare il mondo, di giocare e mettersi in gioco utilizzando l’ambiente. L’intervento educativo può quindi sfruttare questa esigenza spontanea per arricchire le potenzialità presenti, per introdurre elementi di maggiore consapevolezza insieme a nuovi strumenti metodologici e conoscitivi: facendo leva su una motivazione forte e non indotta ma naturalmente presente, si possono introdurre elementi di riflessione per scoprire le componenti ‘scientifiche’ della realtà, le sue costanti, le sue variabili.

Tuttavia, alla quantità di esperienze presentate non corrisponde, a mio parere, una pari attenzione alla qualità delle stesse. Parlo dell’attenzione che dovrebbe essere prestata nella scelta delle finalità da perseguire e dei contenuti oggetto delle attività che si vanno programmando. Spesso infatti nell’elencazione degli obiettivi all’interno delle programmazioni dell’area scientifica, insieme a voci quali capacità di riconoscere qualità formali, di stabilire confronti, di cogliere cambiamenti di stato, ne compaiono altre del tipo capacità di usare funzionalmente le varie parti del corpo da sole e in relazione tra loro (motricità fine, prensione, pressione, coordinazione oculo-manuale), creare forme e oggetti con gli impasti ottenuti, giocare con materiali e cose nuove. Non che questi ultimi non siano obiettivi legittimamente perseguibili; il problema riguarda semmai la loro collocazione all’interno dell’area che stiamo esaminando. Per i contenuti la questione è ancor più complessa. Se infatti nella scelta degli obiettivi possiamo rifarci al testo degli Orientamenti (all’interno del campo di esperienza ‘Le cose, il tempo, la natura’ ne viene riportato un elenco molto dettagliato), per ciò che attiene ai concetti più adatti ad essere sviluppati nel periodo che va di tre ai sei anni, non vengono fornite indicazioni tranne un brevissimo accenno ai materiali che possono essere usati (acqua, sassi, sabbia, ecc…). Da questa assenza di proposte relativa ai contenuti, ma non solo da questo, è derivata la confusione esistente in materia: i bambini vengono coinvolti spesso in attività inadatte al loro livello cognitivo. Si pensa che un’attività sia fortemente coinvolgente sul piano ludico, affettivo, emozionale, perché sia anche produttiva dal punto di vista degli apprendimenti e così vengono proposte attività di galleggiamento dei materiali che richiedono la padronanza di nozioni come la conservazione della quantità, di peso, volume, attività di cucina che richiederebbero la conoscenza di complesse reazioni chimiche, il ciclo dell’acqua con tanto di evaporazione e condensazione.

La costruzione di un percorso per l’educazione scientifica, come per gli altri ambiti disciplinari, comporta un’accurata e consapevole selezione di fini, metodologie, attività, concetti, condotta con rigore attingendo ai risultati prodotti dalle ricerche in campo pedagogico e psicologico. Non si può infatti prescindere da una valutazione delle fasi evolutive degli alunni e dei concetti, degli approcci didattici più funzionali all’attività che andiamo proponendo, dello stile di apprendimento proprio di ciascun individuo, ma anche caratteristico dell’età che prendiamo in considerazione. Cerchiamo quindi di esaminare gli aspetti salienti di questa costruzione senza pensare di esaurirli, ma nel tentativo di stimolare una riflessione che possa condurre ad uno sviluppo più organico dell’area scientifica nella Scuola dell’Infanzia, anche in vista della riforma dei cicli e di una realizzazione concreta della verticalizzazione dei curricoli di cui tanto si parla in questo periodo.

Fare scienze, perché?

Innanzi tutto cerchiamo di motivare la scelta di questa area di apprendimento. L’educazione scientifica  fornisce l’occasione per dare espressione alle più autentiche esigenze dei bambini nell’ambito della conquista dell’autonomia, della costruzione e dell’esplorazione del reale, esigenze spesso disconosciute da una cultura dell’immagine caratterizzata da un grado di formalizzazione e astrazione a cui bambini così piccoli non sono in grado di accedere se non facendo ricorso al fantastico (traducendo cioè quello che non riescono a comprendere in strutture per loro più familiari, ma improduttive, se non dannose, dal punto di vista cognitivo). L’ambiente in cui i bambini sono immersi oggi è ricchissimo di stimoli e informazioni: costringe quasi a conoscere, pensare, immaginare, ma su livelli che comportano uno sforzo cognitivo, una concentrazione e riflessione ridotti al minimo. In questo contesto il metodo scientifico funge da antidoto nei confronti di atteggiamenti superficiali e dispersivi permettendo la costruzione di schemi interpretativi (operativi e formali) e affinando le competenze dei bambini in modo da renderle sempre più adatte per un raccordo degli schemi stessi con il mondo di oggetti e di fatti che li circonda. Tutto ciò stimola e favorisce il processo di concettualizzazione che rappresenta la modalità attraverso la quale le interazioni del soggetto con la realtà diventano sempre più significative. Tali interazioni infatti producono concreti  contenuti di conoscenza che avranno positivi effetti sugli apprendimenti futuri. Ma un reale apprendimento, per essere tale, deve risultare significativo, ovvero deve incidere su ciò che già si sa e sul modo in cui verrà appreso quanto risulta ancora ignoto. Questa dovrebbe rappresentare la discriminante qualitativa tra l’apprendimento spontaneo, quello che avviene per immersione in un ambiente permeato di informazioni e di soggetti ansiosi di trasmetterle, e l’apprendimento che si ottiene a scuola, un processo attivo di costruzione delle conoscenze che è il risultato dell’azione del soggetto sulle cose e sui propri schemi mentali. L’educazione scientifica nella Scuola Primaria ‘dovrebbe essere finalizzata essenzialmente a una tempestiva sensibilizzazione, ad un atteggiamento di confidenza e riflessione critica nei confronti degli aspetti più propriamente scientifici del mondo (e del linguaggio) in cui sono immersi gli allievi di oggi, e a contribuire all’acquisizione di quella dimensione pervasiva della personalità che può essere indicata come atteggiamento scientifico e metodo scientifico, di fronte ai problemi più urgenti della vita quotidiana.’ (Pontecorvo-Guidoni, 1979).

Un criterio per discriminare

Abbiamo già sottolineato come gli Orientamenti forniscano una dettagliata lista di abilità da sviluppare: esplorazione, osservazione, elaborazione, formulazione e verifica di ipotesi, descrizione e argomentazione, ecc.. Pertanto non ci dilungheremo su questo aspetto ma passeremo all’approfondimento del tema dei contenuti da proporre. ?Dalle ricerche pedagogiche e dalla riflessione epistemologica emerge come si verifichi un’effettiva comprensione e interiorizzazione dei concetti solo a seguito di una personale attività conoscitiva. Questa può essere proficuamente stimolata se l’individuo è posto nella condizione di riflettere su contesti problematici, che si scontrano con le apparenze scontate dell’esperienza quotidiana. La maggior parte dei concetti scientifici entra in relazioni molto più complesse, se non contraddittorie, con quelle esperite ed elaborate dal senso comune. ‘Vi è, cioè, discontinuità totale tra esperienza quotidiana, senso comune, da una parte, e la maggior parte dei concetti fondamentali della scienza, dall’altra’ 8Fiorentini, 1994). Proporre contenuti individuati tramite questa discriminante, induce gli alunni alla riflessione critica circa le proprie convinzioni, li rende pronti alla sperimentazione ed alla verifica e meno disponibili all’accettazione passiva di ciò che viene loro prospettato.’ (Conti, 1997). Ma i problemi che vengono presentati devono essere comunque concettualmente dominabili dai bambini perché altrimenti si corre il rischio che anche un’attività importante come la formulazione di ipotesi si trasformi in un esercizio di preveggenza. Riteniamo fondamentale invece che le esperienze proposte e realizzate a scuola facciano incontrare il bambino con le cose (nell’accezione più vasta che può essere attribuita al termine: oggetti, esseri viventi, ambienti, relazioni, immagini, ecc…) in modo per lui significativo sotto ogni aspetto. Tale modalità esperenziale si realizza se le cose sono pienamente vissute, rielaborate, fatte proprie. Prima di un approccio razionale, oggettivo, che ordini, misuri, confronti, classifichi, ci dovrà quindi essere l’esperienza concreta e quanto più possibile completa con la cosa che andiamo ad esplorare. In questo senso la costruzione di un forte legame emotivo con l’oggetto dell’indagine non pregiudica ma anzi costituisce, in questa fase evolutiva, il punto di partenza essenziale per la formazione di una conoscenza più puntuale e affidabile della realtà. Infatti se da un lato è utile contestualizzare e problematizzare i contenuti da trasmettere, così è altrettanto necessario fornire agli alunni, attraverso esperienze dirette un ancoraggio referenziale che offra loro la possibilità di agire sulle cose, di provare e verificare ipotesi, di avere una base concreta da cui muovere verso l’astrazione e la simbolizzazione. Introdurre un oggetto in classe significa fornire un referente in modo che a garantire l’attendibilità delle conoscenze non sia più soltanto l’autorità del maestro o del libro, con tutto ciò che questo implica a livello di autonomia, senso critico, creatività. ‘Un tempo molto più lungo di quello comunemente consentito dovrebbe essere dedicato a un lavoro esplorativo libero e non guidato (fase del Pasticciamento)’ (Walkins, 1986). Dunque, la fase osservativo-sperimentale ha un ruolo fondamentale, anche se, proprio per le caratteristiche degli alunni della fascia di età considerata (3-6 anni), per le loro capacità di attenzione e per i limiti nel mantenere la motivazione, le esperienze proposte dovrebbero essere semplici e i bambini dovrebbero avere la possibilità di entrarvi in contatto ripetutamente nel tempo. Questo perché spesso le cose osservate, manipolate, sperimentate in scienze (si pensi all’acqua, al fuoco, agli animali, ecc…) sono portatrici di una forte carica emotivo-affettiva e coinvolgono aspetti quali della personalità la sicurezza di sé, la capacità di affrontare situazioni nuove o impreviste senza inibizioni o resistenze, la voglia accompagnata alla paura di esporsi nell’esprimere pareri o nel formulare affermazioni basate su fatti caratterizzati più dalla possibilità che dalla certezza. Proprio per questo è importante che i bambini possano, almeno in questa prima fase e per quegli oggetti/fenomeni che sono in grado di gestire autonomamente, lavorare da soli o in gruppi formati spontaneamente, che possano osservare (anche senza saperlo), che possano manipolare, lasciare l’oggetto per andare a giocare e poi riprenderlo, osservare gli altri e il loro modo di rapportarsi a questa cosa ecc… Solo successivamente, quando ormai la carica emozionale provocata da qualunque cosa nuova si sarà ridotta e sarà stata messa sotto controllo in modo da non essere più di intralcio ma da fungere soltanto da stimolo per l’interesse che provoca, sarà possibile procedere ad un lavoro più sistematico guidato dall’insegnante. Riteniamo infine che sia opportuno partire dall’osservazione di cose vicine, quanto più familiari e concrete sia per rivalutare ciò che spesso viene dato per scontato e del quale si sottovalutano attrattive e potenzialità, sia perché ciò facilita l’apprendimento permettendo il trasferimento delle abilità acquistate all’interno di contesti conosciuti a cose nuove e più lontane.

Quali contenuti?

L’ambiente nel quale la scuola si trova ad agire, il contesto familiare di ciascun bambino, la scuola stessa, possono fornire una miriade di opportunità da utilizzare in questo settore. Riporto di seguito  in maniera molto sintetica tre contributi più per esemplificare ciò che sono andata esponendo finora che per fornire modelli o ricette; in questo settore, come negli altri ambiti disciplinari ciascun team docente può e deve cimentarsi nella scelta ragionata dei contenuti più funzionali all’ambiente nel quale si configura l’azione educativa.

·            Osservazione di piccoli animali (pesci rossi, conigli, pappagalli, ecc…)

Il percorso inizia con l’ingresso in sezione dell’animale che resterà a scuola per un tempo sufficiente a far sì che tutti possano avere la possibilità (e/o di sviluppare la capacità) di osservarlo in situazioni non formalizzate (non meno di due settimane). I bambini saranno invitati (ma non ce ne sarà bisogno) ad occuparsi direttamente delle cure  giornaliere necessarie alla vita dell’animale: cambiare l’acqua o la lettiera, dar da mangiare e da bere, verificare lo stato di pulizia degli ambienti, ecc… In questo modo, anche i più restii ad entrare in contatto diretto con l’animale saranno stimolati dal comportamento più disinvolto degli altri e potranno superare timori e insicurezze. Inoltre, nello svolgimento di queste azioni quotidiane, avranno la possibilità di osservare da vicino e attraverso una modalità fortemente motivante aspetti che altrimenti potrebbero passare inosservati. Dopo che l’animale è diventato un ‘oggetto’ familiare che fa parte a tutti gli effetti della vita della sezione (talvolta contribuendo a modificarne l’organizzazione degli spazi e dei tempi) si può passare alla fase dell’osservazione  mirata al riconoscimento delle caratteristiche distintive. In questo senso è importante che i bambini siano guidati a focalizzare l’attenzione sugli aspetti percettivi (colore, forma, presenza di elementi strutturali quali pinne, becco, coda, ecc…), sulle azioni compiute (nuota, mangia, graffia, ecc…) e sugli ambienti di vita intesi come elementi necessari alla loro sopravvivenza.

·        Osservazione di ambienti: il bosco.

L’osservazione di un ambiente è un’attività complessa che richiede una preventiva selezione degli elementi che più interessano per non correre il rischio di procedere in maniera generica e superficiale. Il bosco deve essere ‘vissuto’ dai bambini pienamente. Non bastano una o due ‘visite’ magari all’inizio e alla fine dell’attività. C’è bisogno di un contatto continuo realizzato in situazioni ambientali diversificate: nelle diverse stagioni, nelle diverse condizioni climatiche Nebbia, nuvoloso, sereno, pioggia, ecc…). Altrimenti si corre il rischio di stimolare o confermare stereotipi mentali e rappresentativi che poco hanno a che vedere con l’osservazione scientifica e dei quali l’azione educativa ha il compito di combattere l’insorgenza. Una volta che i bambini sono entrati in contatto con questo ‘mondo’ è bene selezionare un aspetto che sarà oggetto di osservazione privilegiata. Penso per esempio all’adozione da parte di ciascun bambino di un albero del quale seguirà l’evoluzione e la crescita durante tutto l’anno scolastico. In questo modo ciascuno avrà comunque un riferimento preciso ma allo stesso tempo non sarà persa l’idea del bosco come comunità di esseri viventi. Ovviamente la stessa cosa può essere fatta per gli arbusti del sottobosco o per gli animali (grandi o piccoli) che lo popolano. I bambini raccoglieranno materiale che verrà osservato e rielaborato in sezione al fine di sistematizzare le conoscenze acquisite all’esterno.

·        Osservazione di materiali: la terra.

L’esperienza inizia con la raccolta e l’osservazione della terra (può trattarsi benissimo della terra del giardino con la quale i bambini sono soliti giocare). Successivamente si può richiedere ai bambini stessi di portare a scuola campioni di terra del proprio giardino, orto, del terriccio usato per le piante del terrazzo, ecc… Dall’osservazione e manipolazione di questo materiale emergeranno somiglianze e differenze che andranno a caratterizzare i vari tipi di terreno (tufo, terra rossa, humus, ecc…). Inizia così un percorso di differenziazione progressiva durante il quale i bambini passano da una  percezione indistinta della terra come elemento ‘povero’ di caratteristiche ad una sempre maggiore caratterizzazione attraverso l’affinamento delle capacità di attenzione e percezione. Tale processo può essere favorito dalla messa a punto di attività quali il setacciare (si scopre così che la terra del giardino non è un materiale omogeneo, ma è costituito a sua volta da altri tipi di ‘terra’: sabbia, rena, pietre, ecc…), il mescolare all’acqua e lasciare asciugare, la semina della stessa pianta in terreni diversi per verificare la differenza di fertilità.

Verificare l’acquisizione dei concetti

Ma una volta proposta l’attività secondo i criteri sopra esposti, quale modalità ci permette di verificare l’acquisizione dei concetti? La risposta più immediata è sicuramente quella che attribuisce un ruolo privilegiato al linguaggio. ‘Usando la terminologia di Bruner, l’uomo conosce la realtà in tre modi:

–         per mezzo del sistema di rappresentazione attivo,

–         per mezzo del sistema rappresentativo iconico,

–         per mezzo del sistema rappresentativo simbolico.

(…) E’ soltanto il terzo sistema, quello del linguaggio, che permette di sviluppare consapevolezza, riflessione e razionalità. (…) Occorre fare esperimenti, osservare cose e fenomeni, ma ciò che è significativo non sono le esperienze e le osservazioni, ma la traduzione in linguaggio di ciò che si sperimenta e/o si osserva.’ (Fiorentini, 1998) Va sottolineato che parlando di linguaggio nella scuola si fa riferimento quasi esclusivo alla lingua orale o (più frequentemente) scritta. Ma nella Scuola Materna l’uso del linguaggio come strumento privilegiato per la verifica del processo di concettualizzazione pone alcuni problemi. Non si tratta di mettere in discussione il ruolo fondamentale che il linguaggio svolge per lo sviluppo cognitivo: gli studi di Piaget e Vygotskji hanno sottolineato, seppure con l’attribuzione di valenze diverse, il ruolo del linguaggio nella strutturazione del pensiero. ‘Nel momento in cui la capacità di comunicare verbalmente diviene patrimonio sociale, interagisce strettamente sulle strutture cognitive del parlante: attività conoscitiva e capacità linguistica, attivando le stesse operazioni mentali, concorrono al loro reciproco potenziamento’ (Guerriero, 1988). Si tratta semmai di rivedere alcune posizioni consolidate nella pratica didattica per prendere in considerazione e verificare la valenza educativa di ipotesi complementari o alternative. Personalmente ritengo infatti che la valutazione relativa al conseguimento di concetti e abilità di tipo scientifico non possa e non debba basarsi esclusivamente o anche solo in maniera privilegiata sulle produzioni orali dei bambini (nella Scuola dell’Infanzia i bambini non sono in grado di usare la lingua scritta). Questo perché nel periodo compreso fra i tre e i sei anni il linguaggio si va ancora strutturando dal punto di vista fonologico, sintattico, semantico: molti bambini presentano difficoltà nel riconoscere e pronunciare fonemi, nello strutturare correttamente anche frasi minime, nell’attribuire un significato condiviso a parole dai connotati fortemente individuali. ‘Il linguaggio dell’ambiente, coi suoi significati stabili, permanenti, indica la via che le generalizzazioni del bambino prenderanno. Ma, pur così coartato, il pensiero del bambino procede lungo questo cammino preordinato nel modo che è peculiare al suo grado di sviluppo intellettuale. L’adulto non può trasmettere al bambino il proprio modo di pensare. Egli gli fornisce semplicemente il significato già pronto di una parola, intorno a cui il bambino forma il complesso, con tutte le particolarità funzionali, strutturali e genetiche del modo di pensare per complessi, anche se il prodotto del suo pensiero è in effetti identico per il contenuto ad una generalizzazione che avrebbe potuto essere stata formata secondo un modo di pensare concettuale’ (Vygotskji, 1966). I bambini infatti conoscono ed usano, già all’ingresso della Scuola dell’Infanzia, un gran numero di parole, ma tale conoscenza è legata prevalentemente ad aspetti percettivi la cui rilevanza cambia a seconda dei contesti e delle situazioni in cui l’oggetto nominato viene esperito. La funzione di queste parole risulta essere quindi di natura principalmente indicativa; ‘compito della scuola è invece quello di trasformarle in concetti, concentrando l’attività sulla loro funzione di astrazione e di generalizzazione’ (Fiorentini, 1998). Se dunque non ci possiamo fidare delle parole dei bambini dobbiamo cercare metodi di indagine alternativi. Basarsi solo sul linguaggio orale significherebbe infatti valutare positivamente solo i risultati conseguiti da quegli alunni che per una maggiore maturità o per situazioni ambientali particolarmente stimolanti e vantaggiose riescono già a questa età a produrre verbalizzazioni significative anche dal punto di vista che a noi interessa. Ma in tutto questo l’intervento della scuola è praticamente inesistente.

Un’ipotesi che possiamo formulare è quella che si riallaccia al percorso indicato da Bruner nel processo di concettualizzazione. Personalmente ritengo che i sistemi di rappresentazione attivo, iconico e simbolico, non indichino solo le tappe evolutive di un processo, ma caratterizzino le modalità attraverso le quali ciascun individuo apprende anche oltre l’età tradizionalmente legata a ciascuna di queste fasi. Ognuno di noi rimane in qualche modo legato per tutta la vita in maniera privilegiata ad uno di questi sistemi di interpretazione della realtà anche se fattori ambientali, culturali, di maturazione ci permettono di utilizzarli tutti e tre in maniera complementare. Il linguaggio poi assume un ruolo di primo piano dal momento che le richieste sociali ci orientano in questa direzione: tuttavia per specifiche attività o in particolari momenti ognuno di noi ricorre molto più frequentemente di quanto possiamo credere agli altri due sistemi di rappresentazione. Se questo può valere per gli adulti, non è difficile immaginare quanto valga per individui così piccoli. Forse allora sarebbe il caso di utilizzare le produzioni dei bambini partendo dalla considerazione del fatto che il pensiero può manifestarsi attraverso le parole e le frasi, ma anche attraverso le azioni o le rappresentazioni grafiche. Il processo di astrazione è già molto complesso di per sé; se obblighiamo in qualche modo i nostri alunni a perseguirlo utilizzando come unico strumento il linguaggio (di per sé altrettanto complesso) non siamo in grado di potenziare, e forse in qualche caso siamo di ostacolo, al suo pieno sviluppo. Con uno slogan potremmo far riferimento ad un pensiero che parla, agisce e rappresenta. L’importante è che ciascuna di queste attività sia finalizzata alla concettualizzazione di ciò di cui si sta facendo esperienza. In questo senso credo sia importante rivalutare il ruolo cognitivo (espressione cioè di un processo di conoscenza) di attività di manipolazione, costruzione, rappresentazione grafica attraverso l’utilizzo di molteplici tecniche grafico-pittoriche per dar modo a ciascuno di utilizzare l’approccio che gli è più congeniale in quel momento o che egli utilizza con maggior  facilità. L’utilizzo di tali strategie non credo sia di ostacolo ad uno sviluppo delle capacità di astrazione e simbolizzazione, ma penso possa essere utile anche per avvicinarsi ad un utilizzo più consapevole e qualificato del linguaggio. Molto spesso infatti capita di osservare bambini bloccati di fronte a richieste di descrizione/racconto di oggetti/esperienze. Raramente succede invece che anche i più piccoli si rifiutino di parlare mentre stanno lavorando o di disegnare ciò che hanno visto se questo è abbastanza coinvolgente da interessarli. Si tratta a questo punto di verificare la validità dell’ipotesi con il lavoro in sezione.

                                                                                                  Paola Conti

Insegnante di Scuola dell’Infanzia

Membro del Gruppo di Ricerca e Sperimentazione didattica del CIDI di Firenze e Pistoia.

Riferimenti bibliografici

P. Conti, Lo sviluppo delle competenze scientifiche: effetti di un trattamento nelle classi terza e quarta elementare. Tesi non pubblicata, Facoltà di Magistero, Firenze, Corso di Laurea in Pedagogia, a.a. 1996/97.

C. Fiorentini, Riflessioni epistemologiche e psicopedagogiche e proposte sull’insegnamento scientifico, Tesi non pubblicata, Facoltà  di Magistero, Firenze, Corso di Laurea in Pedagogia, a.a. 1993/94.

C. Fiorentini, “Fare” scienze, in A. Sasso, S. Toselli, Il sapere della scuola. Proposte e contributi, Quaderno 1 CIDI, Loescher/Zanichelli, Torino, 1998.

A. R. Guerriero, L’educazione linguistica e i linguaggi delle scienze, La Nuova Italia, Firenze, 1987.

C. Pontecorvo, P. Guidoni, Scienza e scuola di base, Istituto Enciclopedia Italiana, Roma, 1979.

L. V. Vygotskji, Pensiero e linguaggio, Giunti Barbera, Firenze, 1966.

D. Walkins, Imparare a vedere, Loescher, Torino, 1986

Pubblicato su L’Educatore n.6 10 Novembre 1999

Un bosco a: La Valletta

Un’esperienza di osservazione e studio dell’ambiente nella Scuola dell’Infanzia.

Anche se il nome potrebbe far pensare ad una zona boschiva situata nei dintorni della capitale dell’isola di Malta, l’esperienza che verrà presentata di seguito si è svolta in un piccolo paese sul Monte Amiata (Saragiolo in provincia di Siena), in un’area ricca di abeti, castagni, larici, faggi…..

Nell’anno scolastico 1996 – 97 gli insegnanti dell’Istituto Comprensivo di Piancastagnaio sentirono l’esigenza di coinvolgere in un lavoro comune gli alunni dei tre ordini di scuola che lo componevano. Fu deciso di approfondire il tema dell’educazione ambientale. Così le insegnanti della Scuola dell’Infanzia di Saragiolo (Paola Conti e Raffaella Magnani) stilarono una loro programmazione sulla base della quale organizzare attività ed esperienze.

Il tema dell’ambiente fu analizzato da prospettive diverse:

a)      prospettiva ECOLOGICA: rispetto dell’ambiente naturale che ci circonda.

E’ importante che i bambini maturino una visione del mondo e della natura come realtà portatrice di valore a prescindere dagli usi che ne possono fare gli uomini e prendano coscienza della relazione che lega la loro vita a quella degli altri esseri viventi. Per raggiungere queste finalità è necessario costruire un forte legame affettivo con l’oggetto della nostra indagine senza che ciò pregiudichi la formazione di una conoscenza certa e affidabile della realtà. Per questo è fondamentale una forma di esperienza in cui il bambino incontri la natura in modo per lui significativo sotto ogni aspetto: emotivo – affettivo, percettivo, cognitivo, estetico. Tale modalità esperenziale si realizza se l’ambiente è pienamente vissuto, rielaborato, fatto proprio. Prima di un approccio razionale, oggettivo, che ordini, misuri, confronti, classifichi, ci dovrà quindi essere l’esperienza concreta e completa con l’ambiente che da esplorare.

b)      prospettiva EDUCATIVA: l’importanza educativa dell’ambiente è enorme perché esso contribuisce a strutturare la personalità dei soggetti che vi vivono.

Ognuno infatti porta in sé tracce dell’ambiente in cui è vissuto: sapere dove si è nati, dove si vive,  aiuta a proiettarci fuori, fornisce un punto di riferimento stabile dal quale muovere verso il mondo più vasto e al quale ritornare arricchiti da nuove esperienze. L’ambiente, in questa accezione, costituisce una fonte di sicurezza da cui deriva la forza e la voglia di affrontare ciò che non conosciamo.

c)      prospettiva DIDATTICA: l’incontro dei bambini dai tre ai sei anni con il mondo vivente rappresenta di per sé una ricca fonte di stimoli.

L’intenzione è quella di programmare un percorso didattico in cui la realtà e la fantasia, i materiali a disposizione e la creatività, mettano i bambini nelle condizioni migliori per comunicare le proprie esperienze e conoscenze, di esprimere le proprie aspettative ed emozioni. L’ambiente naturale sarà utilizzato (anche in considerazione delle caratteristiche psicologiche di questa età: animismo, finalismo, ecc…) come luogo dell’immaginazione, dove fantasia e creatività si mischiano per trasformare fenomeni e luoghi usuali, quotidiani, spesso dati per scontati, in esperienze ricche di attrattiva e di interesse.

OBIETTIVI

Obiettivo generale:

Acquisizione di atteggiamenti e competenze volti a stabilire relazioni positive e cognitivamente produttive con l’ambiente.

Obiettivi specifici:

·        Superamento delle resistenze e dei timori legati all’esplorazione di ambienti nuovi o conosciuti in modo superficiale;

·        Capacità di manipolare: ricercare ed individuare materiali e strumenti necessari per realizzare esperienze; comprendere le modalità attraverso le quali è possibile entrare in contatto con oggetti, sostanze, esseri viventi, senza che questo rappresenti un pericolo per noi o per le ‘cose’ osservate;

·        Capacità di osservare: cogliere e organizzare informazioni ricavate dall’ambiente;

·        Capacità di mettere in relazione, di ordinare e fare corrispondenze: individuare le relazioni, i nessi logici, le tappe evolutive che contraddistinguono un’esperienza;

·        Potenziamento e sviluppo del patrimonio lessicale allargandolo con la padronanza di aree settoriali di vocabolario;

·        Capacità di descrivere e illustrare (anche con l’aiuto di strumenti adatti) i risultati delle osservazioni effettuate.

PERCORSO METODOLOGICO

·        individuazione di un’area all’interno del nostro territorio, che per le sue caratteristiche ambientali, storiche, culturali, sia fonte di stimoli diversi e molteplici;

·        presa di contatto con il luogo attraverso modalità di approccio quanto più possibili libere, individuali e di gruppo;

·        raccolta delle prime considerazioni verbali dei bambini;

·        costruzione di un capanno – laboratorio all’interno dell’area (che va comunque lasciata integra). Questa fase è fondamentale in quanto ci permetterà di utilizzare l’ambiente prescelto (il bosco) a fini didattici senza stravolgerne l’equilibrio (ripuliture, sfoltimenti). Il capanno costituirà la base per escursioni, giochi collettivi, drammatizzazioni, ecc… Al suo interno sarà possibile collocare strumenti per la misurazione di fenomeni atmosferici e per la registrazione e riproduzione di suoni. Inoltre servirà per l’osservazione e la ripresa fotografica di animali, per svolgere attività di conservazione e lavorazione di prodotti del bosco (essiccazione, cottura, spremitura…).

·        Ricostruzione in sezione di un angolo – bosco;

·        Uscite con le guardie del Corpo Forestale dello Stato;

·        Adozione di un albero;

·        Rielaborazione del materiale e sistemazione progressiva del poster;

·        Uscite con lo scuolabus per esplorare luoghi “diversi” (Fosso bianco di Bagni San Filippo e Lago di Bolsena) per cogliere e individuare differenze significative rispetto a ciò che era conosciuto.

RESOCONTO DELL’ESPERIENZA.

I bambini di Saragiolo erano abituati ad uscire dalla scuola per lunghe passeggiate nei dintorni della scuola. Tuttavia si procedeva lungo la strada (magari non asfaltata) e sapevano di dover rimanere in gruppo senza distanziarsi. Questa prassi era seguita anche quando andavano a passeggio con genitori e nonni. Così, quando è stato detto loro che potevano giocare nel bosco, non pochi sono rimasti incerti sul da farsi. Solo dopo molte uscite i bambini hanno preso confidenza con l’ambiente, hanno superato resistenze psicologiche e cominciato a rielaborare le proprie paure in funzione fantastica e ludica (un tratto dell’area scelta era ricoperta da una fitta abetina dove il sole non riusciva a filtrare e sotto gli alberi era molto scuro. Quella zona è stata denominata “il  bosco delle paure” e per un certo periodo è stato il luogo più frequentato). Già durante queste uscite i bambini avevano cominciato spontaneamente a raccogliere funghi, fiori, foglie, ad osservare piccoli animali. Così è stato proposto ai bambini di utilizzare questo materiale per costruire un angolo – bosco all’interno della sezione. Sono stati costruiti due alberi utilizzando cortecce, rami, foglie e ad ogni uscita l’angolo si arricchiva di qualche nuovo elemento o cambiava al cambiare del bosco vero secondo le osservazioni e le indicazioni dei bambini.

A questo punto i bambini ponevano domande sempre più specifiche e pressanti sui nomi di piante e animali e sui loro modi e condizioni di vita (come si chiama, cosa mangia, cos’ha, è malato, perché,…). Così è stato richiesto l’intervento delle guardie del Corpo Forestale dello Stato che si sono dimostrate molto disponibili sia nel fornire materiale (diapositive, foto, poster) sia ad accompagnarci in uscite guidate. I bambini hanno scoperto in questo modo una grandissima varietà di piante diverse e ciascuno di loro ne ha adottata una.

L’adozione aveva la funzione di creare un forte legame affettivo con l’albero prescelto in modo che anche la successiva attività cognitiva fosse motivata e stimolata. Durante le uscite non si osservava più in maniera generica: ciascuno osservava il suo albero, raccoglieva materiali relativi al suo albero, li rielaborava e li conservava. E proprio per avere a disposizione un contenitore unico nel quale custodire tutte le informazioni relative al proprio albero è nata l’idea del poster.

Il poster era costruito con un cartoncino bristol bianco (150 x 75) ripiegato in modo da formare una tasca laterale nella quale poter inserire fogli lucidi (quelli da lavagne luminose) di formato A3.  Sulla parte libera del foglio le insegnanti hanno disegnato la struttura degli alberi adottati (tronco e rami). Far disegnare gli alberi direttamente ai bambini non rispondeva agli scopi che ci eravamo prefissi. Infatti l’obiettivo non era quello di far loro acquisire competenze grafico – pittoriche: ciò che interessava era piuttosto la capacità di osservare e riprodurre, esprimere le osservazioni effettuate. Ma per far questo era necessario uno strumento funzionale, che non distraesse i bambini (disegnare tutto l’albero in maniera accurata è un compito lungo, che può stancare anche perché doveva essere ripetuto per diverse volte; inoltre gli alberi disegnati dai bambini, nonostante i loro sforzi si assomigliavano molto e in questo modo si andava perdendo l’obiettivo della progressiva differenziazione) e, anzi, li costringesse in qualche modo a cogliere gli aspetti salienti. Ad ogni uscita ritenuta particolarmente significativa il poster veniva arricchito del materiale raccolto (foglie, frutti, fiori, rami, impronte, ecc…) e delle osservazioni registrate sui lucidi scorrevoli. Le uscite erano distribuite durante l’intero anno scolastico in modo da poter effettuare osservazioni durante le diverse stagioni e in condizioni atmosferiche diversificate ( sereno, nuvoloso, con la nebbia, il vento, la neve, ecc…).

Come si vede dalle immagini, l’utilizzo dei lucidi scorrevoli consentiva ai bambini di concentrarsi sulle caratteristiche e sugli elementi significativi osservati; talvolta tali osservazioni coincidevano con vere e proprie scoperte. Per esempio nessuno dei bambini sapeva che gli alberi fioriscono (tranne il ciliegio): pensavano che i fiori fossero una caratteristica distintiva delle “piante piccole”; etichettavano come frutti solo quelli commestibili per l’uomo (il ciliegio dà frutti, la quercia no); confondevano il frutto con il seme (il riccio con la castagna, la pigna con il pinolo).

 Durante le visite a quello che ormai i bambini consideravano il loro bosco, abbiamo anche avuto la possibilità di osservare due caprioli e di trovare e prenderci cura di un piccolo allocco caduto dal nido e malato. Attraverso la LIPU (Lega Italiana per la Protezione degli Uccelli) abbiamo contattato un veterinario della zona, che dopo aver prestato le cure necessarie ha provveduto alla liberazione dell’allocco ormai cresciuto e in condizione di cavarsela da solo.

In stretto collegamento con il lavoro di educazione ambientale è stata programmata un’attività di orientirig: attraverso giochi e simulazioni i bambini hanno imparato a muoversi (prima in classe, poi in giardino, poi nel bosco) seguendo le indicazioni di mappe e cartine appositamente predisposte.

Infine le esperienze in ambienti diversi (Fosso Bianco di Bagni San Filippo e il lago di Bolsena) hanno consentito una verifica delle competenze sia sul piano dei comportamenti che su quello degli apprendimenti.

Paola Conti

Membro del Gruppo di ricerca e sperimentazione didattica del Cidi di Firenze e Pistoia)

Pubblicato su Insegnare, 11/12, 2000.

Quali condizioni per il rinnovamento del Curricolo di scienze?

Carlo Fiorentini

  E’ diffusa tra gli esperti di didattica della scienze, per lo meno da qualche decennio, la consapevolezza della crisi drammatica dell’insegnamento scientifico nella scolarità preuniversitaria. Sono state conseguentemente avanzate alcune proposte innovative, che non hanno, tuttavia, minimamente incrinato il paradigma dominante. Noi crediamo che ciò sia avvenuto anche a causa della debolezza teorica delle proposte stesse.

Il paradigma dominante è ben identificabile e robustamente resistente al cambiamento in quanto è, in modo totalitario, solidale con la formazione culturale di generazioni di insegnanti, caratterizzata dall’identificazione dei saperi accademici specialistici con i saperi che devono essere trasmessi, nel corso della scolarità preuniversitaria, sulla base di ovvie mediazioni didattiche tramandate dal senso comune di una tradizione didattica secolare.

Negli ultimi decenni, con la trasformazione della scuola in tutti i paesi industrializzati in scuola di massa, questo impianto è entrato in crisi per una molteplicità di problemi, tutt’altro che riducibili a questioni di rinnovamento di tecniche didattiche. La crisi dell’insegnamento scientifico – e probabilmente dell’insegnamento della maggior parte delle discipline – o detto, in altre parole, il problema dell’individuazione di un curricolo (il che cosa e il come insegnare alle varie età) adeguato ad una situazione economica, sociale e culturale incompatibilmente diversa da quella di alcuni decenni fa, impone la necessità di ricercare soluzioni nuove su un terreno molto più complesso di quello su cui si sono collocate molte proposte innovative del passato.

E’ entrata definitivamente in crisi l’idea che sia possibile trasmettere in modo significativo l’enciclopedia dei saperi scientifici, linearizzati dalla secolare pratica scolastica di adeguamento dei pacchetti di verità scientifiche – purificate dalle scorie della complessità della reale ricerca scientifica – che meritavano di essere trasmesse alle nuove generazioni. Ormai da molto tempo viene prospettata la necessità di un approccio totalmente diverso, basato sull’assunto che sia necessario “scegliere e concentrarsi”, “insegnare alcune cose bene e fondo, non molte cose male e superficialmente”, e che sia quindi indispensabile individuare “nuclei fondanti” (Maragliano, 1997). Questa è tuttavia un’operazione avventurosa perché postula le necessità di destrutturare i saperi tramandati dalla tradizione manualistica e di iniziare a costruire nuove architetture di conoscenze scientifiche che possano entrare in consonanza con le strutture cognitive e motivazionali degli studenti di una scuola ormai da molto tempo non più selettiva ed elitaria.

Queste nuove ipotesi di curricolo dovranno indubbiamente essere caratterizzate da determinate metodologie didattiche, diversamente articolate in relazione sia all’età dei discenti che alla specificità dei saperi disciplinari. Ma tutto ciò, per non ricadere nell’illusione didatticistica delle innovazioni passate, dovrà saldarsi, da una parte, con un profondo ripensamento epistemologico del sapere scientifico scolastico – tuttora ancorato ad una visione cumulativa e dogmatica della scienza- alla luce dei contributi della filosofia e della storia della scienza degli ultimi decenni, e dall’altra, con la necessità di prospettare un modello psicopedagogico per l’insegnamento scientifico consapevole di ciò che rimane ancora oggi significativo – al di là delle mode e delle infatuazioni momentanee- dei contributi più alti della pedagogia e della psicologia dell’apprendimento di questo secolo.

                          Il problema epistemologico nel rinnovamento dell’educazione scientifica

   La maggior parte degli esperti che hanno avanzato negli ultimi decenni nuove proposte per l’insegnamento scientifico hanno quasi sempre fatto riferimento alla rivoluzione epistemologica degli ultimi cinquant’anni, essendo consapevoli che essa ha generato una “nuova visione della scienza” radicalmente diversa da quella usualmente presente nell’insegnamento scientifico. Generalmente, tuttavia, il nodo epistemologico non è stato da loro considerato centrale nel ripensamento culturale e pedagogico-didattico dell’insegnamento scientifico.

La nostra visione è invece opposta: riteniamo che sia necessaria una rivoluzione copernicana nell’insegnamento scientifico, perché esso è ancora spesso ancorato ad una visione della scienza di stampo ottocentesco, di tipo cumulativo, continuista e dogmatico, che costituisce, a nostro parere, la causa fondamentale della sua inefficacia formativa.

Le rivoluzioni scientifiche dei primi decenni del Novecento (relatività e meccanica quantistica) e la successiva rivoluzione epistemologica (Bachelard, Popper, Kuhn, ecc.) hanno fornito una nuova concezione della scienza. In questa è stata totalmente messa da parte la nozione di verità assoluta ed è stata posta al centro la dimensione dell’ipotesi, non solo in riferimento al contesto della scoperta ma anche a quello della giustificazione. Nella nuova visione della scienza, anche le teorie più solide devono essere considerate ipotesi: scienza è continua rimessa in discussione anche delle conoscenze più consolidate, è atteggiamento critico, è critica della tradizione.

La scienza rappresenta, d’altra parte, il tentativo di spiegare il noto per mezzo dell’ignoto, di spiegare il comune mondo dell’esperienza quotidiana per mezzo di congetture che sono quasi sempre molto al di là o addirittura in contraddizione con le conoscenze di senso comune. Lo sviluppo della scienza è quindi costantemente caratterizzato da elementi di discontinuità (Popper, 1969).

Le considerazioni precedenti delineano gli aspetti più significativi della scienza rivoluzionaria, ma vi è anche una scienza normale che ha caratteristiche ben diverse e per molti aspetti opposte (Kuhn, 1962). L’immagine della scienza che si ricava dal dibattito epistemologico successivo alla pubblicazione del libro di Kuhn “Le rivoluzioni scientifiche” è indubbiamente più articolata e complessa di quella delineata da Popper. Tuttavia, il dualismo scienza normale – scienza rivoluzionaria, e più in generale questo dibattito, non hanno minimamente indebolito la caratteristica della discontinuità. Anzi, gli epistemologi che hanno preso le distanze dalla visione di Popper, ritenendola idilliaca, hanno vieppiù accentuato l’aspetto della discontinuità tra le varie teorie, fino ad arrivare a sostenere l’incommensurabilità tra i diversi paradigmi (Feyerabend, 1975).

Negli ultimi decenni, molte ricerche hanno evidenziato l’inefficacia dell’insegnamento scientifico e ne hanno individuato la causa principale nella lontananza tra le conoscenze  scientifiche che vengono insegnate e le concezioni spontanee e le strutture cognitive degli studenti (Grimellini Tomasini e Segrè, 1991). Conseguentemente sono state effettuate analisi epistemologiche molto interessanti di specifici concetti, o sono state prospettate significative proposte didattiche in riferimento a specifiche problematiche, ma riteniamo che generalmente delle precedenti considerazioni epistemologiche non sia stata evidenziato il ruolo pedagogico-didattico fondante per un rinnovamento significativo dell’insegnamento scientifico.

Noi pensiamo che uno degli obiettivi principali dell’insegnamento scientifico sia quello, di carattere trasversale alle specifiche discipline scientifiche, di costruire un’immagine  la più adeguata possibile della scienza. E un aspetto importante di questa immagine aggiornata è indubbiamente costituito dal superamento della concezione dogmatica della conoscenza scientifica. Se ciò, tuttavia, costituisse soltanto una pur importante esigenza culturale, ma estrinseca alle dinamiche psicologiche dell’apprendimento, probabilmente essa continuerebbe a rimanere una buona intenzione pedagogica, d’altra parte inutilmente proclamata da moltissimo tempo. Riteniamo, invece, che la causa fondamentale dell’inefficacia dell’insegnamento scientifico tradizionale risieda proprio nella sua impostazione epistemologica, sostanzialmente ancora tardo ottocentesca, contraddistinta da molteplici aspetti tra loro solidali, quali il dogmatismo, l’enciclopedismo, il riduzionismo, il formalismo e il continuismo.

La deriva scientista è approdata a degli esiti paradossali sul piano pedagogico-didattico, in quanto ha contribuito a sviluppare in molti studenti un’immagine della scienza opposta a quella che ha ispirato i grandi scienziati degli ultimi quattro secoli, ad identificare nella scienza una nuova scolastica o una moderna magia: infatti molte conoscenze scientifiche sono astruse, esoteriche nei loro tecnicismi, risultano incomprensibili ai più e perspicue soltanto a pochi eletti.

                                                         I metodi della scienza

Fanno parte del senso comune alcuni slogan sul metodo della scienza, spesso etichettato come metodo galileiano o metodo sperimentale. E nonostante che la riflessione epistemologica abbia da molto tempo evidenziato una maggiore complessità del problema, non risulta molto più sofisticato il senso comune generalmente presente nella formazione universitaria e nella manualistica scientifica. Spesso la descrizione che viene fornita del metodo scientifico è sostanzialmente quella del procedimento induttivo anche in quei casi in cui si fa ricorso – avendo evidentemente captato per lo meno qualche termine dal dibattito epistemologico – all’etichetta di procedimento ipotetico-deduttivo, come metodo caratteristico della scienza sperimentale.

Ci troviamo di fronte ad un nodo di fondo, perché le metodologie di tipo induttivo sono cosa radicalmente diversa dai procedimenti ipotetico-deduttivi – c’è anche chi confonde il metodo ipotetico-deduttivo con il procedimento deduttivo -. Il senso comune misconosce tutto ciò, miscela brandelli di nozioni eterogenee ed in modo magico ripropone l’ormai mitico metodo scientifico (alla faccia del rigore scientifico); ma soprattutto, e a maggior ragione, neanche immagina le conseguenze pedagogico-didattiche di queste distinzioni.

La diversità non sta nel fatto che il metodo ipotetico-deduttivo sia la riproposizione di un modo di fare scienza pregalileiano, ma consiste nel ritenere che molti concetti scientifici non siano stati ricavati con un procedimento osservativo-sperimentale, ma con attività di tipo creativo. Il procedimento induttivo presuppone, invece, che una mente sgombra da pregiudizi individui un certo problema, inizi a fare osservazioni e arrivi quindi alle ipotesi, per poi trovare gli esperimenti adatti per verificarle o confutarle. Lo sviluppo della scienza sarebbe quindi avvenuto in modo cumulativo e lineare attraverso attività di osservazione sistematica della natura.

I grandi scienziati che in modo creativo hanno proposto nuove ipotesi, e quindi nuovi concetti in un determinato campo disciplinare, conoscevano generalmente a fondo quel problema sia sul piano teorico che osservativo-sperimentale; tuttavia, le nuove conoscenze scientifiche significative sono emerse per mezzo di processi inventivi che andavano molto al di là dell’esperienza, del quotidiano, del percettivo, delle conoscenze consolidate, dove il quotidiano per lo scienziato sono non tanto le conoscenze di senso comune, ma i paradigmi dominanti.

Nuove teorie emergono dalla capacità di alcuni scienziati di andare oltre i paradigmi accettati e di creare ipotesi che le teorie consolidate non fanno neppure immaginare, e che le osservazioni, di per sé, non fanno percepire. Quasi tutti i concetti fondamentali delle diverse discipline scientifiche hanno rappresentato una rottura, una discontinuità rispetto alle concezioni accreditate nelle diverse comunità scientifiche in un determinato periodo storico. In molti casi, la discontinuità è stata di tale portata da impedire la comunicazione tra gli innovatori e gli scienziati più anziani. La storia della scienza fornisce infatti innumerevoli esempi di affermazione delle nuove teorie solo dopo la morte dei sostenitori dei paradigmi precedenti. E’ stato introdotto il concetto di riorientamento gestaltico per indicare il fatto che i nuovi concetti spesso non si siano limitati ad ampliare la conoscenza, ma abbiano determinato un modo radicalmente diverso di percepire la realtà (Kuhn, 1962).

Discutere del metodo scientifico non è quindi una disquisizione accademica, ornamentale, da collocare, come fanno tutti i manuali nel primo capitolo, e ininfluente rispetto alla trattazione successiva delle  varie problematiche. Comprendere la centralità, nello sviluppo della scienza, del metodo ipotetico-deduttivo, pur senza arrivare alle posizioni popperiane di antinduttivismo radicale, significa prendere consapevolezza della centralità nella scienza della discontinuità e delle connesse implicazioni pedagogico-didattiche.

Qui sta il bandolo della matassa: comprendere effettivamente le considerazioni precedenti, e cioè il nesso inscindibile tra procedimento ipotetico-deduttivo e discontinuità, permette di fornire una spiegazione generale ai risultati delle ricerche, già menzionate, sulle concezioni degli studenti. Dalle ricerche emerge che la maggioranza degli studenti alla fine della scuola secondaria superiore ha conoscenze inadeguate nei vari ambiti disciplinari ed un atteggiamento prescientifico che fanno sostanzialmente riferimento al senso comune. Occorrerebbe stupirsi non tanto di questi risultati, ma se essi fossero invece sostanzialmente diversi.

La mancanza di comprensione si riferisce anche ai concetti più elementari della struttura delle varie discipline scientifiche e non solo a quelli più formalizzati. Ora è sufficiente pensare a quale riorientamento gestaltico abbiano dato origine, per esempio, le teorie di Galileo, Newton, Lavoisier e Darwin, per rendersi conto come i concetti elementari dell’organizzazione specialistica delle discipline scientifiche siano tutt’altro che elementari sul piano epistemologico e psicologico.

Mentre nella concezione tradizionale della scienza, dogmatica e lineare, ogni nuovo concetto appare come un ovvio ampliamento di quelli precedenti, nella nuova concezione, ogni nuovo concetto significativo è il prodotto del superamento di un ostacolo epistemologico (Bachelard, 1972)Mentre nella vecchia concezione, ogni concetto è di per sé evidente grazie alla sua collocazione nell’ordine deduttivo della disciplina, nella seconda, ogni concetto significativo può essere compreso nella misura in cui si colgono le connessioni e le discontinuità con le problematiche che ne hanno permesso l’invenzione (Bruner, 1996). Mentre la prima concezione contempla una struttura delle conoscenze scientifiche di tipo logico-deduttivo, grammaticale, linguistico, la seconda ipotizza una organizzazione delle conoscenze di carattere problematico, contestuale e semantico, grazie all’utilizzo della storia e dell’epistemologia.

Dovrebbe esser nata da tempo la domanda del perché l’insegnamento scientifico più diffuso continui ad essere quello tradizionale, ispirato ad una visione della scienza superata, nonostante i risultati catastrofici sul piano formativo. Le motivazioni sono sia di carattere generale, culturale e politico, che di carattere specifico. Le motivazioni generali, che riguardano non soltanto l’insegnamento scientifico, ma tutte le discipline scolastiche, consistono nella sfasatura storica che si è verificata in Italia negli ultimi quaranta anni tra la realizzazione della scuola di massa e la comprensione delle condizioni di carattere culturale-pedagogico-curricolare e conseguentemente istituzionale che avrebbero potuto effettivamente garantirne la qualità formativa.

La scuola italiana è diventata da molti decenni di massa, ma l’insegnamento scientifico è ancora oggi improntato ad un modello di scuola selettiva ed elitaria, nel quale l’obiettivo fondamentale non è quello di utilizzare alcune conoscenze significative delle scienze per contribuire alla formazione di tutti i cittadini, ma è quello di individuare i pochi eletti che saranno in grado di comprendere sofisticati formalismi e potranno quindi continuare la ricerca nei vari ambiti specialistici. I limiti ed i punti di forza dell’insegnamento scientifico tradizionale erano stati evidenziati più volte nel passato. E’ sufficiente ricordare alcune considerazioni di Kuhn; egli afferma da una parte “che si tratta di un’educazione rigida e limitata, forse più rigida e limitata di ogni altro tipo di educazione, fatta eccezione della teologia ortodossa” e dall’altra “che prepara lo studente a diventare membro della particolare comunità scientifica (…) Per la ricerca all’interno delle scienza normale, per risolvere rompicapo all’interno della tradizione definita dai manuali lo scienziato viene preparato quasi alla perfezione” (Kuhn, 1962). In Italia, i dati nuovi, di grande rilevanza rispetto al 1962 (che è casualmente l’anno sia della riforma della scuola media che della pubblicazione del libro di Kuhn Le rivoluzioni scientifiche) sono la radicale modifica con la scuola di massa del contesto scolastico e la constatazione dell’inefficacia formativa del modello tradizionale dell’insegnamento scientifico.

                                            Le discontinuità del curricolo

Le considerazioni precedenti sul metodo ipotetico-deduttivo e sulla discontinuità hanno delle implicazioni divergenti sull’impostazione dell’insegnamento scientifico nella prima fase della scolarità (fino a 13-14 anni) e nella seconda fase (fino a 18-19 anni). Per quest’ultima, che coincide con la scuola secondaria superiore, le conseguenze culturali e metodologiche sono immediatamente ricavabili dalle considerazioni precedenti. E’ necessario mettere da parte l’impostazione specialistica, lineare ed enciclopedica usuale  ed iniziare a porre come variabile fondamentale il contesto entro cui è inserita una qualsiasi disciplina scientifica. Mentre oggi ci troviamo di fronte all’insegnamento della stessa struttura concettuale – in realtà della stessa enciclopedia di nozioni – in alcuni indirizzi nel biennio ed in altri nel triennio, in determinati casi in un solo anno scolastico con 2-3 ore settimanali, ed in altri per più anni; in futuro occorrerà invece ribaltare tale logica, partendo primariamente dal contesto, nella consapevolezza della necessità di tempi lunghi per potere comprendere alcuni concetti, per non limitarsi più soltanto alla memorizzazione di nozioni scientifiche senza significato per lo studente.

L’insegnamento dovrebbe essere caratterizzato da un’impostazione di tipo problematico e contestuale, che permetterebbe di affrontare molte delle conoscenze generalmente presenti anche nell’impostazione tradizionale, seppur in una prospettiva completamente diversa, quella che abbiamo cercato di delineare nei paragrafi precedenti. L’obiettivo fondamentale dovrebbe essere quello di realizzare la comprensione dei concetti elementari della struttura specialistica delle varie discipline. Aspetti più specialistici potrebbero essere affrontati soltanto in corsi pluriennali del triennio. Per esempio, nel caso della chimica nel biennio occorrerebbe trattare le teorie ed i concetti della chimica classica, quali il concetto di elemento, composto, di trasformazione chimica, e rimandare al triennio le teorie di questo secolo, quali quelle del legame chimico.

Per  la prima fase della scolarità, le implicazioni curricolari delle precedenti considerazioni epistemologiche sono invece quelle di non includere nel curricolo neppure i concetti elementari della struttura specialistica delle discipline scientifiche – da rimandare al biennio come si è già detto – in quanto la loro comprensione presuppone, da una parte, lo sviluppo di determinate competenze operativo-logico-linguistiche, e dall’altra, contemporaneamente, l’acquisizione di specifiche conoscenze e competenze di tipo fenomenologico.

Pensiamo che sia indispensabile un curricolo longitudinale all’interno di una prospettiva di continuità educativa,  ritenendo superato ormai da molto tempo il curricolo tradizionale (e non solo per le scienze sperimentali) caratterizzato dalla discontinuità fasulla attualmente esistente tra i 3 gradi scolastici. E immaginiamo la continuità educativa connessa al curricolo verticale, non tanto come una melassa indistinta, ma come la progettazione di una proposta educativa maggiormente in consonanza con le discontinuità reali che si realizzano durante la crescita del soggetto e che, d’altra parte, caratterizzano anche il materiale di studio.

Nello specifico del curricolo longitudinale delle scienze sperimentali, noi pensiamo che siano necessarie alcune discontinuità, e che indubbiamente quella più rilevante si dovrebbe realizzare nel passaggio tra scuola media  e scuola secondaria superiore. I motivi che ci portano ad individuare questa età sono innanzitutto di tipo teorico (psicologici, pedagogici ed epistemologici), ma vi è anche un aspetto più pragmatico, legato alla tradizione culturale e scolastica italiana, lo spazio limitato, cioè, che le scienze sperimentali continuano ad avere nella scuola elementare e media (2 ore alla settimana), nonostante le riforme significative che hanno caratterizzato questi gradi scolastici.

                                Una proposta metodologica per la scuola di base

Abbiamo già in più occasioni indicato che cosa intendiamo per impostazione fenomenologica. In questi articoli abbiamo anche evidenziato le discrasie esistenti tra i manuali – e i sussidiari – e gli innovativi programmi di educazione scientifica della scuola elementare e media (Fiorentini, 1999). Facendo riferimento a queste riflessioni, ci proponiamo ora di approfondire alcuni aspetti.

Preliminarmente una questione terminologica, tutt’altro che marginale. Per indicare l’impostazione dell’educazione scientifica adeguata alla scuola di base ci sembra più appropriato parlare di impostazione fenomenologico-operativa, fenomenologica in relazione al contenuto, e operativa in riferimento alla metodologia didattica.

Abbiamo già indicato precedentemente in alcuni fenomeni scientifici l’oggetto dell’insegnamento. Il fatto di aver escluso dalla scuola di base anche i concetti più elementari della struttura delle discipline dovrebbe già rappresentare un’indicazione chiara; tuttavia, ci rendiamo conto che il campo rimano molto vasto ed ambiguo in quanto i fenomeni che potrebbero essere proposti potrebbero essere i più disparati in relazione alla loro accessibilità cognitiva ed allo loro significatività. La riflessione epistemologica ha anche da molto tempo sottolineato la teoreticità dei fatti sperimentali, l’intreccio costante, cioè, che si realizza nello sviluppo scientifico tra teorie ed osservazioni sperimentali.

 Si apre qui un ambito fondamentale di ricerca e sperimentazione didattica, dove è necessario che si confrontino diverse ipotesi curricolari in relazione alla individuazione delle fenomenologie più significative che siano indipendenti dalla struttura specialistica delle discipline, ed alla loro collocazione più adeguata nel curricolo della scuola dai 6 ai 14 anni, tenendo conto sia della loro elementarità psicologica che di eventuali relazioni di propedeuticità.

Questa ricerca, come abbiamo già altrove argomentato, è contemporaneamente ardua e fondamentale. E’ ardua perché si situa sul terreno della complessità: L’individuazione della problematiche più adeguate alle varie età presuppone un’attività di ricerca e sperimentazione sui saperi disciplinari – o pluridisciplinari – di tipo interdisciplinare con l’utilizzo delle competenze scientifiche, di quelle storico-epistemologiche e di quelle delle scienze dell’educazione. Questa ricerca è fondamentale, perché sono essenzialmente le scelte curricolari  che possono realizzare e verificare l’adeguatezza educativa di finalità e principi pedagogico-metodologici generali, che possono, in altre parole, permettere l’incontro sinergico  tra due mondi tradizionalmente disgiunti, quello delle conoscenze disciplinari e quello della pedagogia.

     Nel caso dell’insegnamento scientifico, vi è stato spesso, in relazione al metodo, sovrapposizione e confusione tra il significato didattico e quello scientifico specialistico. Abbiamo scelto non casualmente il termine fenomenologico piuttosto che sperimentale. Nei decenni passati, infatti, proprio le proposte innovative hanno prospettato metodologie sperimentali in contrapposizione all’insegnamento tradizionale, identificando la portata innovativa delle scienze nel così detto metodo sperimentale. In questo modo, queste proposte sono generalmente rimaste nello stesso orizzonte epistemologico dell’insegnamento libresco che criticavano, arrivando conseguentemente a fare proposte didattiche improntate spesso al totale pressapochismo, purché fossero sperimentali. Inoltre, anche ammettendo che il metodo sperimentale abbia il ruolo che loro gli attribuiscono, gli attivisti e gli sperimentalisti ingenui compiono un errore categoriale, in quanto traducono senza mediazioni in metodologia pedagogico-didattica una metodologia della disciplina specialistica, ricadendo così nello stesso errore, seppure sul lato opposto, dell’insegnamento enciclopedico tradizionale, in un atteggiamento adultistico.

Le metodologie didattiche trovano, invece, la loro fondazione innanzitutto all’interno della riflessione pedagogica, e più in generale delle scienze dell’educazione. Nel nostro caso, quello delle scienze sperimentali nella scuola di base, il riferimento pedagogico-metodologico fondamentale è costituito dal costruttivismo (Boscolo, 1986), movimento che, da una, parte è il prodotto della ricerca psicopedagogica più recente, e dall’altra,rappresenta anche la sintesi delle riflessioni dei psicopedagogisti più significativi di questo secolo, quali Dewey, Piaget, Vygotskij e Bruner (Calvani, 1998).

Per il costruttivismo l’apprendimento si può realizzare se lo studente è posto al centro del processo di costruzione della sua conoscenza, se lo studente è attivo sul piano cognitivo e se il processo di insegnamento-apprendimento tiene conto delle complesse dinamiche relazionali che possono facilitare o ostacolare la costruzione della conoscenza. Il costruttivismo ha rielaborato, realizzandone una sintesi felice, i punti di forza del contributo pedagogico di quei grandi pensatori, e lasciando invece cadere gli aspetti più effimeri.

Il costruttivismo costituisce il quadro pedagogico-metodologico generale entro cui si sviluppa la nostra proposta metodologica per l’insegnamento scientifico, di tipo fenomenologico-operativo. Alla luce delle precedenti considerazioni, operativo sta a significare sostanzialmente un’operatività cognitiva e non un’attività manuale (Ferreiro, Teberosky, 1979): la metodologia didattica deve sviluppare quanto è più possibile le condizioni che permettano a ciascun studente di costruire la conoscenza, e non tanto di poter effettuare in prima persona il maggior numero possibile di esperimenti. Lo sperimentalismo e l’attivismo hanno invece sempre accentuato questo secondo aspetto, ed hanno così anche per questo motivo determinato la loro marginalità educativa, non riuscendo minimamente a tradurre in proposta didattica plausibile la presunta centralità del metodo sperimentale della ricerca scientifica specialistica.

La riflessione e la sperimentazione, che stiamo conducendo da molti anni, ci hanno portato a prospettare un modello metodologico per l’educazione scientifica nella scuola di base, che non va assunto come un dogma, ma appunto come un modello che deve essere adattato costantemente sia all’oggetto della conoscenza che alle condizioni reali della costruzione della conoscenza. Questo modello, che si articola in cinque fasi, nella sua indicatività,  permette di evidenziare le condizioni complesse del processo di concettualizzazione.

1)      La prima fase è generalmente quella della sperimentazione-osservazione. Riteniamo che nella scuola di base, come abbiamo più volte indicato, l’impostazione debba essere fenomenologica. Da ciò ne consegue che ogni percorso didattico significativo debba svilupparsi sulla base di fenomenologie che si sperimentino e/o osservino, e non che vengano, invece, raccontate o descritte dal libro o dall’insegnante (Dewey, 1933).

2)      La seconda fase è quella della verbalizzazione scritta individuale. Effettuare e/o guardare delle esperienze può rappresentare, di per sé un’attività più o meno ludica, ma non realizza la costruzione della conoscenza, o usando un’altra terminologia, il processo della concettualizzazione (Dewey, 1933). Ciò che dei fenomeni deve principalmente interessare, al di là del primo momento, quello dello stupore, non è il loro aspetto estetico, magico, ma la loro logica fenomenologica, la rete di connessioni che può essere costruita. Ciò non è nella immediatezza dell’esperienza, ma nella riflessione sull’esperienza, che non può essere realizzata che per mezzo della mediazione del linguaggio. E’ soltanto il linguaggio che permette l’effettuazione di quelle attività cognitive – descrivere, rappresentare, individuare differenze e somiglianze, individuare relazioni e connessioni causali, classificare e definire – che possono produrre consapevolezza delle relazioni significative che caratterizzano una determinata fenomenologia ( che permettono quindi di concettualizzarla). Ed è in particolare il linguaggio scritto che ha queste caratteristiche, ed a maggior ragione in classi che sono costituite da 20 e più bambini. 

Prevediamo che questa centralità del linguaggio scritto possa suscitare molte perplessità sia di tipo teorico (prima l’oralità) che di tipo pratico (i bambini non vogliono scrivere, si annoiano). Il linguaggio scritto a cui facciamo riferimento deve essere il più libero possibile dagli impacci della forma, deve essere pensiero direttamente in azione. Ciò che deve interessare è la sua adeguatezza cognitiva. Se la consegna fosse, ad esempio, la descrizione di un fenomeno, l’adeguatezza consisterebbe nell’evidenziazione degli aspetti significativi, collocati nella loro successione spaziale e temporale. Tuttavia, pur avendo messo da parte la correttezza linguistica, pensiamo che non sia semplice per la maggioranza degli studenti, non abituati ad osservare la realtà (non solo in ambito scolastico), fornire una descrizione adeguata di fenomeni benché elementari. E’ proprio in questo caso, ancora più importante, che tutti gli studenti siano impegnati nell’iniziare, con la descrizione, a dare un ordine alla porzione di mondo che si sta indagando. Ed è fondamentale che ogni studente sia, sulla base delle proprie strutture cognitive, impegnato nel tentativo. L’obiettivo della seconda fase non è, infatti, la concettualizzazione adeguata;  è, invece, quello di far sì che tutti gli studenti inizino il processo di concettualizzazione.

Rispetto alle perplessità del secondo tipo, e cioè che agli studenti non piacerebbe scrivere, la sperimentazione effettuata nel corso di molti anni ci ha fatto cogliere una realtà più complessa. In molti casi abbiamo constatato il coinvolgimento degli studenti anche  nelle attività di scrittura perché ne hanno interiorizzato, nel corso del tempo, la motivazione cognitiva (avevano compreso che gli era essenziale per capire). In alcuni casi, è stata evidenziata, insieme all’utilità cognitiva, anche la fatica; ad esempio i ragazzi di una terza media, alla fine dell’anno scolastico, commentarono nei seguenti termini l’attività effettuata per la prima volta con la nuova metodologia: lavorare in questo modo a scuola è molto più faticoso, ma ci piace molto di più perché ci sentiamo coinvolti e ci permette di capire effettivamente i vari argomenti.

L’insegnante deve gestire la seconda fase con molta competenza ed intelligenza. In realtà ciò vale per tutte le fasi, per la conduzione di tutta l’attività. Con metodologie costruttiviste il ruolo dell’insegnante cambia radicalmente: non trasmette più conoscenze, ma è il regista del processo di costruzione della conoscenza. E questo è un ruolo molto più complesso perché presuppone grandi competenze epistemologiche sui materiali con cui deve essere costruita la conoscenza e grande competenza psicologica-pedagogica-relazionale per coinvolgere consapevolmente tutti gli studenti nel processo.

Le consegne devono infatti essere non ambigue ed essenziali rispetto agli obiettivi che si vuole perseguire. Ad esempio, siamo stati per molto tempo in un atteggiamento di rifiuto aprioristico nei confronti dell’utilizzo di griglie di osservazione e tabelle di registrazione, in quanto pensiamo che l’utilizzo non meditato di questi strumenti non permetta agli studenti di sviluppare, con i tempi necessari, le proprie capacità osservative e di costruire consapevolmente le proprie conoscenze; ciò che deve essere osservato è già nello strumento proposto dall’insegnante, mentre l’attività dello studente consiste nel mettere passivamente crocette. Successivamente, la riflessione intorno a problemi emersi durante la sperimentazione ci ha portati a modificare la nostra posizione quando è necessario confrontare contemporaneamente più di 2-3 esperimenti. E’ in questi casi un compito troppo impegnativo per lo studente riuscire ad individuare, confrontando la descrizione degli esperimenti, le somiglianze che permettono di classificare e definire. Prendiamo come esempio il percorso delle soluzioni, da noi proposto all’inizio del secondo ciclo della scuola elementare: occorre effettuare un certo numero (6-7) di esperimenti di mescolamento di materiali (quali sale, zucchero, solfato di rame, polvere di marmo, ecc.) con acqua. Effettuati i primi esperimenti (2-3) con le relative descrizioni di come appare l’insieme dopo mescolamento, prima di procedere con gli altri, riteniamo indispensabile l’introduzione di una tabella a doppia entrata, che riporti in verticale l’elenco dei materiali ed in orizzontale le varie caratteristiche che si osservano dopo il mescolamento. Successivamente, quando si fanno gli altri esperimenti, si chiede ai bambini di non effettuare più le descrizioni, ma di segnare con crocette le proprietà osservate. Con questo strumento, che viene introdotto dopo una fase di osservazione libera, il confronto tra gli esperimenti diventa molto più semplice. Inoltre, la tabella va fornita ai bambini già “belle e pronta” o deve essere da loro costruita? La sperimentazione che abbiamo effettuato ci ha mostrato che per la maggioranza dei bambini è una impresa troppo ardua la costruzione della tabella, nonostante che tabelle a doppia entrata siano spesso utilizzate dai bambini fin dal primo ciclo. Ma una cosa è limitarsi ad impiegare una tabella, altra cosa è comunque tentare di costruirla: questa seconda attività presuppone la presa di coscienza della funzione di un tale strumento, e sviluppa una maggiore consapevolezza nel suo impiego. Riteniamo conseguentemente che vada proposto ai bambini la costruzione della tabella, di trovare, cioè, una qualche soluzione che permetta in modo più evidente, più schematico, il confronto tra le miscele, pur nella consapevolezza che in questo caso l’intervento dell’insegnante dovrà essere più decisivo.

Infine, in determinati casi, il linguaggio principale per rappresentare la realtà potrà essere costituito da un disegno o da uno schema grafico. Ad esempio, nella osservazione di piante, il disegno ha un ruolo cognitivo fondamentale; la sola descrizione verbale di tali oggetti rischia, infatti, di far perdere di vista ciò cui si riferisce, e di essere quindi senza significato.

3) e 4)   La terza fase è quella della discussione collettiva, del confronto; la quarta fase è quella dell’affinamento della concettualizzazione. La terza fase è quella più consolidata sia sul piano teorico che sul quello pratico. Indubbiamente, infatti, questa fase è impiegata da molti insegnanti elementari, anche se raramente con piena padronanza epistemologica e tecnica della metodologia. Nel dibattito teorico italiano, rilevanti sono i contributi forniti da Clotilde Pontecorvo nell’evidenziare, rifacendosi al cognitivismo americano di ispirazione vygotskiana, il grande significato motivazionale, cognitivo e comportamentale del confronto e della discussione in classe (Pontecorvo, Ajello, Zucchermaglio, 1991). Non abbiano nulla da aggiungere a queste riflessioni nei loro aspetti generali di proposta pedagogico-metodologica adatta a tutti gli ambiti disciplinari. L’unica considerazione che riteniamo necessario sviluppare è in riferimento all’educazione scientifica: la terza fase ha, anche a nostro parere grande importanza, ma non di per sé, e solo nella misura in cui è connessa alle prime due, solo in quanto, cioè, contribuisce in modo determinante con l’intervento dei pari all’affinamento, con correzioni e completamenti, della costruzione della conoscenza che ciascun studente ha già realizzato.

Abbiamo preferito aggiungere una quarta fase, nonostante che l’affinamento della conoscenza si realizzi essenzialmente nella terza, perché c’è bisogno anche di un momento in cui ciascun bambino corregga, modifichi e integri, alla luce della discussione collettiva, la sua precedente concettualizzazione.

5)      Anche la quinta fase, infine, quella della sintesi collettiva, è strettamente connessa alla terza, ma abbiamo ritenuto recentemente necessario evidenziarla per la seguente motivazione: l’insegnante alla fine dell’attività, utilizzando tutto il materiale prodotto e condiviso dagli studenti, ne realizza una sintesi scritta graficamente chiara e linguisticamente corretta, che deve poi essere fotocopiata per tutti i bambini e incollata nel loro quaderno. Ci siamo convinti di questa necessità, perché, da una parte, le modalità con cui i bambini realizzano l’affinamento della concettualizzazione sono troppo diversificate, anche nella chiarezza grafica, e perché dall’altra, è necessario che il quaderno, che rappresenta il resoconto del processo di costruzione della conoscenza, contenga anche delle sintesi di questo processo comuni a tutti gli studenti.

Se le cinque fasi del modello metodologico proposto sono tutte necessarie e tra loro strettamente interdipendenti, indubbiamente quelle più innovative sono, a nostro parere, la seconda e la quarta, quelle, cioè, che postulano, all’interno di un processo di costruzione della conoscenza scientifica caratterizzato significativamente dalle dimensioni fenomenologica, sociale e relazionale, anche delle attività cognitivo-linguistiche individuali. Infatti se queste due fasi fossero saltate, l’attività procederebbe indubbiamente in modo molto più spedito e sarebbe quindi possibile affrontare molte più problematiche, ma la concettualizzazione non sarebbe generalmente realizzata da nessun bambino; la sintesi collettiva sarebbe in questo caso effettuata, non solo graficamente, soltanto dall’insegnante che la realizzerebbe componendo in una struttura organica le impressioni atomiche esplicitate ora dall’uno ed ora dall’altro studente. Prendendo ancora, ad esempio, la descrizione di un esperimento, la concettualizzazione non consiste nell’indicare qualche aspetto disorganico del fenomeno, ma nel coglierne gli aspetti significativi nella loro successione spaziale e temporale; la concettualizzazione non consiste, cioè, in un’elencazione atomica di aspetti percettivi, ma nella loro concatenazione in una trama narrativa.

                                Gli obiettivi trasversali dell’educazione scientifica

   Abbiamo lasciato questo nodo pedagogico per ultimo non casualmente. In relazione all’importanza che gli attribuiamo avremmo dovuto invece trattarlo per primo. Abbiamo fatto questa scelta per voler evidenziare l’autonomia culturale delle considerazioni e delle proposte rispetto a finalità politiche e pedagogiche, di per sé ineccepibili, ma che potrebbero, tuttavia, risultare estrinseche ad una fondazione solida di tipo epistemologico e metodologico-didattico adeguata al sapere scientifico. Ci interessa particolarmente, alla fine di questo nostro contributo, cogliere la convergenza fra i due piani del discorso.

   Sia i programmi della scuola elementare che della scuola media indicano come obiettivi fondamentali dell’educazione scientifica obiettivi di carattere generale, quali il contribuire allo sviluppo nello studente di competenze osservative-logico-linguistiche. E questi obiettivi vengono in generale indicati, non solo per le scienze ma per tutte le discipline, come per tutti gli insegnamenti viene indicata come finalità fondamentale quella di contribuire alla formazione democratica dell’uomo e del cittadino. Tuttavia, spesso questa finalità e questi obiettivi rimangono delle proclamazioni di intenti, che non trovano nessuna realizzazione nell’impostazione tradizionale dell’insegnamento, e ciò non tanto per cattiva volontà degli insegnanti, quanto per l’impossibilità epistemologica e psicopedagogica di conferire una dimensione educativa, in una scuola di tutti, a modelli di saperi che sono stati strutturati per formare le  elite.

   Le proposte epistemologiche e metodologiche effettuate possono, a nostro parere, effettivamente contribuire alla formazione democratica e allo sviluppo di competenze trasversali di carattere osservativo-logico-linguistico. E lo possono fare perché gli obiettivi specifici di conoscenza (conoscenze fenomenologiche) proposti per la scuola di base sono soltanto quelli che possono essere acquisiti per mezzo della metodologia da noi prospettata di carattere, appunto, osservativo-logico-linguistico. Gli obiettivi generali possono essere effettivamente realizzati perché sono stati trasformati, in modo non estrinseco, nella modalità usuale, costante di conduzione dell’attività didattica.

   Considerazioni simili possono essere effettuate per il contributo alla formazione democratica. Anzi già lo sviluppo delle competenze trasversali precedentemente indicate costituisce un aspetto fondamentale nella formazione dell’uomo e del cittadino, in quanto viene facilitata la realizzazione di uno sviluppo sinergico ed armonico sia della componente culturale che di quella comportamentale. Ed in particolare la proposta metodologica prospettata permette costantemente di sviluppare, di nuovo in modo non estrinseco, alcuni aspetti centrali della formazione democratica, quali: 1) l’apertura mentale, 2) l’importanza del confronto e del dialogo, 3) un atteggiamento non dogmatico e rigido, 4) il coinvolgimento emotivo, 5) l’adeguatezza cognitiva del materiale oggetto di studio, ecc (Rorty, 1982-1989).

   Abbiamo più volte evidenziato l’inutilità cognitiva della proposta culturale dell’insegnamento scientifico tradizionale, in quanto i contenuti proposti risultano generalmente incomprensibili. Alla fine del nostro contributo vogliamo sottolinearne il significato educativo: sviluppare negli studenti, nell’arco di molti anni, comportamenti opposti a quelli indicati precedentemente, abituarli ad impegnarsi, a studiare e memorizzare delle nozioni di cui non si conosce il significato hanno indubbiamente un ruolo educativo, contribuiscono, infatti, a non realizzare una formazione democratica.

      Bibliografia

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